ATTENZIONE, LEGGERE QUESTI POST, NUOCE GRAVEMENTE AL SISTEMA NERVOSO, LA VOSTRA CALMA POTREBBE RISENTIRNE...MA VI AUGURIAMO LO STESSO BUONA LETTURA! democratic staff!
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sabato 10 marzo 2012
L'"ESPERIMENTO" GRECO HA AVUTO UN CERTO SUCCESSO
DI EUGENIO ORSO
pauperclass.myblog.it
Il grande swap sul debito della Grecia ha avuto adesione elevate, persino impreviste, se non erro pari al 95,7%. Il meccanismo neocapitalistico continua a funzionare, e piuttosto bene dal punto di vista dei vincitori e padroni, ma nonostante le elevate adesioni, quelle propriamente volontarie sono rimaste al di sotto della soglia minima imposta del 90%. Perciò, in questo mare di regole-capestro imposte dalla Grande Finanza agli stati tributari, saranno Bruxelles con l’Eurofin e un ennesimo organismo sopranazionale in mani globaliste, l’ISDA (Intenational Swaps e Derivatives Association) che controlla lo strategico mercato dei prodotti derivati, a decidere rispettivamente se accettare la richiesta greca di attivare le clausole di azione collettiva e dargli ancora "aiuti", e se, violata la volontarietà sul mercato dei derivati da parte della Grecia (adesioni volontarie inferiori alla percentuale imposta), è il caso di far scattare la tagliola dei CDS (di protezione e nel contempo speculativi) e provocare così il default dello stato messo alle strette.
In tal caso si tratterà di un default controllato, in modo che le architetture finanziarie e di potere internazionali non ne risentano. Questa è la prova che l’operazione della Global class è riuscita, o che comunque sta per riuscire, che la “cavia” dell’esperimento, cioè la Grecia non è riuscita a sottrarsi al destino che altri hanno deciso per lei, e che l’esperimento potrà essere replicato, se ve ne sarà l’occasione.
I meccanismi della riproduzione allargata neocapitalistica funzionano bene, perchè non c’è alcuna forza, alcun evento, se non imprevisto e catastrofico, in grado di interromperli. La Creazione del Valore azionario, finanziario e borsistica accelera ancora, con l’uso dei derivati, ogni operazione di questo tipo ha la duplice valenza di sottomettere stati e popoli ai voleri dei globalisti e nello stesso tempo creare nuovo valore, ed infine, le strutture messe in piedi dalla classe globale dominante (UE, UEM, BCE in Europa) sono in grado di reggere agli urti. Non vi è attualmente alcuna forza ostile, stati ribelli, movimenti popolari agguerriti, organizzazioni armate clandestine, eccetera, in grado di metterne in discussione potere e tenuta.
Indipendentemente dalle decisioni dell’Eurofin di Bruxelles in conference call, attese a stretto giro di posta per le ore 2 p.m. di oggi, 9 marzo 2012, e da quelle dell’ISDA, che riguardano il giudizio sulla ristrutturazione volontaria del debito e l’eventuale default da far scattare, possiamo affermare, dal punto di vista della classe globale dominante, che l’operazione greca, anzi, l’”esperimento” greco ha avuto un certo successo, e sarà replicabile in futuro per soggiogare altri paesi, magari apportandovi qualche necessaria modifica.
A questo punto possiamo chiederci: come andrà l’”esperimento” italiano?
Se perdi il lavoro sono guai: flexecurity, una favola danese
Per la riforma del lavoro, il premier Mario Monti è stato molto chiaro: «Ci muoveremo con moderazione verso modelli che esistono con successo in Nord Europa a partire dalla Danimarca, che è la più celebrata in termini di “flexsecurity” (mix tra flessibilità e sicurezza), anche se non diventeremo necessariamente danesi». Quindi, tutti a Copenhagen a studiare questo modello di successo. Peccato che, negli ultimi anni, sia notevolmente peggiorato e non garantisca più i migliori lavoratori: se perdi il lavoro, hai meno tempo per trovarne un altro – e ormai ti tocca accettare un impiego qualsiasi. A dirlo è un italiano che in Danimarca c’è da più di 40 anni, Bruno Amoroso, economista e professore emerito della storica università di Roskilde, a 35 chilometri dalla capitale danese.
Partiamo da un punto fermo: il licenziamento. In Danimarca, avviene senza protezione: non esiste l’articolo 18 che impone il reintegro del lavoratore , ma, subito dopo la perdita del posto di lavoro, interviene la sicurezza sotto forma di sostegno sociale. Che però, nel corso degli ultimi anni, è stato pesantemente eroso. Fino ad otto anni fa, spiega Amoroso a “Italia Oggi”, il lavoratore danese poteva godere dell’assegno di disoccupazione fino a 5 anni, cioè praticamente fino a quando non ritrovava una condizione di lavoro per lui soddisfacente. Il licenziato danese aveva quindi la libertà di rifiutare proposte non in linea con il curriculum. In Italia, si racconta che un disoccupato in Danimarca continui a percepire il 90% dello stipendio: in realtà riceve il 90% del salario medio di un lavoratore dell’industria, cioè un mensile di 1600 euro lordi. «E’ vero che i lavoratori che hanno salari medio–bassi ricevono una quota che si avvicina al loro precedente stipendio – ammette Amoroso – ma indubbiamente per tutti gli altri è una forte riduzione».
L’altro aspetto negativo, sottolinea Carla Signorile, autrice dell’intervista per “Italia Oggi”, è che negli ultimi anni è diminuito l’arco temporale durante il quale si percepisce l’assegno di disoccupazione. «Al massimo si può restare disoccupati per tre anni», spiega Amoroso, ma già dopo il primo anno «scattano forti pressioni per accettare nuovi lavori o fare corsi di riqualificazione». Tuttavia, aggiunge il professore, se il lavoratore licenziato rifiuta, «gli viene tolto il sussidio e finisce su quello sociale che equivale alla pensione minima, ovvero un livello molto basso». Esempio: ad un impiegato bancario che resti disoccupato, dopo il primo anno viene offerto un qualunque lavoro, anche umile, come la distribuzione dei giornali a domicilio ogni mattina. E se rifiuta, perde il contributo di disoccupazione.
Il peggio, dice Amoroso, è che queste regole non hanno niente a che vedere con il sistema di sicurezza sociale che la Danimarca vantava fino a un decennio fa: «La “flexsecurity” danese funzionava fino alla fine degli anni ‘80, poi il concetto è stato ripreso dalle autorità europee e lo hanno completamente stravolto, peggiorandolo». In Danimarca, aggiunge l’economista dell’università di Roskilde, la flessibilità «era considerata come libertà dei lavoratori di scegliere il lavoro che preferivano a seconda delle loro capacità». Una gara virtuosa: «Gli imprenditori finivano per farsi concorrenza tra loro offrendo migliori condizioni lavorative per attrarre i Bruno Amorosopiù capaci». La sicurezza c’era: «Durante questi passaggi tra un lavoro e l’altro, oltre a godere dei vantaggi di un sistema efficiente di servizi, il disoccupato veniva indennizzato in modo soddisfacente». Poi, l’appannamento della “flexsecurity”: «Negli ultimi anni è stato ridotto il periodo di disoccupazione, ma è stata tolta anche la scelta del lavoro che si vuole fare».
Ma si può importare in Italia questo modello? Questo sistema che oggi funziona in modo zoppo costa in Danimarca circa il 4.5% del Pil, mentre in Italia gli ammortizzatori sociali costano appena l’1% del prodotto interno lordo. Sicuramente la Danimarca parte avvantaggiata, sottolinea “Italia Oggi”, perché a Copenaghen e dintorni non esiste il sommerso, settore che da noi rappresenta il 30-35% del mercato del lavoro e delle attività produttive. In Danimarca «si sa chi lavora e quanto guadagna esattamente». Il problema, conclude Amoroso, è che in Italia esistono le condizioni perché troppe aziende continuino tranquillamente a restare nel sommerso: se emergessero, finirebbero per scomparire: «O si fanno emergere, creando condizioni di crescita economica e di domanda che le facciano sopravvivere, oppure al limite è meglio che esista anche il “nero”». Fonte: Libre associazione di idee
Partiamo da un punto fermo: il licenziamento. In Danimarca, avviene senza protezione: non esiste l’articolo 18 che impone il reintegro del lavoratore , ma, subito dopo la perdita del posto di lavoro, interviene la sicurezza sotto forma di sostegno sociale. Che però, nel corso degli ultimi anni, è stato pesantemente eroso. Fino ad otto anni fa, spiega Amoroso a “Italia Oggi”, il lavoratore danese poteva godere dell’assegno di disoccupazione fino a 5 anni, cioè praticamente fino a quando non ritrovava una condizione di lavoro per lui soddisfacente. Il licenziato danese aveva quindi la libertà di rifiutare proposte non in linea con il curriculum. In Italia, si racconta che un disoccupato in Danimarca continui a percepire il 90% dello stipendio: in realtà riceve il 90% del salario medio di un lavoratore dell’industria, cioè un mensile di 1600 euro lordi. «E’ vero che i lavoratori che hanno salari medio–bassi ricevono una quota che si avvicina al loro precedente stipendio – ammette Amoroso – ma indubbiamente per tutti gli altri è una forte riduzione».
L’altro aspetto negativo, sottolinea Carla Signorile, autrice dell’intervista per “Italia Oggi”, è che negli ultimi anni è diminuito l’arco temporale durante il quale si percepisce l’assegno di disoccupazione. «Al massimo si può restare disoccupati per tre anni», spiega Amoroso, ma già dopo il primo anno «scattano forti pressioni per accettare nuovi lavori o fare corsi di riqualificazione». Tuttavia, aggiunge il professore, se il lavoratore licenziato rifiuta, «gli viene tolto il sussidio e finisce su quello sociale che equivale alla pensione minima, ovvero un livello molto basso». Esempio: ad un impiegato bancario che resti disoccupato, dopo il primo anno viene offerto un qualunque lavoro, anche umile, come la distribuzione dei giornali a domicilio ogni mattina. E se rifiuta, perde il contributo di disoccupazione.
Il peggio, dice Amoroso, è che queste regole non hanno niente a che vedere con il sistema di sicurezza sociale che la Danimarca vantava fino a un decennio fa: «La “flexsecurity” danese funzionava fino alla fine degli anni ‘80, poi il concetto è stato ripreso dalle autorità europee e lo hanno completamente stravolto, peggiorandolo». In Danimarca, aggiunge l’economista dell’università di Roskilde, la flessibilità «era considerata come libertà dei lavoratori di scegliere il lavoro che preferivano a seconda delle loro capacità». Una gara virtuosa: «Gli imprenditori finivano per farsi concorrenza tra loro offrendo migliori condizioni lavorative per attrarre i Bruno Amorosopiù capaci». La sicurezza c’era: «Durante questi passaggi tra un lavoro e l’altro, oltre a godere dei vantaggi di un sistema efficiente di servizi, il disoccupato veniva indennizzato in modo soddisfacente». Poi, l’appannamento della “flexsecurity”: «Negli ultimi anni è stato ridotto il periodo di disoccupazione, ma è stata tolta anche la scelta del lavoro che si vuole fare».
Ma si può importare in Italia questo modello? Questo sistema che oggi funziona in modo zoppo costa in Danimarca circa il 4.5% del Pil, mentre in Italia gli ammortizzatori sociali costano appena l’1% del prodotto interno lordo. Sicuramente la Danimarca parte avvantaggiata, sottolinea “Italia Oggi”, perché a Copenaghen e dintorni non esiste il sommerso, settore che da noi rappresenta il 30-35% del mercato del lavoro e delle attività produttive. In Danimarca «si sa chi lavora e quanto guadagna esattamente». Il problema, conclude Amoroso, è che in Italia esistono le condizioni perché troppe aziende continuino tranquillamente a restare nel sommerso: se emergessero, finirebbero per scomparire: «O si fanno emergere, creando condizioni di crescita economica e di domanda che le facciano sopravvivere, oppure al limite è meglio che esista anche il “nero”». Fonte: Libre associazione di idee
Come diventare tutti moderati, a suon di bastonate
Gentili signori. Grazie per esservi iscritti al nostro corso “Diventa moderato in tre lezioni e, se serve, a bastonate”. Lasciate che vi presenti i tre relatori e le linee guida del loro pensiero. Sergio Marchionne ci spiegherà che essere moderati aiuta. Per esempio aiuta a lavorare alla Fiat di Pomigliano. Come fare? Semplice: promettendo investimenti in cambio di un accordo. Poi, firmato l’accordo, fare il gesto dell’ombrello e scordarsi di aver mai pronunciato la frase «venti miliardi di investimenti». In presenza di sindacati moderati particolarmente ottusi che se ne scordano anche loro, il gioco può essere ripetuto. O si esporta in Usa o si chiudono due fabbriche. Funziona. Davanti a un cazzotto in faccia, infatti, l’estremista pensa: «Ehi, perché mi picchi?», mentre il moderato pensa: «Beh, poteva andar peggio, poteva spezzarmi una gamba».
Elsa Fornero, ministro del lavoro, sa che la maggior parte dei lavoratori sono licenziabili anche per motivi discriminatori, mentre alcuni no perché Elsa Forneroprotetti dall’articolo 18. Estenderlo a tutti, dunque? Siete pazzi? Un vero moderato dirà: prima leviamolo a tutti (fase uno) e poi diamo degli ammortizzatori sociali (fase due). Quando si scoprirà che per la fase due non ci sono soldi, i moderati che ci sono cascati dovrebbero spararsi in un piede, ma non lo faranno, perché essi detestano i gesti estremi. È un altro pregio dei moderati: sparano sempre a qualcun altro.
Mario Monti ci parlerà invece della moderazione per sottrazione. Avendo in programma di comprare 131 cacciabombardieri, avrebbe potuto dire: «Annulliamo l’ordine». Ma l’estremismo non paga, amici, e così ha deciso Alessandro Robecchiche ne compreremo «soltanto» 90. Quando i soliti fastidiosi estremisti chiederanno: «Che cosa cazzo ce ne facciamo esattamente di 90 bombardieri?», i moderati potranno soavemente rispondere: «Ma non siete mai contenti!». Grazie. Il nostro corso finisce qui. La retta? Tranquilli, avete già pagato.
Alessandro Robecchi "Moderati a bastonate"
Fonte Libre associazione di idee
venerdì 9 marzo 2012
La Spagna si ribella all'Euro dittatura!!!
Il premier conservatore Mariano Rajoy, ha annunciato che,quest'anno, non rispetterà il tetto del deficit di bilancio del 4,4%.
Questo è il "gran rifiuto" di inchinarsi al diktat imposto dalla Commissione Europea e dal Consiglio Europeo(Merkel-Sarkozy),prendendo così una decisione sovrana.
La Spagna,inoltre, ignorerà il target sul rapporto tra deficit e Pil ed imporrà il proprio ovvero il 5,8%,in calo dall'8,5% del 2011,in 20 anni di affari Ue,non era mai stato compiuto un atto così indipendente da parte di uno stato appartenente alla comunità.
Rajoy si e' ribellato alle regole dettate da Bruxelles a margine del summit Ue, senza nemmeno prima notificare la commissione o gli altri leader omologhi Ue. Ha approfittato della situazione: l'economia si contrarra' dell'1,7% quest'anno e la disoccupazione potrebbe arrivare al 24% della popolazione. Se a queste cifre si dovessero affiancare misure di austerita' maniacali sarebbe un piano indifendibile.
Il noto editorialista del quotidiano Repubblica ha dichiarato senza mezzi termini :"La Spagna non è un vecchio paese che permetterà di essere umiliato dal Cancelliere tedesco".
Monti,svegliaaaaaaaaaaaaaaaa!!!!!
Questo è il "gran rifiuto" di inchinarsi al diktat imposto dalla Commissione Europea e dal Consiglio Europeo(Merkel-Sarkozy),prendendo così una decisione sovrana.
La Spagna,inoltre, ignorerà il target sul rapporto tra deficit e Pil ed imporrà il proprio ovvero il 5,8%,in calo dall'8,5% del 2011,in 20 anni di affari Ue,non era mai stato compiuto un atto così indipendente da parte di uno stato appartenente alla comunità.
Rajoy si e' ribellato alle regole dettate da Bruxelles a margine del summit Ue, senza nemmeno prima notificare la commissione o gli altri leader omologhi Ue. Ha approfittato della situazione: l'economia si contrarra' dell'1,7% quest'anno e la disoccupazione potrebbe arrivare al 24% della popolazione. Se a queste cifre si dovessero affiancare misure di austerita' maniacali sarebbe un piano indifendibile.
Il noto editorialista del quotidiano Repubblica ha dichiarato senza mezzi termini :"La Spagna non è un vecchio paese che permetterà di essere umiliato dal Cancelliere tedesco".
Monti,svegliaaaaaaaaaaaaaaaa!!!!!
giovedì 8 marzo 2012
Il governo italiano finanzia le piccole e medie imprese della Serbia
Assurdo ma vero: dopo aver aumentato le tasse alle aziende
italiane, alle quali, in caso di difficoltà, anziché aiutarle vengono
affossate mediante dis-Equitalia, il governo Monti ha stanziato una
"linea di credito" di 30.000.000€ A SOSTEGNO DELLE Piccole Medie
Imprese... serbe, e delle municipalizzate locali serbe... ALLUCINANTE...
Di seguito l'articolo di TMNews, segnalato dall'amico Footam 14:
Belgrado, 2 mar. (TMNews) - Il governo italiano stanzia una linea di credito di 30 milioni di euro a sostegno delle Piccole medie imprese (Pmi) serbe e delle aziende municipalizzate locali. Ne informa una nota della Cooperazione italiana a Belgrado. Si tratta di una seconda tranche di credito, dopo una prima già stanziata nel corso del 2011 da 15 milioni di euro a "condizioni molto vantaggiose" che "confermano l'impegno italiano nel supporto della crescita della Serbia", si legge nella nota.
Nello specifico, il credito, rimborsabile entro massimo otto anni, sarà stanziato ad un tasso di interesse effettivo del 4,85%, con un periodo di grazia di due anni. Il credito è vincolato all'utilizzo, fino al 70% del suo ammontare, per l'acquisto di beni e servizi di origine italiana, mentre il rimanente 30% potrà essere impiegato nella copertura dei costi locali.
I beneficiari finali accederanno al credito attraverso l'intermediazione di nove istituti bancari locali, selezionati attraverso evidenza pubblica ed è stato realizzato in questi giorni un primo corso destinato agli operatori bancari. Nelle prossime settimane sono previsti anche corsi per gli operatori delle aziende municipalizzate serbe.
Fonte NoCensura.com
Di seguito l'articolo di TMNews, segnalato dall'amico Footam 14:
Belgrado, 2 mar. (TMNews) - Il governo italiano stanzia una linea di credito di 30 milioni di euro a sostegno delle Piccole medie imprese (Pmi) serbe e delle aziende municipalizzate locali. Ne informa una nota della Cooperazione italiana a Belgrado. Si tratta di una seconda tranche di credito, dopo una prima già stanziata nel corso del 2011 da 15 milioni di euro a "condizioni molto vantaggiose" che "confermano l'impegno italiano nel supporto della crescita della Serbia", si legge nella nota.
Nello specifico, il credito, rimborsabile entro massimo otto anni, sarà stanziato ad un tasso di interesse effettivo del 4,85%, con un periodo di grazia di due anni. Il credito è vincolato all'utilizzo, fino al 70% del suo ammontare, per l'acquisto di beni e servizi di origine italiana, mentre il rimanente 30% potrà essere impiegato nella copertura dei costi locali.
I beneficiari finali accederanno al credito attraverso l'intermediazione di nove istituti bancari locali, selezionati attraverso evidenza pubblica ed è stato realizzato in questi giorni un primo corso destinato agli operatori bancari. Nelle prossime settimane sono previsti anche corsi per gli operatori delle aziende municipalizzate serbe.
Fonte NoCensura.com
Ostaggio italiano ucciso in Nigeria
L'ostaggio italiano Franco Lamolinara è rimasto ucciso
durante un blitz condotto in Nigeria da un commando delle unità
speciali dell'esercito britannico (Sbs) insieme alle forze nigeriane nel
tentativo di liberarlo dal gruppo islamico che lo aveva rapito il
maggio scorso. Nel corso del blitz è morto anche l'altro ostaggio, il
britannico Chris McManus.
Il tentativo, tragicamente fallito, è avvenuto senza che l'Italia ne fosse al corrente e Roma ha chiesto spiegazioni dettagliate sulla dinamica del blitz. A dare il là all'operazione militare sono state le autorità nigeriane con il forte sostegno e l'appoggio militare di Downing Street sull'onda di un'accelerazione imprevista degli eventi nelle ultime ore e nel timore di un imminente pericolo di vita per i due ingegneri da maggio scorso nelle mani di frange estremiste di ispirazione islamica.
Un raid avvenuto all'insaputa delle autorità italiane che sono state informate solo a cose fatte, come puntualizza una nota di Palazzo Chigi, e sul quale il premier Mario Monti ha chiesto al presidente nigeriano di avere al più presto una ricostruzione dettagliata delle circostanze che hanno portato all'uccisione degli ostaggi.
È stato il premier David Cameron a telefonare al presidente del Consiglio Mario Monti - che era in volo da Belgrado diretto a Roma - per comunicargli la tragica notizia. «La finestra di opportunità per liberare Lamolinara e McManus stava chiudendosi», si è affrettato a spiegare Cameron a Monti precisando di aver autorizzato il blitz dopo aver ricevuto dai servizi segreti africani un video che dava indicazioni sul luogo della prigionia.
«Avevamo ragione di credere che le vite degli ostaggi fossero in imminente pericolo», ha detto ancora Cameron, quasi a voler togliere qualsiasi dubbio sulla validità della decisione assunta senza consultare l'Italia. Paese che, tradizionalmente, preferisce la via della trattativa a quella della forza. E a cui questa vicenda, con il suo drammatico epilogo, dà ragione.
Stando a quanto riferito dall'intelligence nigeriana quando le forze dell'esercito africano insieme alle unità dell'esercito britannico specializzate in operazione anfibie (tra le 16 e le 20, secondo il Daily Telegraph) hanno fatto irruzione in un'abitazione di Sokoto, nel nord-ovest della Nigeria, Lamolinara e McManus erano già morti. Poco dopo il presidente nigeriano Goodluck Jonathan ha annunciato l'arresto dei sequestratori-killer.
Il luogo della prigionia non dista molto da Birnin Kebbi, capitale dello Stato di Kebbi, nell'estremo nord-ovest della Nigeria, vicino al confine del Niger, dove i due ingegneri sono stati rapiti il 12 maggio del 2011. Lamolinara - 48 anni di Gattinara, in provincia di Vercelli, da 11 anni in Nigeria - e McManus furono colti di sorpresa da uomini armati che avevano fatto irruzione nella loro abitazione ferendo un tecnico nigeriano. Un altro ingegnere tedesco riuscì a scampare al sequestro scavalcando una rete metallica.
Dei due rapiti - entrambi dipendenti della Stabilini Visinoni Limeted - si ebbe notizia per la prima volta nell'agosto scorso quando i sequestratori inviarono un video all'ufficio della France Presse ad Abidjan. Nel filmato, lungo circa un minuto, non c'erano riferimenti alla data in cui era stato girato. I due, inginocchiati e con gli occhi bendati - circondati da uomini armati - a turno chiedono ai rispettivi governi di rispondere alle rivendicazioni dei rapitori che si presentano come membri di al Qaida.
ITALIA INFORMATA A COSE FATTE «Sorpresa» all'inizio, montata con il passare dei minuti in vera e propria «irritazione». L'Italia è stata avvertita solo «a cose fatte» del blitz deciso dal premier britannico David Cameron che ha portato alla morte di Franco Lamolinara in Nigeria assieme all'altro ostaggio inglese, Christopher McManus. Un'operazione, fallita, condotta da forze nigeriane e da un pugno di commando delle Sbs britanniche, le teste di cuoio della Royal Navy. È stato solo «ad azione avviata», come recita la nota di Palazzo Chigi, che Cameron ha alzato la cornetta per chiamare il premier Mario Monti, in quel momento sull'aereo che lo riportava a Roma da Belgrado.
Per avvertirlo che le cose erano andate male, e che i due ostaggi erano stati uccisi dai rapitori - è la versione britannica e nigeriana - prima che le forze speciali potessero intervenire. Immediate e febbrili le consultazioni con Quirinale, Difesa e Farnesina, per una vicenda che gli stessi servizi italiani hanno fatto sapere di ritenere «sorprendente». Il rapimento di Lamolinara è stato infatti seguito «da vicino» in questi dieci mesi dagli 007 dell'Aise in collaborazione con i colleghi inglesi e nigeriani. Con i quali, però, si apprende da fonti di intelligence, lo scambio di informazioni non è sempre stato soddisfacente.
Un 'difetto di comunicazionè che ha raggiunto l'apice proprio oggi: una circostanza grave, su cui il Copasir, l'organismo parlamentare di controllo sui servizi di sicurezza, ha gi… fatto sapere per bocca del presidente Massimo D'Alema che vuole vederci chiaro. La prassi consolidata in casi del genere prevede infatti che la pianificazione, la decisione e l'esecuzione di un eventuale blitz veda il concorso di tutti i Paesi interessati. Prassi che in questa vicenda, evidentemente, non è stata seguita. La nota di Palazzo Chigi seguita alla telefonata tra Monti e Cameron è chiarissima laddove indica che «l'azione è stata avviata autonomamente dalle autorit… nigeriane con il sostegno britannico, informandone le autorit… italiane solo ad operazione avviata».
E a Roma, ovviamente, non può bastare che il premier britannico ci abbia messo la faccia, presentandosi in conferenza stampa per assumersi tutte le responsabilità del fallimento. Atterrato a Ciampino, è stato Monti stavolta a comporre il numero del presidente nigeriano Jonathan per chiedere anche a lui spiegazioni e una «ricostruzione dettagliata delle circostanze che hanno portato all'uccisione degli ostaggi». Una tragedia che porta con sè increspature evidenti e di cui il governo avrebbe fatto volentieri a meno in un momento delicatissimo in cui l'Italia è già impegnata in un estenuante braccio di ferro con New Delhi per l'affaire dei due marò.
Fonte Leggo.it
Il tentativo, tragicamente fallito, è avvenuto senza che l'Italia ne fosse al corrente e Roma ha chiesto spiegazioni dettagliate sulla dinamica del blitz. A dare il là all'operazione militare sono state le autorità nigeriane con il forte sostegno e l'appoggio militare di Downing Street sull'onda di un'accelerazione imprevista degli eventi nelle ultime ore e nel timore di un imminente pericolo di vita per i due ingegneri da maggio scorso nelle mani di frange estremiste di ispirazione islamica.
Un raid avvenuto all'insaputa delle autorità italiane che sono state informate solo a cose fatte, come puntualizza una nota di Palazzo Chigi, e sul quale il premier Mario Monti ha chiesto al presidente nigeriano di avere al più presto una ricostruzione dettagliata delle circostanze che hanno portato all'uccisione degli ostaggi.
È stato il premier David Cameron a telefonare al presidente del Consiglio Mario Monti - che era in volo da Belgrado diretto a Roma - per comunicargli la tragica notizia. «La finestra di opportunità per liberare Lamolinara e McManus stava chiudendosi», si è affrettato a spiegare Cameron a Monti precisando di aver autorizzato il blitz dopo aver ricevuto dai servizi segreti africani un video che dava indicazioni sul luogo della prigionia.
«Avevamo ragione di credere che le vite degli ostaggi fossero in imminente pericolo», ha detto ancora Cameron, quasi a voler togliere qualsiasi dubbio sulla validità della decisione assunta senza consultare l'Italia. Paese che, tradizionalmente, preferisce la via della trattativa a quella della forza. E a cui questa vicenda, con il suo drammatico epilogo, dà ragione.
Stando a quanto riferito dall'intelligence nigeriana quando le forze dell'esercito africano insieme alle unità dell'esercito britannico specializzate in operazione anfibie (tra le 16 e le 20, secondo il Daily Telegraph) hanno fatto irruzione in un'abitazione di Sokoto, nel nord-ovest della Nigeria, Lamolinara e McManus erano già morti. Poco dopo il presidente nigeriano Goodluck Jonathan ha annunciato l'arresto dei sequestratori-killer.
Il luogo della prigionia non dista molto da Birnin Kebbi, capitale dello Stato di Kebbi, nell'estremo nord-ovest della Nigeria, vicino al confine del Niger, dove i due ingegneri sono stati rapiti il 12 maggio del 2011. Lamolinara - 48 anni di Gattinara, in provincia di Vercelli, da 11 anni in Nigeria - e McManus furono colti di sorpresa da uomini armati che avevano fatto irruzione nella loro abitazione ferendo un tecnico nigeriano. Un altro ingegnere tedesco riuscì a scampare al sequestro scavalcando una rete metallica.
Dei due rapiti - entrambi dipendenti della Stabilini Visinoni Limeted - si ebbe notizia per la prima volta nell'agosto scorso quando i sequestratori inviarono un video all'ufficio della France Presse ad Abidjan. Nel filmato, lungo circa un minuto, non c'erano riferimenti alla data in cui era stato girato. I due, inginocchiati e con gli occhi bendati - circondati da uomini armati - a turno chiedono ai rispettivi governi di rispondere alle rivendicazioni dei rapitori che si presentano come membri di al Qaida.
ITALIA INFORMATA A COSE FATTE «Sorpresa» all'inizio, montata con il passare dei minuti in vera e propria «irritazione». L'Italia è stata avvertita solo «a cose fatte» del blitz deciso dal premier britannico David Cameron che ha portato alla morte di Franco Lamolinara in Nigeria assieme all'altro ostaggio inglese, Christopher McManus. Un'operazione, fallita, condotta da forze nigeriane e da un pugno di commando delle Sbs britanniche, le teste di cuoio della Royal Navy. È stato solo «ad azione avviata», come recita la nota di Palazzo Chigi, che Cameron ha alzato la cornetta per chiamare il premier Mario Monti, in quel momento sull'aereo che lo riportava a Roma da Belgrado.
Per avvertirlo che le cose erano andate male, e che i due ostaggi erano stati uccisi dai rapitori - è la versione britannica e nigeriana - prima che le forze speciali potessero intervenire. Immediate e febbrili le consultazioni con Quirinale, Difesa e Farnesina, per una vicenda che gli stessi servizi italiani hanno fatto sapere di ritenere «sorprendente». Il rapimento di Lamolinara è stato infatti seguito «da vicino» in questi dieci mesi dagli 007 dell'Aise in collaborazione con i colleghi inglesi e nigeriani. Con i quali, però, si apprende da fonti di intelligence, lo scambio di informazioni non è sempre stato soddisfacente.
Un 'difetto di comunicazionè che ha raggiunto l'apice proprio oggi: una circostanza grave, su cui il Copasir, l'organismo parlamentare di controllo sui servizi di sicurezza, ha gi… fatto sapere per bocca del presidente Massimo D'Alema che vuole vederci chiaro. La prassi consolidata in casi del genere prevede infatti che la pianificazione, la decisione e l'esecuzione di un eventuale blitz veda il concorso di tutti i Paesi interessati. Prassi che in questa vicenda, evidentemente, non è stata seguita. La nota di Palazzo Chigi seguita alla telefonata tra Monti e Cameron è chiarissima laddove indica che «l'azione è stata avviata autonomamente dalle autorit… nigeriane con il sostegno britannico, informandone le autorit… italiane solo ad operazione avviata».
E a Roma, ovviamente, non può bastare che il premier britannico ci abbia messo la faccia, presentandosi in conferenza stampa per assumersi tutte le responsabilità del fallimento. Atterrato a Ciampino, è stato Monti stavolta a comporre il numero del presidente nigeriano Jonathan per chiedere anche a lui spiegazioni e una «ricostruzione dettagliata delle circostanze che hanno portato all'uccisione degli ostaggi». Una tragedia che porta con sè increspature evidenti e di cui il governo avrebbe fatto volentieri a meno in un momento delicatissimo in cui l'Italia è già impegnata in un estenuante braccio di ferro con New Delhi per l'affaire dei due marò.
Fonte Leggo.it
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