venerdì 6 aprile 2012

Ladroni a casa nostra, Lerner: crudele nemesi padana


L’indecoroso epilogo della “rivoluzione” leghista, scivolata dalle valli del Nord nella bambagia governativa di Roma, e poi giù fino al paradiso speculativo della Tanzania, deturpa irrimediabilmente la biografia di Umberto Bossi. Il leader politico che si pretendeva addirittura fondatore di una nazione – dice Gad Lerner – viene accusato ora di avere usufruito di soldi pubblici, denaro non contabilizzato, anche per sostenere i costi della sua famiglia: il suo vero punto debole, da quando il Senatùr «s’è adoperato nel tentativo di perpetuare il suo carisma per via dinastica nell’inadeguata figura del figlio Renzo». Proprio lui che aveva fatto della sobrietà popolana la sua cifra esistenziale, continua Lerner su “Repubblica” il 4 aprile, avrebbe commesso leggerezze mai digerite dalla base militante, come la casa in Sardegna intestata al sindacato padano di cui è segretaria la sua “badante” Rosi Mauro.
Addio alla Lega “dura e pura”, pronta a mettere alla frusta la vecchia casta di Tangentopoli. Fine di un mito: prima la stagione berlusconiana coi Bossi col figlio Renzocompromessi delle “leggi ad personam”, tutte votate “turandosi il naso”, e ora l’inaudita tempesta giudiziaria che colpisce il Carroccio proprio quando è tornato all’opposizione, contro la maggioranza-ombra formata da Pd e Pdl che sostengono il “governo dei banchieri”. Per Lerner, rimarrà scolpito come nemesi storica l’atto di ribellione compiuto da un militante dell’hinterland milanese che il 23 gennaio scorso ha presentato il suo esposto alla Procura contro l’accumulo disinvolto di risorse pubbliche, i famigerati rimborsi elettorali, da lui considerato scandaloso. Fuori tempo massimo anche Roberto Maroni, che per “fare pulizia” nel partito ha chiesto la rimozione «del già screditato tesoriere Francesco Belsito». Possibile che quand’era al Viminale «non disponesse degli strumenti necessari a verificare per tempo la spregiudicatezza dell’uomo preposto a gestire le finanze della Lega?».
«Anziché scagliarsi contro Roberto Saviano che denunciava le relazioni pericolose intrattenute da alcuni politici nordisti con le cosche calabresi – continua Lerner – non sarebbe toccato a Maroni per primo fare la pulizia che tardivamente invoca?». Nel Comitato amministrativo federale della Lega Nord, insieme all’indagato Belsito, siedono due grossi calibri come Roberto Castelli e Piergiorgio Stiffoni: entrambi, l’8 marzo scorso, dichiararono di aver esaminato accuratamente il bilancio del partito senza trovarvi alcuna irregolarità, confermando inoltre piena fiducia al presidente del Consiglio regionale lombardo, Davide Boni, inquisito per corruzione. «Già avevano mentito, negando che la Lega avesse effettuato investimenti speculativi in Tanzania; investimenti per milioni di euro confermati Gad Lernerviceversa ieri dallo stesso Belsito», scrive Lerner. «Con quale credibilità i dirigenti leghisti possono proclamarsi adesso “parte lesa”?».
La vetusta insinuazione di una “giustizia a orologeria” che si accanirebbe contro un partito coraggioso ritornato all’opposizione, aggiunge l’editorialista e conduttore televisivo, difficilmente commuoverà un’opinione pubblica sbalordita dalle cifre accumulate grazie a una legge ingiusta. Legge che «permette a ristrette oligarchie che si sottraggono a ogni verifica democratica (la Lega Nord non tiene il suo Congresso federale da ben dieci anni, in barba allo Statuto) di arricchirsi spendendo molto meno di quel che incassano. E di amministrare in totale opacità queste risorse, con rendiconti irregolari». Proprio questo induce la magistratura a ipotizzare per la prima volta l’accusa di truffa ai danni dello Stato, visto che si tratta pur sempre di soldi pubblici.
«Nessuno può sognare più un ritorno alla Lega delle origini», insiste Lerner. «Lo sa bene per primo Roberto Maroni, che ora resta in disparte nell’attesa di un passo indietro di Umberto Bossi, confidando che l’apparato leghista lo riconosca quale legittimo successore», anche se ha commesso l’errore tattico di «offrire copertura a Davide Boni, evitando di pretenderne le dimissioni». Il gruppo dirigente della Lega è composto da quadri giunti alla quarta, quinta legislatura: «Un ceto di capipartito che ormai ha ben poca credibilità quando sollecita le pulsioni dell’antipolitica nell’elettorato». Lo stesso Maroni rischia di rimanere travolto dalle macerie di un movimento che non è ancora riuscito a rinnovare. «Fa paura il vuoto politico evidenziato dagli scandali che si susseguono nel finanziamento pubblico dei partiti, da Lusi a Belsito». Nei giorni scorsi, sulla spianata di Pontida, una mano sconosciuta aveva corretto l’enorme scritta “Padroni a casa nostra” in “Ladroni a casa nostra”. «De profundis. Solo che, uno scandalo dopo l’altro, un partito azzoppato dopo l’altro, anche la democrazia rappresentativa rischia di uscirne mortalmente ferita».

Fonte:Libre/associazione di idee

giovedì 5 aprile 2012

Caso Belsito: auto, multe e ristrutturazioni. La segretaria di Bossi parla per nove ore

pubblicata da Informazione - Illuminiamo le Coscienze 





La responsabile amministrativa della Lega Nord Nadia Degrada è stata perquisita e interrogata Woodcock a Milano. Nelle intercettazioni telefoniche non era tenera con i familiari del Senatur e anche nell’interrogatorio ha tenuto il punto: il tesoriere apriva i cordoni della borsa del partito per ingraziarsi il suo leader

Illustrazione di Emanuele Fucecchi
I viaggi e l’auto lussuosa guidata dal Trota, le spese per il suo tormentato diploma di maturità, le cure costose dell’anziano leader, la ristrutturazione della sua casa di Gemonio, la scuola della moglie di Bossi, e persino i conti della pasionaria verde Rosi Mauro, leader di un piccolo sindacato capace di grandi spese. Persino le multe dell’irrequieto Riccardo Bossi, stando a quanto si dicono al telefono il tesoriere della Lega e altri collaboratori dello staff, finivano in conto a “Roma ladrona”. Francesco Belsito non badava a spese pur di far felice il segretario.

Il caro leader

Grazie a Umberto Bossi la sua vita era cambiata. L’ex autista del deputato forzista Alfredo Biondiaveva in mano le chiavi della cassaforte della Lega Nord e sapeva come ricompensare il caro leader e la sua famiglia. Il rapporto tra il tesoriere – con amicizie spericolate tra i calabresi – e il capo della Lega Nord filava liscio anche grazie all’elasticità di Belsito nell’interpretare la linea che divide il partito dalla famiglia del leader. Così, nonostante la gestione spericolata degli investimenti in Tanzania e a Cipro, Belsito è rimasto al suo posto fino a ieri.

In realtà però il leader lo aveva ormai mollato e questa è stata la ragione dei guai peggiori per entrambi. Dopo i primi articoli di stampa negativi sul suo conto, l’aria per Belsito a via Bellerio era cambiata. Quando il tesoriere ha capito che il suo leader non lo avrebbe difeso e che presto qualcuno avrebbe messo le mani sui conti della Lega, ha cominciato a lamentarsi al telefono. Da quel momento l’inchiesta di Napoli condotta dai pm Henry John Woodcock e Vincenzo Piscitelli, che tenevano sotto controllo i suoi telefoni, è decollata. Gli uomini del Nucleo operativo ecologico (Noe) dei Carabinieri dell’ambiente, coordinati dal colonnello Sergio De Caprio, hanno trascritto decine di pagine di conversazioni telefoniche del tesoriere della Lega Nord e delle sue segretarie. “Come possono mollarlo…” Tutte solidali con lui, commentavano con rabbia e delusione l’atteggiamento mutato di Bossi e compagni. “Ma come possono mollare così Francesco Belsito”, dicevano ignari delle intercettazioni, “dopo tutto quello che il tesoriere ha fatto per Umberto Bossi e per la sua famiglia?”.

Anche Belsito, quando ha sentito la fine avvicinarsi, ha cominciato a elencare al telefono tutto quello che aveva dato alla famiglia Bossi e ha persino chiesto alla sua fidata segretaria di conservare le carte, chissà per farne quale uso. Certo l’elenco delle spese e dei regali, tutto da riscontrare, è impressionante.

Assegni e contanti

Si parte con i recenti lavori di ristrutturazione della casa di Gemonio dove Umberto Bossi vive con la moglie Manuela Marrone; poi ci sono le spese mediche per le visite specialistiche dell’anziano e malconcio leader della Lega. E ancora soldi, in assegno o contanti, sia per i familiari di Umberto Bossi che per la senatrice Rosi Mauro, segretaria del sindacato padano Sin. Pa. la cui sede ieri è stata perquisita. Stando a quanto si sente dire nelle intercettazioni confluite nelle informative dei Carabinieri, sarebbe stato pagato con i soldi della Lega (e quindi anche dei contribuenti) persino il tortuoso percorso che ha permesso a Renzo Bossi di agguantare il diploma di maturità scientifica, dopo tre bocciature, con la votazione di 69 su 100. Il “Trota”, come è stato soprannominato dal padre, non avrebbe nuotato con le sue pinne nemmeno nella campagna elettorale che lo ha portato al consiglio regionale lombardo. Sempre stando alle indiscrezioni confluite negli atti dell’indagine, ancora non riscontrate, l’altro figlio del leader lumbard, Riccardo Bossi, si sarebbe fatto saldare dalla Lega una cartella esattoriale per una multa non pagata.

Lady Manuela

Anche la moglie di Umberto Bossi, Manuela Marrone, è citata negli atti dell’inchiesta. La scuola Bosina, fondata nel 1998 da lady Bossi, maestra elementare e baby-pensionata all’età di 39 anni nel 1992, sarebbe stata finanziata con i fondi della Lega Nord. E se in questo caso forse un appiglio formale ci potrebbe essere per sostenere la regolarità del finanziamento, in altri casi i soldi escono dalle casse della Lega senza giustificazione alcuna magari per pagare viaggi senza collegamento con l’attività politica. I pm milanesi Alfredo Robledo, Paolo Filippini e Roberto Pellicano scrivono nel loro decreto di sequestro che “Belsito ha usato la tesoreria della Lega Nord per impieghi non contabilizzati o contabilizzati in modo non veritiero e tra questi impieghi nelle conversazioni telefoniche indicate nella nota del Noe dei Carabinieri”, proseguono i pm, “ci sono i ‘costi della famiglia’, intendendosi per tali gli esborsi effettuati per esigenze personali di familiari del leader della Lega Nord. Si tratta di esborsi in contante o con assegni circolari o attraverso contratti simulati”.

Tutta colpa di uno solo?

I pm milanesi e napoletani non hanno avuto il tempo di riscontrare la verità delle affermazioni contenute nelle conversazioni intercettate di Belsito e dei suoi interlocutori. Nessuno dei familiari di Bossi, né tanto meno il segretario della Lega, è iscritto nel registro degli indagati. È evidente però che l’inchiesta punta ad accertare se Belsito sia l’unico colpevole per tutti questi soldi usciti dai bilanci della Lega senza lasciare traccia né giustificazione alcuna. Un personaggio chiave dell’indagine è la segretaria amministrativa della Lega Nord, Nadia Dagrada. Ieri è stata perquisita e interrogata dal pm Henry John Woodcock a Milano. La durata dell’interrogatorio, ben nove ore, lascia intendere che la donna dei conti della Lega abbia deciso di dire tutto quello che sa. Nelle intercettazioni telefoniche non era tenera con i familiari di Bossi e anche nell’interrogatorio ha tenuto il punto: Belsito apriva i cordoni della borsa del partito per ingraziarsi il suo leader. Ma, secondo quello che avrebbe detto la segretaria amministrativa della Lega, mentre Umberto Bossi è sempre stato disinteressato al denaro e ai favori, i figli se ne sarebbero un po’ approfittati.

da Il Fatto Quotidiano del 4 aprile 2012
http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/04/il-diploma-del-trota-la-supercar-e-lavori-per-la-villa/202171/

GOVERNO/ Il golpe Napolitano-Bilderberg

pubblicata da Informazione - Illuminiamo le Coscienze



Notizie - Italia Scritto da Pasquale Di Bello Martedì 15 Novembre 2011 07:01

Con l’incarico a Mario Monti il Paese viene consegnato alla grande speculazione finanziaria internazionale. Determinante, in questa circostanza, il ruolo del Capo dello Stato. Giorgio Napolitano, con una forzatura al limite del colpo di mano, trasforma di fatto la Repubblica da parlamentare in presidenziale, questo dinanzi al ruolo arreso e passivo della politica. Piegata agli interessi delle logge pluto-massoniche internazionali, la Nazione si avviava verso l’esproprio della democrazia e della rappresentanza popolare. In Italia non è più la politica che governa l’economia ma l’economia che detta le regole alla politica e che impone la formazione del governo. L’iniziativa di Napolitano, quella di un nuovo esecutivo, poteva giustificarsi solo in chiave di una nuova legge elettorale che restituisse potere ai cittadini. Così non è stato. Sulla legge elettorale nessuna parola.
Vogliamo sottrarci al conformismo peloso che plaude a Giorgio Napolitano, autore di un colpo di mano al limite golpe istituzionale i cui effetti completi si vedranno solo nel 2013, quando si tornerà a votare. Se c’è una cosa certa, in questo momento di totale confusione, questa è una sola: Mario Monti, l’uomo del club Bilderberg chiamato a guidare il governo del Paese, non si schioderà dalla seggiola sino al termine naturale della legislatura. Quello che nasce camuffato da governo tecnico è la prova generale della coalizione demoplutocratica che nel 2013 si candiderà a guidare l’Italia. Un coacervo di forze conservatrici e reazionarie che, in questo anno e mezzo, avranno tempo di lavorare ai fianchi della politica, riducendola a lacchè della grande speculazione finanziariainternazionale.
Il governo Napolitano/Bilderberg è la fine del bipolarismo, e quindi del meccanismo di alternanza al governo. E’ la vittoria di un terzo polo mondialista, quello pluto-massonico la cui missione sta nella distruzione degli stati nazionali. L’imperialismo finanziario consiste proprio in questo: svuotare progressivamente la rappresentanza politica nazionale e sostituirla con una classe di tecnocrati cresciuti nelle centrali internazionali della grande finanza. Mario Monti, l’uomo scelto da Giorgio Napolitano sotto dettatura della Banca centrale europea, del Fondo monetario internazionale, della Trilaterale e del Club Bilderberg, incarna perfettamente il profilo utile alla realizzazione di quel colpo di stato finanziario auspicato dalle centrali massoniche internazionali. L’inversione dei ruoli oggi è perfettamente compiuta: non è più la politica che governa l’economia ma l’economia che governa la politica. Non è un governo nazionale, legittimamente eletto, a guidare l’economia e il Paese ma è la grande finanza a determinare laliquefazione della Nazione attraverso un governo imposto con un colpo di mano.
L’incarico a Mario Monti, che sul piano esterno rappresenta la vittoria dello stato imperialista delle multinazionali finanziarie, sul fronte interno, invece, equivale al passaggio d’emblée dalla seconda (quella del bipolarismo) alla terza repubblica, quella presidenziale. Giorgio Napolitano, assumendo poteri da nessuno conferitigli, ha fatto una scelta, quella di Monti, in totalecontrotendenza con la prassi istituzionale e col dettato costituzionale che, in assenza di effettive maggioranze politiche, avrebbe imposto lo scioglimento delle camere e l’indizione delleelezioni politiche generali. Soltanto chi è dotato di una robusta malafede può ignorare che la scelta di Napolitano precede, e non segue, come di regola, le consultazioni. Come si fa a sostenere che vi sia stato un rispetto, seppur solo formale della Costituzione, del Parlamento, e quindi del corpo elettorale? La rappresentanza popolare è stata di fatto usurpata dal Capo dello Stato che, con la propria iniziativa e la propria scelta che ha preceduto il confronto con i rappresentanti del Paese, ha di fatto trasformato la Repubblica da parlamentare in presidenziale. I partiti, nello schema adottato da Napolitano, sono stati chiamati semplicemente a ratificare una scelta già assunta. Siamo in presenza di un colpo di mano, e questo va detto senza mezzi termini. Tuttavia, trovandoci in Italia, che non dimentichiamolo è sempre il paese di Pulcinella, la tragedia assume quasi sempre il tono della farsa. Napolitano non solo decide per Mario Monti senza aver prima consultato le forze politiche e le rappresentanze parlamentari ma, goffamente, per dare al presidente in pectore una legittimazione politico-istituzionale, lo nomina senatore a vita in una notte. Considerando che da anni, in predicato per il laticlavio a vita, vi sono figure come Marco Pannella, un uomo che con le proprie battaglie civili ha realmente “illustrato” la storia d’Italia, la nomina di Monti assume agli occhi degli italiani il registro di una ridicola tarantella.
Quando andiamo scrivendo, purtroppo, trova conferma e implicita ammissione nelle stesse parole del Capo dello Stato. “Non si tratta ora – dice Napolitano – di operare nessun ribaltamento delle elezioni del 2008. Si tratta, a tre anni e mezzo dall’inizio della legislatura, di dar vita ad un governo che possa unire forze politiche diverse in uno sforzo straordinario che l’attuale emergenza finanziaria ed economica esige. Il confronto a tutto campo tra i diversi schieramenti riprenderà senza che sia stata oscurata o confusa alcuna identità appena la parola ritornerà ai cittadini per laelezione di un nuovo Parlamento”. Il Presidente della Repubblica, davanti ad un governo che mette insieme maggioranza e opposizione sostiene che non venga operato“nessun ribaltamento delle elezioni del 2008”, dimenticando che in quella circostanza il corpo elettorale si espresse inequivocabilmente per un governo del centrodestra assegnando a quello schieramento una delle più vaste rappresentanze parlamentari dalla nascita della Repubblica. La medesima, tuttavia, se si è sciolta e putrefatta in corso d’opera per colpa delle lotte intestine al Pdl e per l’indecorosa condotta berlusconiana, ciò non vuol dire che a pagare dazio sia la limpida volontà popolare espressa nel 2008. Per questo, per coerenza e rispetto a quel dato, oggi era necessario tornare immediatamente alle urne e dare un segnale di fermezza politica agli speculatori internazionali che ne avrebbero dovuto solo prendere atto.
Napolitano parla esclusivamente di quello che “esige” l’ “emergenza finanziaria ed economica”, rimandando sine die l’elezione del nuovo Parlamento. Occorrevano invece, signor Presidente, parole chiare e nette in due direzioni: quello dell’orizzonte temporale del costituendo governo, necessariamente breve, e quello della sua missione principale, che non è quella delle esigenze economiche della grande finanza, ma quella delle esigenze democratiche del popolo sovrano. Occorreva che lei, signor Presidente, imponendo Monti al Paese imponesse a Monti una priorità assoluta: la nuova legge elettorale. Una legge da farsi in tempi strettissimi e che avesse permesso ai cittadini, e non alle oligarchie di partito, di scegliere liberamente la propria rappresentanza. Non ci pare di aver udito una sua sola parola in questa direzione e per questo signor Presidente, oltre a quelle di Berlusconi, occorrerebbero altre dimissioni: le sue.

mercoledì 4 aprile 2012

Il popolo irlandese rifiuta le tasse inique l'equivalente della nostra IMU

pubblicata da Informazione - Illuminiamo le Coscienze 


Quasi la metà dei cittadini irlandesi si rifiuta di pagare la tassa sulla casa (“Household Tax”), imposta dal governo per ripagare i prestiti dei grandi organismi dell’usura internazionale.
Alla scadenza del 31 marzo, circa 805.500 proprietari di casa degli oltre 1,6 milioni registrati non hanno pagato la tassa che ammontava a 100 euro annui. Ora rischiano non soltanto multe salate, ma anche la prigione per aver “osato” opporsi ad una tassa ingiusta voluta dal governo. E proprio l’esecutivo di Dublino aveva voluto introdurre questa tassazione che avrebbe dovuto servire come parte di un accordo con l’Ue e il Fondo monetario internazionale per restituire il prestito da 85 miliardi di euro contratto a tassi d’usura due anni orsono e per sbloccare i nuovi “aiuti”. Tuttavia la decisione non è affatto gradita ai cittadini dell’ex Tigre celtica anzi è assolutamente impopolare, e questo perché è stato applicata indifferentemente a tutte le famiglie, povere o ricche che siano. La strategia di boicottaggio e di opposizione popolare è stata portata avanti da nove membri del parlamento irlandese, che per questo l’hanno assimilata alla campagna di protesta della fine del XIX secolo contro gli sfratti e gli affitti troppo alti. I deputati contrari alla tassa appartengono principalmente alla United Left Alliance o indipendenti, e per questo hanno lanciato già da settimane una campagna di boicottaggio. A fianco a loro si è schierato anche Joe Higgins, membro del Socialist Workers Party, che ha invitato gli irlandesi a boicottare la tassa definendola una “coercizione” che il governo non ha il diritto di imporre a più di un milione e mezzo di persone. Anche due deputati del Sinn Fein si sono associati alla protesta.
D’altronde i cittadini irlandesi sono stati negli ultimi mesi oggetto di dure manovre di austerità, attraverso misure draconiane da 24 miliardi di euro messe in atto con aumenti fiscali e tagli alla spesa. E finora l’ex Tigre celtica è stata presentata come un fulgido esempio di come battere la crisi imponendo tagli senza vedere allo stesso tempo l’insorgere di disordini sociali. La settimana scorsa intanto l’Ufficio nazionale di statistica aveva sottolineato che il Paese è finito ancora in recessione registrando un calo del Pil dello 0,2 per cento nell’ultimo trimestre del 2011, dopo il calo dell’1,1 per cento nel trimestre precedente.
Il maggior gettito atteso dalla nuova norma è stato formalizzato in 160 milioni di euro. Questo per il 2012, mentre a partire dal 2013 sarà introdotto un aumento che dovrebbe condurre a regime l’imposta, fissandone il gettito a non meno di mezzo miliardo di euro, un bottino ritenuto elevato per un Paese come l’Irlanda. Niente da fare, nonostante le polemiche e le minacce, il primo ministro Enda Kenny (nella foto) è stato chiaro: l’imposta è una delle condizioni sottoscritte al Fondo monetario internazionale e alla Banca centrate europea in vista dello sblocco di ulteriori 3,9 miliardi di euro di prestiti. Un’imposizione che come hanno dimostrato i risultati non ha soddisfatto il popolo irlandese. E per questo la metà dei proprietari di casa non ha pagato l’imposta, esprimendo così il suo dissenso contro la politica del governo che obbliga i cittadini a fare enormi sacrifici per ripagare gli errori ingiustificati commessi da banchieri e politici senza scrupoli.


http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=14120

martedì 3 aprile 2012

DIMISSIONI DI MASSA DEI BANCHIERI DI TUTTO IL MONDO! COSA STA PER ACCADERE ?

Informazione - Illuminiamo le Coscienze

La Febbre di Febbraio diventa la Follia di Marzo: le dimissioni di massa dei banchieri continuano senza sosta
Il mese scorso, avevo fatto qualche considerazione in merito al crescente numero di dimissioni dai vertici di istituzioni finanziarie in tutto il mondo e, con mia sorpresa, il fenomeno non è affatto cessato.
All’epoca, pubblicammo una lista di 40 dimissioni, ma ora il numero è schizzato incredibilmente a ben 450. La lista include i principali ruoli dirigenziali in ogni istituzione finanziaria, dai fondi di risparmio ai fondi pensione, fondi azionari, fondi sovrani, banche, organi d’investimento.

La grande domanda, tuttora sospesa, è: perché?

Ad oggi nessuno è in grado di fornire una risposta, se non a livello di semplici speculazioni.
Una delle dimissioni più recenti è quella di Tarek Amer, amministratore delegato della Banca Nazionale dell’Egitto. Amer ha annunciato che lascerà il suo attuale incarico alla fine del 2012, secondo il settimanale egiziano Al Ahram. Degno di interesse il fatto che non abbia ricevuto offerte da nessun altra banca ed abbia rifiutato di rivelare le motivazioni delle sue dimissioni. Sembra che Amer avesse rassegnato le proprie dimissioni per iscritto nel Febbraio 2011 ma non sarebbero state accolte.
Negli stessi giorni, anche Jonathan Moulds, del ramo britannico della Bank of America Corporation, annunciava le proprie dimissioni. Oltre a Moulds, anche Andrea Orcel ha dato le dimissioni dal medesimo istituto, per approdare ai vertici della 
svizzera UBS.
Moulds si occupava del controllo del debito e di vendite di capitali e commerciali in Europa e in Asia, oltre ad avere un ruolo importante nella creazione di pratiche di negoziazione dei derivati e nella loro vendita nel mondo. Anche in questo caso, non vi sono chiare motivazioni che giustifichino la sua scelta.
Lo stesso giorno in cui Moulds annunciava le dimissioni, lasciava il suo incarico anche Bert Tippen, capo dell’ufficio investimenti del Fondo Pensione Nedlloyd
Sempre nello stesso giorno, il 22 Marzo 2012, prendeva la stessa decisione anche Neil Rogan, capo dell’azionariato globale alla Henderson Investors.
Il 21 marzo, ugualmente, non si erano avute meno di cinque dimissioni. Tra queste, il capo dei servizi azionari globali del Royal Bank of Scotland Group, Gregory Wagner; Mike Muller, dirigente regionale per l’Ontario e l’Antartico della National Bank Financial canadese; John Botham, il capo dell’azionariato europeo di Arviva Investors; Eric Dean, il capo del servizio informativo della Liquidity Services Inc.; e Wolfgang Hammes, co-presidente di Deutsche Bank AG.
La natura misteriosa e repentina di queste dimissioni è molto interessante e ci spinge a chiederci che cosa ci sia sotto. Forse sanno qualcosa che noi non sappiamo? Stanno preparando qualcosa o cercando di limitare le proprie perdite? Sfortunatamente, ne sappiamo così poco che è difficile fare delle ipotesi e se affermassi di conoscere la reale motivazione di questi accadimenti, affermerei il falso.
Esiste una pagina Facebook che sta seguendo le dimissioni di massa, che io vi incoraggio a visitare per seguire in modo aggiornato la lista di dimissioni delle principali figure all'interno di istituzioni finanziarie, governi e grandi aziende.

Fonte: nocensura

Reddito di cittadinanza, il modello sociale europeo che l’Italia ignora


Reddito di cittadinanza, il modello sociale europeo che l’Italia ignora

di Giovanni Perazzoli

(…)Per me che vivo in Olanda appare assolutamente incomprensibile che non si ponga in Italia alcuna attenzione ai sussidi di disoccupazione europei.

I giornali parlano di un “modello tedesco” che è frutto più di fantasia che di realtà. Tanto più, allora, perché non informare l’opinione pubblica italiana che in Germania (come in tutta Europa) non sono, attenzione, coloro che sono stati licenziati ad avere dallo stato l’affitto dell’alloggio e un sussidio illimitato, ma tutte le persone maggiorenni disoccupate, indipendentemente dal fatto che abbiamo o meno mai lavorato? Il sussidio termina, in mancanza di un’occupazione, con la pensione. Non è assolutamente vero quello che scrivono i giornali italiani che sia a tempo determinato. Confondono per ignoranza o in modo intenzionale l’indennità di disoccupazione e il sussidio di disoccupazione.

(...) In Italia non si sa neanche che chi in Europa (Francia, Germania, Gran Bretagna e non solo Danimarca, Svezia…) non guadagna abbastanza ottiene un’integrazione del reddito, e anche chi lavora part time ottiene un’integrazione del reddito. Poi si scopre che in Italia il reddito medio è da miseria. E tutti si sorprendono. Ma veramente in Italia si ignora l’abc dello stato sociale? (…)

L’esistenza di quello che di fatto è un reddito di cittadinanza in Europa (…) spiega la flessibilità europea (peraltro di gran lunga minore che in Italia), spiega l’assenza di lavoro nero, spiega l’assenza delle massicce raccomandazioni, spiega anche il fatto che le persone competenti occupino in genere il posto che compete loro (mentre così non è in Italia). Non capisco perché nonostante l'Europa raccomandi dal lontano 1992 all’Italia di introdurre un reddito di cittadinanza questo non succede neanche con la crisi. E soprattutto è incomprensibile che a sinistra nessuno ne parli chiaramente.

La Francia è stata l'ultimo paese in Europa ad adottare una forma di sussidio che di fatto è un reddito di cittadinanza ben venti anni fa. La rivista “Esprit” dedicò un numero speciale all'evento. (…)

L'unico che in Italia sta ponendo con coerenza il problema del reddito di cittadinanza sul modello europeo è Maurizio Landini; temo però sia un outsider, una scheggia impazzita del sistema.

Ichino ha detto in trasmissione che l’indennità di disoccupazione che vorrebbe introdurre il governo Monti è di qualche mese più lunga dell’indennità di disoccupazione tedesca (12 o 18 mesi). Ma non ha spiegato bene (anche perché nessuno glielo ha chiesto) che dopo l’indennità di disoccupazione in Germania (e in tutta Europa) c’è un altro sussidio, meno “ricco”, per modo dire, ma che è illimitato (ovvero limitato solo dalla pensione e, ovviamente, da una nuova eventuale occupazione) e che copre anche l’affitto dell’alloggio. (…)Una donna sola e disoccupata con figli ha in Germania dallo stato più di 1800 euro mensili. (…)

Possibile che nessuno ritenga importante ricordare che è dal 1992 che l’Europa raccomanda all’Italia di adottare il reddito di cittadinanza? Possibile che nessuno abbia notato che anche nella famosa lettera della Bce (sic!) si rinnova al governo italiano l’invito a introdurre i sussidi di disoccupazione sul modello europeo e che la stessa cosa viene ripetuta nelle famose domande di chiarimento dell’Europa?

Una breve ricerca su internet: ecco una parte del testo della raccomandazione 92/441 CEE pubblicato anche sulla Gazzetta ufficiale. Leggo:

Ogni lavoratore della Comunità europea ha diritto ad una protezione sociale adeguata e deve beneficiare, a prescindere dal regime e dalla dimensione dell'impresa in cui lavora, di prestazioni di sicurezza sociale ad un livello sufficiente.

Le persone escluse dal mercato del lavoro, o perché non hanno potuto accedervi o perché non hanno potuto reinserirvisi, e che sono prive di mezzi di sostentamento devono poter beneficiare di prestazioni e di risorse sufficienti adeguate alla loro situazione personale.

Poi leggo:

(12) … il Parlamento europeo, nella sua risoluzione concernente la lotta contro la povertà nella Comunità europea (5), ha auspicato l'introduzione in tutti gli Stati membri di un reddito minimo garantito, inteso quale fattore d'inserimento nella società dei cittadini più poveri;

O anche

il Comitato economico e sociale, nel suo parere del 12 luglio 1989 in merito alla povertà (6), ha anch'esso raccomandato l'introduzione di un minimo sociale, concepito ad un tempo come rete di sicurezza per i poveri e strumento del loro reinserimento sociale

E dunque l’Europa raccomanda a tutti gli stati membri:

di riconoscere, nell'ambito d'un dispositivo globale e coerente di lotta all'emarginazione sociale, il diritto fondamentale della persona a risorse e a prestazioni sufficienti per vivere conformemente alla dignità umana e di adeguare di conseguenza, se e per quanto occorra, i propri sistemi di protezione sociale ai principi e agli orientamenti esposti in appresso.

E questo significa che al reddito minimo garantito si può avere accesso

senza limiti di durata, purché il titolare resti in possesso dei requisiti prescritti e nell'intesa che, in concreto, il diritto può essere previsto per periodi limitati, ma rinnovabili

(http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=CELEX:31992H0441:IT:HTML)

In tutti i Paesi dell’Europa questo è realtà. Non in Italia, in Grecia e in Ungheria.

Possibile che nessuno abbia capito che quello che manca in Italia è quella sicurezza economica che viene dalla rete dei sussidi che permette alle persone di cambiare lavoro con relativa tranquillità soprattutto da giovani? Un mio giovane amico olandese ha fatto un’infinità di mestieri; è stato, tra le altre cose, maestro di sci, ha aperto una scuola di windsurf, ha aperto un Hotel, poi lo ha chiuso e aperto una ditta di costruzioni. È questo che si chiama “flessibilità”, non la macelleria sociale che hanno in mente in Italia destra e sinistra.

Possibile che non si capisca il significato di apertura del mercato e della protezione sociale? Non significa licenziare in massa la gente, significa fare in modo che i giovani possano sperimentare le loro possibilità e le loro idee in un mercato aperto e non controllato dalla corporazioni e dalle varie rendite (vera potenza italiana). È per questo che l’Europa chiede le liberalizzazioni (…)

Liberalizzare significa aprire l’accesso alle professioni senza doversi fare una tessera di partito, pagare tangenti, essere parte di un sistema di potere, di una lobby familiare, politica, religiosa ecc. (…)

Ho capito che il reddito minimo garantito è come un punto archimedeo: sembra piccolo, ma in realtà è il punto d’appoggio di due concezioni della società completamente diverse.


(Fonte: MicroMega)

Luce e gas aumentano,ma non tutti sanno che…


Le famiglie italiane, secondo gli ultimi dati, si troveranno a pagare, per il trimestre che va da aprile a giugno, fino a 70 euro in più. L’aumento previsto, infatti, è considerevole: più 5,8% per l’elettricità, più 1,8% per il gas. Non a caso il Governo già sta cercando di correre ai ripari: il ministro Passera ha proposto di tagliare gli incentivi alle rinnovabili per “evitare che le bollette aumentino ulteriormente”. Idea, però, che sembra non sia condivisa dal ministro dell’Ambiente Corrado Clini che ha parlato di “errore strategico” nel caso in cui si tagli sull’energia rinnovabile.
In realtà, però, un modo per limitare quest’aumento ci sarebbe. Ma nessuno ne parla. Non tutti sanno, infatti, che quando si va a pagare la bolletta, non si paga soltanto l’effettivo consumo, ma si pagano anche altri oneri che non hanno nulla a che fare con le utenze (energia o gas che siano). Secondo quanto ricostruisce Marco Cobianchi in Mani Bucate, infatti, “il 10% di quanto si spende va alle imprese per motivi del tutto indipendenti dal prezzo dell’energia consumata”. In altri termini: per ogni famiglia media si tratta di 43 euro l’anno circa, una sorta di tassa che chiunque sia collegato alla rete elettrica è destinato a pagare. Basta prendere in mano la bolletta e spulciare le singole voci per rendersene conto. Tra le tante, infatti, ritroviamo anche la poco rassicurante voce “oneri di sistema”, entro cui rintracciamo diverse “componenti” che, volenti o nolenti, ci ritroviamo a pagare. Ma di cosa si tratta? Analizziamole una per una.
Cominciamo dalla componente A2, che va anche sotto il nome di “oneri nucleari”: per un certo periodo, infatti, i soldi provenienti da questo prelievo sono serviti proprio a mettere in sicurezza le centrali nucleari e a smaltire i rifiuti radioattivi. Oggi, però, le cose vanno diversamente: quegli stessi soldi, pagati dai cittadini tramite la bolletta, finiscono interamente nelle casse dello Stato. E per cosa vengono usati? Non è dato sapere. È lo Stato stesso, senza alcuna rendicontazione a riguardo, che li gestisce. Ma di quanto stiamo parlando? Le cifre, in effetti, sono altissime. Ma andiamo con ordine. Questo “dirottamento” è stato previsto dalla Finanziaria del 2005. All’articolo 298, infatti, si legge che “a decorrere dal 1º gennaio 2005 è assicurato un gettito annuo pari a 100 milioni di euro mediante il versamento all’entrata del bilancio dello Stato di una quota pari al 70 per cento degli importi derivanti dall’applicazione dell’aliquota della componente della tariffa elettrica […] nonchè di una ulteriore quota che assicuri il predetto gettito a valere sulle entrate derivanti dalla componente tariffaria A2 sul prezzo dell’energia elettrica”. La Finanziaria dell’anno successivo, poi, ha aumentato il prelievo di 35 milioni, a cui sono stati aggiunti altri dieci milioni dalla Legge Sviluppo. Totale: 145 milioni di euro che ogni anno finiscono nelle casse dello Stato per mezzo delle bollette. Una vera e propria tassa, ma con alcune particolarità interessanti. Scrive Cobianchi: “non è progressiva, perché il prelievo si basa sulla quantità di consumo elettrico e non sui redditi, con l’effetto che una famiglia numerosa paga più di un single. Per questo, probabilmente, ha forti profili di incostituzionalità”.
Abbiamo, poi, la componente Mct (misure compensazione territoriale), tramite cui lo Stato compensa tutti quei comuni e quelle province in cui sono conservati i rifiuti nucleari. Su una bolletta tipo, questa componente pesa quasi per due euro all’anno, ma, con grande probabilità, sarà destinata ad aumentare: tramite questo prelievo si compenseranno anche tutti quegli enti che ospiteranno sul proprio territorio siti di smaltimento di rifiuti tossici.
La componente A3, invece, serve a finanziare le imprese che producono energia verde. Il meccanismo, però, è ben più subdolo di quanto possa sembrare. Per capirlo dobbiamo risalire al 1999: l’allora ministro dell’Industria Pierluigi Bersani ideò i cosiddetti “certificati verdi”, certificati che permettono alle imprese di ottenere incentivi per la produzione di energia pulita. Il meccanismo è semplice: chi produce energia verde, ha diritto ad ottenere tali certificati in quantità direttamente proporzionale all’energia verde prodotta. Al contrario, invece, le società che bruciano petrolio, carbone o olio combustile, acquistano i certificati ad un costo proporzionale alla quantità di energia inquinante prodotta. Ma ecco che interviene l’aiuto dello Stato: tali imprese acquistano i certificati verdi anche usufruendo del contributo di 0,621 euro al mese prelevato dalle bollette dei consumatori proprio tramite la componente A3. In definitiva, dunque, i cittadini aiutano le imprese che producono energia sporca a compare i certificati. E la cifra non è nemmeno irrisoria: nel 2010, ad esempio, la somma andata alle imprese tramite questa componente è stata di 3,5 miliari di euro.
La componente A4, invece – che pesa per circa 1,5 euro l’anno a bolletta – per anni è stata utilizzata per compensare le aziende ad alto consumo energetico. Ne hanno beneficiato, tra le altre, la ThyssenKrupp e l’Alcoa. Oggi, però, non è più così: soltanto un’azienda gode del prelievo. Interamente. Stiamo parlando delle Ferrovie dello Stato.
Degna di nota, infine, è anche un’altra componente, la Uc4. Questa, fino al 2009, serviva per offrire un aiuto economico a 14 piccole aziende elettriche attive nelle isole minori, che avevano costi di gestione più elevati rispetto a quelli dello stivale. Da luglio 2009, però, possono accedere a questo fondo anche altre piccole aziende (un centinaio) del Nord Italia. Perché proprio del Nord? Presto detto: la modifica è stata presentata in Parlamento dalla Lega.
Insomma, veri e propri sussidi che lo Stato garantisce tramite la bolletta. Ma si tratta di sussidi invisibili: non sono soldi che escono dalle casse dello Stato, né incidono sui bilanci, ma arrivano alle aziende beneficiarie direttamente dalle tasche dei cittadini per il tramite della bolletta. La prossima volta che andremo a pagare, perlomeno, sapremo che consumiamo molto meno di quanto paghiamo.
Fonte: La Conoscenza rende liberi