lunedì 5 marzo 2012

La crisi è ancora in pieno corso

Consueto punto sull’economia dell’economista Vladimiro Giacchè sulle pagine di Articolotre


Secondo i dati eurostat la disoccupazione è in netto aumento in tutta la zona Euro, questo a che prospettive può portare?

L’aumento della disoccupazione a livello europeo significa che la crisi e’ ancora in pieno corso, che essa non e’ dovuta al debito sovrano, e che le terapie di austerity imposte praticamente in tutti i paesi europei non migliorano la situazione, ma la peggiorano. Le prospettive purtroppo non sono buone. Il punto di svolta e’ ben lontano, anche perché ci si ostina ad affrontare questa crisi con le idee vecchie del liberismo trionfante degli anni Ottanta: smantellamento dello stato sociale, privatizzazioni, liberalizzazioni, deflazione salariale. Il problema oggi e’ il governo dell’economia, ma si preferisce che i governi seguano i diktat dei mercati, e i risultati si vedono.


Monti e il governo tecnico hanno parlato a lungo delle misure varate per riattivare l’economia soprattutto facendo leva sui giovani. Per esempio fare aprire una srl ai giovani a un euro secondo lei è una misura che può avere utilità reale o è solo propaganda?

Se si riteneva propaganda l’idea di Berlusconi-Tremonti di facilitare la nascita di nuove imprese abolendo le autorizzazioni necessarie, bisogna considerare allo stesso modo questa idea di Monti. I capitali che servono a un’ impresa per funzionare non si possono abolire per decreto. E il vero problema dell’economia italiana non e’ che nascano troppo poche imprese, ma che ne muoiano troppe. E questo e’ dovuto al fatto che troppe imprese hanno dimensioni inadeguate a reggere la competizione internazionale. E’ su questo che si dovrebbe intervenire.

L’intervento statale come lei ha già detto può essere un volano per rilanciare l’economia. In che modo però questo può avvenire all’interno dell’Ue?

Quando si parla di intervento statale si possono intendere due cose diverse: o spesa pubblica a sostegno della domanda aggregata, in una situazione in cui la domanda che proviene dal settore privato e’ insufficiente; oppure un intervento pubblico nell’economia che si prefigga lo scopo non soltanto di tappare i buchi lasciati dal privato, ma di orientare l’attività economica almeno in settori fondamentali quali quello bancario/finanziario, quello energetico e quelli delle reti (fisiche e di comunicazione). Il primo modello di intervento statale e’ quello keynesiano (spesso tacitamente praticato anche da governi ferocemente antikeynesiani a parole: ad es. le enormi spese militari di Reagan furono una forma di keynesismo sotto le mentre spoglie della lotta contro l’Impero del male). Con il secondo modello di intervento pubblico si va oltre Keynes, verso forme di controllo pubblico dell’economia. Oggi bisogna senz’altro battersi contro le politiche di austerity, e quindi non si deve davvero ritenere scandaloso il primo modello di intervento pubblico, ma questa crisi non potrà essere superata senza far ricorso a forme di controllo pubblico dell’economia. E’ ovviamente estremamente difficile far passare questo discorso nell’odierna Unione Europea, ma si tratta di un problema essenzialmente politico e di un passaggio indispensabile. A differenza di quanto comunemente si ritiene non e’ affatto vero che questo genere di intervento sia giuridicamente impossibile all’interno dell’ Unione Europea: basta pensare alle nazionalizzazioni d’emergenza avvenute quasi ovunque tra i 2008 e il 2009 per avere la riprova.

Hollande in Francia ha parlato di tassare i grandi redditi al 75%. E’ una misura praticabile o anche lì è solo propaganda?

Tecnicamente e’ senz’altro praticabile: negli Stati Uniti degli anni Settanta l’aliquota più elevata era maggiore di questa. Il problema e’ se lo e’ anche politicamente. Certamente si tratterebbe di una rottura con la più recente tradizione socialdemocratica, che ha seguito (e in qualche caso superato) le destre nella detassazione delle imprese e dei redditi più elevati (emblematico al riguardo il governo Schroeder in Germania qualche anno fa).

Infine un suo pensiero sulla Tav. Economicamente servirebbe al Paese un’impresa di questo tipo?

No. La Torino-Lione non appartiene alle infrastrutture utili, e la cosa e’ stata messa in chiaro anche da economisti e ricercatori non sospetti di bolscevismo: al riguardo si sono espressi economisti de lavoce.info e anche una ricerca del Politecnico di Milano, di cui ha dato notizia il Sole 24 Ore del 31 gennaio, ha messo in dubbio l’economicità di quest’opera.

 di Daniele Cardetta | da www.articolotre.com

La crisi e' finita, coglioni!

La crisi è finita, coglioni!

"Coglioni" l'ho aggiunto io ma il senso è quello.

Il presidente del Consiglio Ue, Herman Van Rompuy: “Gli effetti saranno profondi e di lunga durata”.
La cancelliera tedesca Angela Merkel: “Una pietra miliare nella storia dell’Unione Europea”.
Il presidente francese Nicolas Sarkozy: "Abbiamo girato la pagina della crisi".
Mario Monti: "Un elemento decisivo per il superamento dell'attuale, difficile, crisi finanziaria che attanaglia l'Europa".

Di cosa stanno parlando? Ma del pareggio di bilancio, il provvedimento che modificherà l'articolo 81 della costituzione, come possiamo leggere sul sito della Camera. Lo si voterà proprio domani, e dopo sarà pronto per passare al senato. Sembra una cosa buona, "pareggio di bilancio", tipo qualcosa di equo e solidale, di giusto insomma.

Praticamente dopo una cinquantina di anni, lustro più, lustro meno, ci si è accorti di come l'articolo 81 "nella sua attuale formulazione, non abbia impedito una forte crescita del debito pubblico nazionale, che si attesta ormai a circa il 120 per cento del PIL".

Il pareggio di bilancio, invece, prevede che il debito pubblico rimanga costante in rapporto al PIL.
 
Strano che non ci abbiano pensato prima a questo pareggio di bilancio!

Ma in che modo il governo può pareggiare il bilancio? L'unico modo a sua disposizione è, come leggiamo su Wikipedia, vendere alcuni suoi beni.


Che bello, il criminale "tecnico" Monti, con l'appoggio dei suoi squallidi colleghi europei, sta per regalare una delle più grandi riserve di oro del mondo, quella italiana, a dei banchieri privati.

Purtroppo i mass media italiani non hanno avuto il tempo di occuparsi di questo gigantesco furto perché, dopo 17 anni di proteste in Val di Susa, si sono ricordati improvvisamente della TAV e non hanno parlato di altro. Mi ricorda il periodo in cui Berlusconi, per coprire le sue porcate di turno, faceva parlare a milioni di italiani dell'emergenza rifiuti di Napoli. Ve la ricordate? Sembrava il problema più importante da affrontare a quei tempi. Beh, sappiate che a Napoli l'emergenza rifiuti non è mai finita eppure agli italiani non interessa più perché la TV non ne parla più. Così come fra un po' non interesserà più la TAV e magari, tra qualche mese, mentre ci rubano altre sovranità nazionali, la TV tirerà fuori un'altra distrazione e ci interesserà quella.

fonte: L'ALTERNATIVA BLOG!

venerdì 2 marzo 2012

VALLE DEL GIORDANO, L'ONU: ESISTE IL RISCHIO ESPULSIONE PER 60MILA PALESTINESI


Valle del Giordano, l’Onu: esiste il rischio espulsione per 60mila palestinesi
Apartheid e pulizia etnica Evidenza - 2/3/2012
Ramallah – InfoPal. Un rapporto delle Nazioni Unite ha lanciato l’allarme sul rischio espulsione per migliaia di cittadini palestinesi che abitano nelle zone che si estendono dal Mar Morto alla Valle del Giordano. La ragione di questo pericolo risiede nei piani di espulsione di Israele.

L’Ufficio per gli Affari umanitari Onu, Ocha, parla del 30% della popolazione della Cisgiordania a rischio di espulsione. Essi sono vittime di reiterati divieti di ottenere licenze di costruzione o di accesso alle proprie aree agricole e per la pastorizia.

Quel 30%, vale a dire 60mila palestinesi, corrisponde all’87% dell’intera popolazione palestinese che vive nell’area C (sotto piena giurisdizione israeliana secondo la suddivisione territoriale risalente agli accordi di Oslo).
Si tratta di intere aree del tutto precluse materialmente a chi – finora – le abita. Nelle medesime zone Israele dispone di progetti per l’insediamento dei propri coloni. Nella zona B, sottoposta invece a controllo militare israeliano e civile palestinese, è il 7% della popolazione palestinese ad essere a rischio di espulsione. Le sue risorse furono destinate allo sviluppo di una riserva naturale (Memorandum di Wye River, 1998). Come oggi, anche allora il premier israeliano era Benjamin Netanyahu.

I residenti palestinesi colpiti da questa politica israeliana sono nello specifico 7.900 pastori nomadi, e già oggi 3.400 di essi abitano in aree precedentemte dichiarate zone militari chiuse. Molti episodi di sgombero coatto si sono consumati proprio qui. Contemporanemente, nel rapporto si sottolinea la presenza di 37 insediamenti israeliani abitati da 9.500 coloni. Le colonie sono illegali in base alla legge internazionale.

Qui, nel 2011 Israele ha demolito oltre 200 proprietà palestinesi espellendo circa 430 individui. Altri 1.200 si sono visti derubare fonti e mezzi per la sopravvivenza.

Sul consumo dell’acqua. Le comunità pastorali oggi non dispongono di oltre 20 litri di acqua pro-capite al giorno. La media raccomandata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) è di cento litri al giorno. I coloni israeliani ne consumano 300 al giorno.

I residenti palestinesi di queste aree hanno avuto accesso a 50mila ettari di terra agricola. Tuttavia, la regione che abitano si estende su 12mila ettari, pari al 3,5% dell’area C. Queste stime provengono invece, dalla Banca Mondiale.

Nelle conclusioni del documento Onu si legge il dovere di Israele, in qualità di potenza occupante, di proteggere i civili, di amministrare le aree da essi abitate e garantire loro servizi e Diritti Umani fondamentali.

Nell stesso giorno in cui le Nazioni Unite pubblicano il presente documento, il ministro degli Esteri di Israele, Avigdor Lieberman, ribadisce la posizione del proprio governo: “La Valle del Giordano è di vitale importanza per la sicurezza di Israele. (…) Non esistono i presupposti per lo spiegamento di forze internazionali. Essa resta un punto invalicabile in ipotetici negoziati. La Valle del Giordano è strategica per Israele, soprattutto di fronte ai disordini regionali. Da qui possiamo controllare al meglio la sicurezza di Israele e senza la presenza israeliana qui, non si garantirà la siurezza di Israele. Non potremmo mai rinunciare nella Valle del Giordano a barriere come Gush Dan, fondamentali contro le minacce di cui siamo vittime”.

“Non possiamo accordare fiducia a nessuno, se non concentrarci unicamente sulla sicurezza nazionale”, ha dichiarato ancora Lieberman.

Ricordando le posizioni estremiste del ministro israeliano, Hanan ‘Ashrawi, membro del Comitato esecutivo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp), ha controbattuto: “Non sono forse dichiarazioni che violano il principio stesso di negoziati per la pace e le norme internazionali?”

“D’altra parte, quanto dichiara oggi Lieberman in merito alla Valle del Giordano, è espressione dell’idelologia israeliana del controllo supremo, dell’imporre le proprie condizioni a tutti, e di astenersi da qualunque vincolo derivi dai principi di legalità internazionale. Nessun riguardo per le richieste di ritiro dai confini occupati (da Israele) nel 1967 e di fermare la colonizzazione”, ha commentato la leader palestinese.

E adesso la crisi fa sparire i farmaci

La sanità italiana, come quella greca, ha accumulato debiti di miliardi con le aziende farmaceutiche. Che ora si sono stancate di aspettare


gio 1 mar 2012   

 


È una delle conseguenze più inaspettate e spaventose della crisi:la scomparsa dei medicinali antitumorali dagli ospedali italiani. 
Uno scenario da brivido, per ora scongiurato, almeno in Italia, ma già presente in Grecia e non del tutto da escludere neppure per il nostro Paese nel prossimo futuro. In base ai dati messi a disposizione dalla Federazione europea delle industrie e associazioni farmaceutiche (EFPIA), Italia, Grecia, Spagna e Portogallo devono dai 12 ai 15 miliardi di euro alle società farmaceutiche, tra cui le svizzere Roche e Novartis. Queste ultime due, di conseguenza, starebbero valutando dilimitare le forniture di medicinali ai paesi debitori: “La situazione è oggettivamente gravissima”, ha dichiarato in un’intervista Dario Francolino, Head of Communications & Public Affairs Roche Italia. La sua azienda ha un fatturato di un miliardo all’anno, e solo verso la sanità italiana un credito di 500 milioniche le strutture sanitaria italiane stanno pagando con un ritardo di oltre 24 mesi. Per ora, dagli uffici svizzeri,  nessuno ha ancora parlato esplicitamente di tagli alle forniture italiane, ma di "variare alcune cose sulle modalità di pagamento"  con forme e modi ancora da definire. 
Diversamente sono andate le cose in Grecia. Nel paese, la cui economia è ormai allo stremo, secondo le cifre rese note dall’Associazione Ellenica delle Compagnie Farmaceutiche, gli ospedali pubblici greci hanno saldato solo il 37% dei debiti contratti negli ultimi 18 mesi con le ditte produttrici di farmaci,  cioè su un totale di debiti che raggiunge quota 1,9 miliardi di euro, solo 717 milioni di euro e, in base a quanto spiega Roche, alcuni ospedali non pagano i debiti da almeno tre  o quattro anni. 
A nulla era servito, poi, nel 2010, il tentativo di ripianare il debito con i fornitori pagando 400 milioni di euro attraverso bond greci (anzi: la trasformazione del debito farmaceutico in debito sovrano che ha portato la farmaceutica al possesso di un pacchetto di buoni greci del valore di 30 milioni di euro).
Dunque basta medicinali alla Grecia. Almeno agli ospedali. La Roche, infatti, ha sospeso la fornitura di medicinali alle strutture sanitarie, ma non alle farmacie. Per questo motivo si assiste a scene paradossali in cui i pazienti si recano a comprare di tasca loro un determinato medicinale e poi lo portano con sé all’ospedale per farselo iniettare dai medici. 
Ma se la Grecia piange, il resto d’Europa non ride: lo stesso problema si ripropone, seppure con forme diversa, in altri paesi, dell’area euro: il nostro, Spagna e Portogallo. E la crisi potrebbe farsi davvero terribile.

giovedì 1 marzo 2012

CASO MILLS/ La vera storia: tra fondi neri, società off shore, testimoni comprati e un regalo per il grande silenzio

di Carmine Gazzanni

Dopo ben 5 anni di rinvii e di leggi ad hoc per rallentare, congelare, tentare di prescrivere il processo per il quale Silvio Berlusconi era indagato per corruzione in atti giudiziari, sabato scorso la sentenza: l’ex premier è stato prosciolto per prescrizione dai giudici della decima sezione penale del Tribunale di Milano. Il Cavaliere, dunque, ancora una volta è riuscita a farla franca. I documenti, le carte e le testimonianze, infatti, parlano di una vicenda ingarbugliata, ma dai contorni certamente nitidi. Ricostruiamo, allora, l’incredibile storia, politica e giudiziaria, di un processo in cui hanno contato le leggi ad personam, in cui si è giocato sporco, in cui l’unico metodo adottato dai coinvolti è stato quello della menzogna.

david_mills_e_silvio_berlusconiUNA STORIA DI FONDI NERI E SOCIETÀ OFF SHORE - Primavera 2001. La Procura di Milano riceve una risposta riguardo una rogatoria inoltrata sui conti correnti svizzeri di Century One e Universal One, due società off shore delle Isole Vergini Britanniche specializzate nella compravendita dei film. Il pm Francesco Greco l’aveva avviata quattro anni prima durante l’indagine sui 1500 miliardi di lire di fondi neri accantonati all’estero dalla Fininvest. Indagine, questa, nata addirittura nel 1994, quando i magistrati di Mani Pulite si erano messi a lavorare su tre bonifici da 5 miliardi di lire l’uno approdati su un conto estero che poi si saprà essere intestato a Bettino Craxi. Allora si era scoperto che quel denaro proveniva da un conto aperto da un’altra società off shore, All Iberian, con sede nelle Isole del Canale (conto acceso da Candia Camaggi, responsabile “Fininvest Service di Lugano”). Partendo da qui i magistrati avevano rilevato che All Iberian fungeva da cassa per una serie impressionante di altre società off shore non incluse nei bilanci Fininvest e utilizzate nella maniera più varia possibile: finanziamenti illeciti, acquisto di azioni senza presentazione delle dovute documentazioni alla Consob, bonifici, controllo occulto di reti televisive in barba alle norme antitrust.
In Procura, l’esame delle nuove carte riguardo Century One e Universal One viene affidato a due colleghi di Greco, Alfredo Robledo e Fabio De Pasquale. I due hanno tre obiettivi importanti: stabilire se davvero Mediaset ha comprato film a costo gonfiato (in maniera tale da accedere agli sgravi fiscali cocepiti da Tremonti nel Primo Governo Berlusconi); capire se questo ha permesso a Mediaset di avere i bilanci in attivo e, dunque, di approdare con successo in borsa nel ’96; e, soprattutto, dare una risposta agli interrogativi aperti da Francesco Greco: di chi sono le due off shore Century ne e Universal One. I due pm, a riguardo, hanno un’idea chiara: le due società sono legate a All Iberian, legata a sua volta alla lussemburghese “Silvio Berlusconi Finanziaria” e sono servite per accumulare fondi neri. In che modo? Attraverso una ingegnosa “catena di Sant’Antonio” che garantiva “creste” importanti sull’acquisto dei film e dei diritti tv. In pratica, Fininvest non comprava direttamente, ma faceva acquistare alle sue società off shore (fra cui, appunto, Century e Universal) che a loro volta li rivendevano ad altre società, e così via. Alla fine, chiaramente, il prezzo gonfiato andava ad alimentare i fondi neri. Eppure nel 1996 la prima inchiesta sui fondi neri viene depositata. Il motivo? Molti documenti compromettenti erano spariti e tante testimonianze avevano depistato le indagini.
DAVID MILLS, LA MENZOGNA È IL MIO MESTIERE - Ed è già a questo punto che entra in scena David Mills. Nell’aprile del 1996 gli agenti del Serious Fraud Office (la polizia antiriciclaggio inglese) fanno visita alla Edsaco-CMM (Carnelutti Mackenzie Mills), una società che gestisce la contabilità di circa 900 clienti, molti dei quali italiani. In quelle stanze la polizia trova la documentazione di circa trenta società rimandabili a Berlusconi non dichiarate al fisco. Proprio quelle che, come si saprà dopo, alimentano i fondi neri di Fininvest. A gestirle è proprio David Mills. Eppure per circa dieci anni non succede nulla. David Mills, infatti, non consegna agli inquirenti tutta la documentazione prodotta a riguardo. E, soprattutto, mente in quasi tutti gli interrogatori a cui è stato sottoposto da testimone (fino al 2004, quando il suo nome viene inserito nel registro degli indagati).
Dopo la perquisizione, infatti, non tutti i documenti giungono in Italia: l’avvocato inglese, come si apprenderà in seguito, aveva nascosto i documenti più delicati in un magazzino (trentacinque scatoloni); altri, addirittura, inviati a Malta e all’Isola di Man. Non solo. Paolo Del Bue, banchiere considerato fiduciario di Berlusconi e che poi si saprà essere gestore delle due società Century One e Universal One, il 19 aprile arriva di corsa a Londra e si fa consegnare le parti più delicate della documentazione prima che finiscano in mano agli agenti e ai magistrati.
Ma, come detto, Mills soprattutto mente. E lo fa ripetutamente. Già nel 1997 l’avvocato inglese viene sentito dagli inquirenti come testimone. Primo interrogatorio, prime falsità. Allora, infatti, al processo per le tangenti Fininvest alla Guardia di Finanza, l’avvocato non parlò, tra l’altro, di un colloquio telefonico avuto con Berlusconi nel ’95, che aveva avuto come oggetto la società All Iberian e i finanziamenti illegali che Berlusconi aveva garantito a Craxi. La notte del 23 novembre 1995, infatti, Berlusconi chiama l’avvocato inglese, il quale annota su un foglietto l’argomento della conversazione: “quando ho parlato con Berlusconi lui ha insistito che le più recenti contestazioni erano motivate politicamente […] Al tempo del pagamento, alla fine del 1991, Craxi non era primo ministro. Quindi l’unica accusa che può essere fatta è che ci fu un contributo a un partito politico che non fu dichiarato […] Naturalmente in questo paese non sarebbe assolutamente un reato, come Berlusconi ha insistito a indicarmi”. Mills, però, riguardo tale appunto tace davanti ai magistrati.
Come farà, sempre nel ’97, riguardo ad un incontro avvenuto ad Arcore nell’aprile del ’95. In quel periodo, infatti, il primo governo del Cavaliere era caduto e ci si apprestava ad andare ad elezioni anticipate. Ma Berlusconi doveva, di lì a poco, affrontare anche il suo primo processo per le tangenti alle Fiamme Gialle. In più a Milano si cominciava a scoperchiare tutto quel flusso di fondi neri non dichiarati al fisco dalla Fininvest. Era necessario, in pratica, chiudere il più presto possibile tutta la rete di società off shore. Per farlo intervenne direttamente su chi l’aveva creata, Mills appunto. Ed è questo il motivo per cui lo incontra ad Arcore: lì decidono che l’avvocato inglese farà da prestanome a Berlusconi e riceverà un “dividendo” (come lo chiamerà lo stesso avvocato inglese) di dieci miliardi di lire tramite un’altra off shore, la Horizon Development. A confessarlo è lo stesso Mills. Non ai pm, ma al fisco inglese. Nel marzo del ’96, infatti, Mills fa rientrare a Londra quel denaro che intanto era rimasto all’estero; l’operazione gli costa circa un milione di sterline di tasse. La cosa attira, chiaramente, l’attenzione degli uomini dello Special Compliance Office, l’ispettorato contro l’evasione. Ai due ufficiali che lo convocano, Mills rivela alcuni retroscena interessanti: rivela di aver creato una società in Lussemburgo a cui erano state intestate alcune azioni di Telepiù che la Fininvest possedeva e di averlo fatto ad hoc, dato che la Legge Mammì proibiva il possesso per un solo editore di tre reti televisive. E di averlo fatto tramite una società off shore per mezzo della quale veniva “girato” il denaro, appunto la Horizon Development. Nel verbale della riunione si legge: “Mills ha detto che comprendeva come tali procedure potessero sembrare strane, ma gli era stata data fiducia per essere titolare e mandare avanti queste compagnie […] ed egli era ansioso sulle potenziali implicazioni per lui a causa della sua azione di trasferimento di fondi dalla Horizon a un conto con il suo solo nome, sebbene sapesse di avere l’approvazione di Berlusconi in persona”. I due ufficiali rimangono perplessi. Ma Mills, allora, precisa che “non era un segreto che ciò andasse largamente a favore di Berlusconi. Era importante – continua l’avvocato inglese – essere in grado di mostrare che queste ditte non erano sue”.
Altro giro, altra falsa testimonianza. 1998. Mills aveva così risposto alla domanda dei magistrati se conoscesse le due società off shore Century One e Universal One: “No. Precisamente no, perché lei deve capire che io non ho seguito le società da vicino e in dettaglio […] Io sicuramente ho saputo, ho sentito parlare di queste società, ho sentito dire i nomi, ma dalle ricerche che feci a suo tempo mi risultava, quelle due società mi risultavano essere di proprietà di Arner”. Nel 2004, però, i due pm hanno in mano documenti nuovi, dai quali si evince innanzitutto che le due società, in realtà, si chiamavano in altro nome (Accent e Timor) e che – si legge testuale su quel documento intitolato “Proposed Holding Structure” –  le loro azioni “saranno detenute da X, per l’intera durata della sua vita, e successivamente da un figlio”. Chi è  mister X? A dirlo è lo stesso Mills nel 2004. Quando infatti i pm convocano, questa volta come indagato, l’avvocato inglese in gran segreto, la versione che fornisce è palesemente diversa dalla prima: “Gironi (tesoriere della Fininvest, ndr) mi disse che bisognava fare un’operazione […] L’idea era quella di costruire due veicoli societari che dovevano fare trading sui diritti e quindi ottenere profitti, che si voleva fossero destinati a Marina e Pier Silvio […] Fu lui a dirmi (Gironi, ndr) che la cosa doveva restare assolutamente riservata e quindi era necessaria una banca fuori d’Italia. Fu sempre Gironi a sottolineare che i figli sarebbero stati i beneficiari, ma la gestione pratica doveva essere sempre soggetta al consenso di Silvio Berlusconi, che nel documento viene denominato ‘X’”. Per la Procura questa è le prova che Berlusconi gestiva in prima persona i fondi neri che venivano creati con la compravendite dei film.
IL SILENZIO DI MILLS E L’ASSOLUZIONE DI BERLUSCONI NEL PROCESSO SUI FONDI NERI - Ma, come detto, Mills tace. Tace sulla telefonata in cui si parlò del finanziamento a Craxi. Tace su All Iberian. E tace, soprattutto, su chi gestisca materialmente le varie off shore che fanno capo alla Fininvest. Sebbene lui lo sappia. Ad incastrarlo, infatti, un altro documento recuperato dai pm Robledo e De Pasquale. Nel 1994, infatti, la CMM, la società in cui lavora Mills, viene rilevata dalla Banca Cantrade di proprietà dell’istituto di credito svizzero Ubs. Come accade in questi casi, gli acquirenti, chiaramente, vogliono capire innanzitutto quali siano gli affari della CMM e allora studiano in maniera dettagliata gli archivi della società. In un documento redatto il 15 giugno, alla voce “ulteriori informazioni” si legge: “la CMM cura direttamente i rapporti relativi a tutte le società Fininvest con Giorgio Vanoni, Amministratore finanziario della Fininvest e della Silvio Berlusconi Entertainment Ltd. Secondo Tanya Maynard (direttrice della CMM, ndr) le Società Fininvest ‘B’ non sono necessariamente Società appartenenti alla Silvio Berlusconi Finanziaria o al Gruppo Fininvest. Mills ne sa certamente di più, ma è legato al segreto professionale di avvocato”. Il commento della Ubs alla nota è secco: “Il principale rischio potenziale, da noi rilevato, è un rischio di reputazione, nell’ambito degli affari Fininvest, nel caso in cui la personalità dell’uomo d’affari a capo di questa società (Silvio Berlusconi, ndr) venga intaccata a causa di eventuali ‘affari impropri’. Rileviamo che quest’ultimo non firma mai nessun documento, ma opera per mezzo di ‘uomini di paglia’”. Ovvero “teste di legno”. Prestanomi. È la prova evidente che Berlusconi fosse a capo della rete di società off shore. Eppure Mills, in aula di tribunale, non dice nulla. E proprio in virtù di quel silenzio Berlusconi, seppur condannato in primo grado, in appello viene assolto ai sensi dell’articolo 530, secondo comma. In altre parole, per insufficienza di prove. È lecito chiedersi, a questo punto, se qualcosa sarebbe andato in modo diverso se Mills avesse detto tutto quello che sapeva.
LA LETTERA CONFESSIONE: UN SILENZIO COSTATO 600 MILA DOLLARI – Dal 1994 al 2004 la strategia di Mills è, dunque, vincente. Poi, però, accade qualcosa. Gli agenti delle tasse, infatti, si interessano nuovamente a lui. Nel 2000, infatti, Mills ha fatto entrare in Inghilterra 600 mila dollari senza dichiararli. Gli uomini delle tasse se ne accorgono e convocano Mills. Il 2 febbraio 2004, allora, l’avvocato inglese si reca dal suo commercialista Bob Drennan per chiedere lumi su come comportarsi. Ma prima consegna a Drennan una lettera in cui riassume tutta la faccenda. Una lettera – “Dividendo e regali ricevuti da Berlusconi e dal gruppo Fininvest” – che poi finirà agli atti del processo. Ecco alcuni passaggi salienti: “Caro Bob, in breve i fatti rilevanti si possono così riassumere: nel 1996 mi sono ritrovato con un dividendo di circa 1,5 mlioni di sterline […] proveniente dalle società di Mr. B.”. E ancora: “io mi sono tenuto in stretto contatto con le persone di B.  e loro conoscevano la mia situazione. […] sapevano bene che il modo in cui io avevo reso la mia testimonianza (non ho mentito ma ho superato curve pericolose per dirla in modo delicato) avesse tenuto Mr. B. fuori da un mare di guai nei quali l’avrei gettato se solo avessi detto tutto quello che sapevo. All’incirca alla fine del 1999 mi fu detto che avrei ricevuto dei soldi […]: 600 mila dollari […] mi fu detto che sarebbero stati a mia disposizione se ne avessi avuto bisogno […] Consideravo il pagamento come un regalo. Di cos’altro poteva trattarsi? Non ero un loro dipendente, non li rappresentavo, non stavo facendo nulla per loro (i rapporti con il Biscione si erano interrotti già da quattro anni, ndr), avevo già reso la mia testimonianza ma sussisteva ancora il rischio di futuri costi legali e di una grossa dose di ansia”. Finalmente la verità. Sebbene in Italia l’avvocato inglese abbia ritrattato più e più volte, questa lettera non lascia adito a dubbi. Non solo. Quando i due pm di Milano si ritrovano la lettera in mano convocano d’urgenza Mills. Un interrogatorio fiume il suo. E quando gli viene mostrata la lettera, l’avvocato sbianca. E confessa: “dichiaro che la lettera è stata scritta da me e sono molto turbato a rileggerla. Credo che a questo punto la cosa più giusta da fare è spiegare il fatto con la massima chiarezza […] Non credo che occorrano molte parole: io sono stato sentito più volte in indagini e processi che riguardavano Berlusconi e il gruppo Fininvest. Pur non avendo mai detto il falso, ho tentato di proteggerlo nella massima misura possibile e di mantenere, laddove possibile, una certa riservatezza sulle operazioni che ho compiuto per lui. È in questo quadro che nell’autunno del ’99 Carlo Bernasconi (responsabile per Mediaset dell’acquisto dei diritti tv, ndr) mi disse che Silvio Berlusconi, a titolo di riconoscenza per il modo in cui ero riuscito a proteggerlo nel corso delle indagini giudiziarie e dei processi, aveva deciso di destinare a mio favore una somma di denaro”.
Tanto basta per condannare l’avvocato Mills in primo e secondo grado (sentenza del 19 maggio 2009: Mills “ha agito certamente da falso testimone […] per consentire a Silvio Berlusconi e al gruppo Fininvest l’impunità dalla accuse”). Arriviamo, così allo scorso 25 febbraio con la sentenza in Cassazione: il reato cade in prescrizione. Il motivo? Va ritrovato nella legge concepita nel 2005 dal Secondo Governo Berlusconi. La ex Cirielli, che in pratica ha dimezzato i termini di prescrizione. Per la corruzione, reato contestato a Mills, si è passati da quindici anni a sette. Ed ora, per la stessa norma, anche Berlusconi canta vittoria.

Via banchieri e cialtroni, riprendiamoci il nostro denaro

Perché l’Eurozona è in crisi? Come si può uscire da questa situazione? Ci sono alternative alle teorie dominanti che ci hanno trascinati in questa voragine? Sì, eccome. Lo hanno spiegato, al meeting di Rimini promosso da Paolo Barnard e totalmente auto-finanziato dai partecipanti, i super-economisti “eretici” che la soluzione giusta l’hanno già confezionata, con grande successo, per la spettacolare rinascita dell’Argentina. Una sola strada: archiviare l’euro e tornare a una moneta sovrana creata per i cittadini e non contro di loro. Piccolo problema: l’attuale classe dirigente, italiana ed europea. Da spazzare via al più presto, con nuove elezioni capaci di selezionare idee utili e democratiche, per un futuro di speranza. Passaggio intermedio: diventare «il peggior incubo dei banchieri», per dirla con il professor William Black, uno degli economisti neo-keynesiani che hanno accettato la scommessa di Barnard. Gli altri super-esperti intervenuti a Rimini tra il 24 e il 26 febbraio, nel “105 Stadium” gremito da duemila attivisti capaci di tributare ovazioni da Paolo Barnardconcerto rock, sono gli statunitensi Michel Hudson, Stephanie Kelton e Marshall Auerback, più il francese Alain Parguez. Evento epocale, nell’abisso della crisi italiana, eppure totalmente ignorato dai media – con la sola eccezione del “Fatto Quotidiano”. Tra i report del summit riminese, spicca l’ottima cronaca scritta per “Megachip” da Pierangela Magioncalda, responsabile genovese di “Alternativa”, laboratorio politico fondato da Giulietto Chiesa. Domande cruciali: è possibile avere uno Stato e un’economia che lavorino per i cittadini e non per le élites finanziarie? Come arginare questa immensa emorragia di denaro che fuoriesce dall’economia reale e dalle tasche dei cittadini migrando verso l’economia finanziaria e i suoi signori? E ancora: è possibile raggiungere una piena occupazione con una contemporanea stabilità dei prezzi o non ci resta che seguire i drammatici dettami di Draghi e dell’Fmi, subendo i micidiali verdetti a orologeria delle agenzie di rating? Come diventare l’incubo dei banchieri? Semplice, basta dire la verità: quella che di cui il “mainstream” ha una fifa blu. Ecco spiegata la cortina di silenzio mediatico che ha avvolto il più importante evento politico-culturale di questo cruciale scorcio di vita italiana. «Un pensiero diverso fa paura – scrive “Megachip” – e per questo è stato così strenuamente combattuto e bandito dalle università, dai media e dalla politica negli ultimi decenni», non solo in Italia ma «in tutto il mondo», convincendo tutti quanti che, «finalmente, dopo la caduta del comunismo, non solo viviamo nel migliore dei mondi possibili, ma anche nell’unico mondo possibile». Terra bruciata, alla quale però non si rassegnano i seguaci di Barnard: una platea assai eterogenea per età, provenienza geografica e background culturale, con molti giovani e persino coppie di anziani, pronte ad affrontare l’impegnativa Il summit di Rimini sulla Modern Money Theorymaratona accademica pur di capire perché mai si è finiti in questa situazione e quali possano essere le possibili uscite di sicurezza. Missione compiuta: la chiarezza delle “lezioni” ha fatto comprendere ai partecipanti come una differente visione del denaro e del deficit dello Stato possa letteralmente capovolgere la visione neoclassica liberista, «propinataci fino ad oggi come verità assoluta e indiscutibile». Un dogma, che vuole continuare a imporci politiche di austerità sempre più dure, con la spietata erosione dei diritti dei lavoratori e la pretesa di ridurre o addirittura eliminare il deficit di bilancio dello Stato, come impone il “Fiscal Compact” in base al quale dal 2013 gli Stati europei perderanno ogni residua sovranità finanziaria, dovendo sottoporre i loro bilanci alla validazione preventiva di Bruxelles. Obiettivo: impedire che gli Stati spendano denaro per i cittadini. Una autentica follia, che diventerà legge. E che gli economisti della “Modern Money Theory” smontano totalmente: perché il denaro dovrebbe essere dello Stato, cioè dei cittadini, e non di proprietà privata della grande finanza speculativa. In uno Stato a moneta sovrana, come gli Usa o il Giappone, la moneta è un “io ti devo” emesso dal governo, il quale potrà sempre ripagare il suo debito fino a quando lo vorrà, in virtù del fatto che potrà sempre emettere denaro nella valuta in cui il suo debito è stato contratto. Potrà inoltre comprare tutto ciò che è in vendita in quella valuta senza dover cercare i soldi sui mercati finanziari, libero di fissare i tassi di interesse dei suoi titoli. Ma non Oltre 2000 al summit riminese organizzato da Paolo Barnardsolo: lo Stato, spendendo a deficit, immette risorse finanziarie nella società per sostenere l’economia reale e creare ricchezza netta per i cittadini, a seconda delle politiche di spesa che adotta. In questo modo, a un deficit per lo Stato, corrisponde un surplus per il settore privato, che permette di realizzare investimenti e politiche sociali per i cittadini. In sostanza, continua Pierangela Magioncalda su “Megachip”, le risorse finanziare di uno Stato a moneta sovrana sono virtualmente infinite. L’unica linea estrema della spesa è data dai limiti dello sfruttamento delle risorse reali – quelle sì, finite per davvero. Insomma, tutto il contrario del neoliberismo: ciò implica che una politica di austerità, in uno Stato a moneta sovrana, non potrà mai essere giustificata dalla frase: «Non ci sono soldi per…». Questo, continua l’esponente di “Alternativa”, spiega perché economie come quella degli Usa o quella giapponese, ma anche quella britannica, non stanno subendo una crisi del debito sovrano nonostante il rapporto deficit-Pil sia ben superiore a quello dei paesi “Piigs” dell’eurozona. «Non dimentichiamo che anche l’Italia, in passato, ha avuto un rapporto deficit-Pil del 120%, a cui però non è corrisposta una crisi del debito come William Black quella attuale, in quanto all’epoca l’Italia aveva ancora la sua sovranità monetaria». In questa visione, per gli economisti convocati da Barnard, anche il ruolo delle tasse è completamente stravolto rispetto alla teoria neoclassica: le imposte servono ad obbligare i cittadini ad usare la valuta del governo, assicurando pertanto un valore a quest’ultima, nonché a ritirare denaro in eccesso dal mercato, controllando così anche l’inflazione. Gli stessi titoli di Stato, in questo sistema, sono uno strumento di politica monetaria attraverso il quale si definisce la riserva monetaria disponibile insieme al tasso di interesse sul denaro. Non è dunque con le tasse che si deve finanziare la spesa pubblica, anche se oggi l’idea dominante suggerisce proprio questo. E i paesi dell’Eurozona, avendo perso la loro sovranità monetaria, devono chiedere i soldi sui mercati finanziari – esattamente come le imprese e le famiglie – e non possono pertanto garantire la loro solvibilità. «Ovviamente, date queste condizioni – aggiunge Pierangela Magioncalda – gli Stati sono poi ricattabili dai mercati finanziari, come abbiamo tutti imparato molto bene in questi ultimi anni». Proprio da qui nascono infatti la crescita esplosiva dei tassi di interesse sul debito, l’ossessione del deficit, il rigore e le politiche dei tagli allo stato sociale: per lo Stato diventa praticamente impossibile qualunque politica autonoma per sostenere l’economia reale e realizzare politiche per la piena occupazione, con conseguente recessione economica e avvitamento nel circolo vizioso, Marshall Auerbacksecondo la nota spirale che i paesi “Piigs” stanno già sperimentando sulla loro pelle. Il colpevole? Uno su tutti: l’euro, moneta comune ma non pubblica. «I tecnocrati, in particolare tedeschi e francesi», hanno di fatto «costruito l’euro a beneficio delle élites finanziarie e delle economie dei loro paesi». Soprattutto la Germania, che ha migliorato la sua bilancia commerciale con l’estero a spese dei paesi mediterranei e di tutti i cittadini europei, compresi gli stessi tedeschi: che, in nome della competitività, hanno visto scendere i loro salari reali dal 2000 ad oggi. Possibili soluzioni? Auerback propone di riformare radicalmente la Bce, che anziché finanziare le banche (come sta facendo adesso) dovrebbe distribuire soldi direttamente agli Stati, in proporzione al numero degli abitanti. Ma soprattutto: occorre abbandonare l’euro e tornare a una moneta sovrana. Sganciata dal dollaro, l’Argentina è la prova vivente di come la sovranità monetaria possa far rinascere un paese, grazie alla teoria neo-keynesiana della “Mmt”. Cosa ci accadrà domani? Dal summit di Rimini è emersa la possibilità di conflitti anche violenti tra i paesi europei a causa della crisi, «che l’attuale Unione non allontana, ma anzi fomenta», di fronte a un’opinione pubblica disorientata, allarmata dall’austerity ed esasperata anche dalle clamorose frodi finanziarie – Enron, Parmalat, mutui subprime – che per William Black sono la regola, «in un sistema totalmente deregolamentato che finge di avere una fiducia ceca nella capacità del mercato di autoregolamentarsi soltanto per continuare a perpetrare la rapina ai danni dei popoli, dentro e fuori gli Stati Uniti d’America». I problemi, conclude Pierangela Magioncalda, richiederanno «la rinascita di una politica non corrotta, di una vera democrazia» fatta dai cittadini e per i cittadini, ben consapevoli dei limiti fisiologici delle risorse: non è più tempo di “miracoli” e boom economici basati sul dogma della crescita infinita, ma è ora che i popoli rinnovino una classe dirigente legittima e degna, licenziando camerieri e maggiordomi dei grandi banchieri, i veri architetti del disastro. Fonte Libre/associazione di idee

No Tav, trovati chiodi e bulloni Il leader: "Li faremo impazzire tutti"


Arrestato uno degli attivisti fermati. Il ministro dell'Interno: "Pronti al dialogo, ma l'opera non si ferma"


Manifestazioni No Tav sono in corso in tutta Italia. Alle 18 è iniziata l'iniziativa "Blocchiamo tutto", annunciata nella notte all'assemblea di Bussoleno. Cortei e blocchi del traffico automobilistico e ferroviario in Valle di Susa a Bussoleno (Torino), alla stazione Centrale di Milano, a Brindisi, a Bologna, Genova, Brescia e in Calabria.
20.13 - Genova, chiusa stazione Brignole
Tensione a Genova con brevi scontri tra forze dell'ordine e No Tav: la stazione di Brignole è stata chiusa dopo che un gruppo di una trentina di attivisti è riuscito a occupare un binario, dove è in sosta un treno. Inferociti i passeggeri. Il traffico ferroviario è bloccato.

20.12 - Perino: "Resisteremo, li faremo impazzire tutti"
"Bisogna resistere, li dobbiamo far impazzire tutti". Lo ha detto all'assemblea No Tav il leader Alberto Perino, ricordando che "in questo momento ci sono blocchi in 70 città italiane". "La Cancellieri - ha aggiunto - ha detto 'tutti a casa, la Tav si fa e questa è la trattativa'. Noi le compensazioni le abbiamo rifiutate già 20 anni fa, forse lei questo non lo sa". A Bussoleno si stanno muovendo due gruppi. Uno, con famiglie e bambini, percorrerà in corteo il paese di Bussoleno. Il secondo dovrebbe bloccare un punto di una strada.

20.06 - Roma, corteo improvvisato, traffico bloccato
Un gruppo di attivisti No Tav ha bloccato il traffico in via Prenestina a Roma sfilando in corteo. I manifestanti, alcune decine, erano partiti da Porta Maggiore.

20.01 - Milano, No Tav a piazzale Loreto
Un folto gruppo di manifestanti si è spostato dalla stazione centrale di Milano a piazzale Loreto, intenzionato a bloccare la circonvallazione.

19.17 - Partito corteo a Bologna
E' partito il corteo degli attivisti No Tav di solidarietà con i manifestanti della Val di Susa. Dopo un raduno in piazza Nettuno, alcune centinaia di attivisti si sono messi in marcia esibendo in testa al corteo gli striscioni: "Blocchiamo tutto, siamo tutti No Tav". I manifestanti sono intenzionati a bloccare il traffico cittadino. 

19.11 - No Tav nel centro di Torino
Circa trecento attivisti No Tav hanno dato vita a un corteo nel centro storico di Torino, dopo essersi radunati sotto la sede della Rai, presidiata da un contingente di finanzieri, e aver bloccato il traffico. Fra le bandiere No Tav ci sono anche quelle di Rifondazione e Sinistra Critica. 

18.48 - Trovata scatola con chiodi e bulloniLe forze dell'ordine hanno recuperato in un'aiuola vicino al blocco No Tav sulla A32 Torino-Bardonecchia un borsone con dentro una scatola contenente chiodi e bulloni.

18.37 - Manifestanti alla stazione di Milano
Oltre un centinaio di manifestanti si sono ritrovati intorno alle 18 alla stazione centrale di Milano per protestare contro la costruzione della Tav in Val Sua con bandiere e lanciando alcuni slogan come "Giù le mani dalla Val Susa" e "Via, via, la polizia". I manifestanti si sono avvicinati ai binari e sono al momento circondati dalle forze dell'ordine.

18.30 - Bloccata la tangenziale di Torino
Una trentina di attivisti del movimento No Tav ha bloccato lo svincolo di Corso Francia della tangenziale di Torino, nel Comune di Rivoli. I manifestanti stanno distribuendo volantini agli automobilisti. L'iniziativa si ripete per il terzo giorno consecutivo.

18.02 - Berlusconi:"La Tav va assolutamente fatta"
Il governo Monti "sostenuto da noi e dall'opposizione" può portare avanti la Tav: "Bisogna essere fermi e continuare". Lo ha detto Silvio Berlusconi affermando che "l'Alta Velocità che collega l'Atlantico con Kiev è una infrastruttura che va assolutamennte fatta". 

17.20 - Manifestanti bloccano traffico ferroviario in Calabria
Un gruppo di manifestanti No Tav ha occupato i binari della stazione ferroviaria di Paola in provincia di Cosenza bloccando la circolazione dei treni. La protesta, attuata come forma di solidarietà al movimento No Tav che sta manifestando in Piemonte, sta impedendo la partenza di un treno Intercity per Roma. I manifestanti stanno urlando slogan e innalzando striscioni contro la realizzazione dell'opera. 

16.42 - Bersani: sono disposto a trattare, ma dico no alla violenza

Pier Luigi Bersani risponde con preoccupazione all'ultima mossa dei No Tav, che hanno occupato la sede del Pd a Roma. "E' una fase delicatissima - dice -. Io sono disposto giorno e notte a parlare con i giovani e con chiunque, ma serve una netta presa di distanza dalla violenza. C'è chi sta cercando acqua dove nuotare, c'è gente che quando annusa disagio e protesta ci infila violenza ed eversione".

16.41 - Perino, leader No Tav: mi hanno manganellato
"Sono stato caricato dalla polizia e percosso con i manganelli. Adesso sono in ospedale a Susa e mi dicono che ho una frattura a un gomito": a parlare è Alberto Perino, leader carismatico dei No Tav riferendosi agli incidenti di ieri sera a Chianocco (Torino). 

16.18 - Militanti in azione a Bologna
Una trentina di militanti No Tav hanno occupato il punto informativo di Rete Ferroviaria Italiana allestito a Bologna in via Carracci, a ridosso dell'ingresso posteriore della stazione ferroviaria, accesso attualmente chiuso per i lavori della alta velocità. I militanti sono in parte entrati nella struttura prefabbricata e sul tetto. Hanno esposto striscioni. La situazione, secondo gli operatori Rfi, è tranquilla.

16.05 - Il Viminale: si va avanti col progetto Tav
Durante il vertice al Viminale, che si è appena concluso, è stata ribadita l'importanza strategica della Tav e la volonta' comune di procedere con l'opera. Lo hanno riferito il governatore del Piemonte Roberto Cota, il presidente della Provincia di Torino Antonio Saitta e il sindaco di Torino Piero Fassino, lasciando il ministero dell'Interno.

14.45 - Roma, occupata sede PdUn gruppo di militanti No Tav si è introdotto nella sede del Pd a Roma inneggiando a Luca Abbà e occupando l'ingresso degli uffici. 

11.30 - Cancellieri: "La violenza non sarà tollerata"
"La violenza non sarà tollerata, non si può giustificare. Dopo di che, con i sindaci siamo pronti a qualsiasi tipo di dialogo, ma l'opera va avanti, non ci sono subbi su questo". Così il ministro dell'Interno, Annamaria Cancellieri, ha commentato le contestazioni alla Tav, a margine di un convegno dell'Anci. 

11.21 - Sono 29 i feriti tra le forze dell'ordine
Dopo i violenti scontri registratisi ieri fino a tarda sera in Valsusa tra Forze dell'ordine e manifestanti No tav, la situazione e' ora tornata tranquilla. Al momento, riferisce la Questura, il bilancio dei feriti tra le Forze dell'ordine e' di 29 persone, di cui 18 poliziotti e 11 carabinieri. Per tutti le prognosi non superano i 15 giorni, salvo complicazioni. 

10.54 - No Tav: "Blocchiamo tutto"
I No Tav si stanno organizzando per l'iniziativa "blocchiamo tutto" annunciata nella notte all'assemblea di Bussoleno e annunciano i primi raduni previsti per oggi alle 18 in tutta Italia. Gli appuntamenti sono in Valle di Susa a Bussoleno (Torino), poi a Milano alla stazione centrale, a Brindisi, a Bologna e a Brescia, in piazza della Loggia. 

08.01 - Rilasciati quattro dei cinque fermati. 
Delle cinque persone fermate nella tarda serata di ieri, 4 sono state rilasciate dopo essere state identificate, mentre un uomo di 32 è stato arrestato per i reati di resistenza, violenza, lesioni a P.U. Attualmente sono in corso indagini volte ad individuare gli autori degli episodi di violenza all'indirizzo delle forze di polizia.

07.43 - Riaperta nei due sensi l'autostrada A32
E' stata completamente riaperta al traffico l'autostrada A32 Torino-Bardonecchia, bloccata da lunedì mattina per le proteste del movimento che si oppone alla realizzazione della ferrovia ad alta velocità Torino-Lione. Intorno alle 7 di stamani, concluse le operazioni di bonifica della sede stradale, è stata riaperta alla circolazione la carreggiata in direzione della Francia; quella in direzione di Torino era stata riaperta alcune ore prima, dopo lo sgombero dei manifestanti da parte delle forze dell'ordine.


Fonte: TGCOM24