venerdì 8 giugno 2012

Scandalo nell’Italia dei Valori Spariti 450 mila euro di rimborsi

pubblicata da Davide Bersani 



La testimonianza video dell’ex dirigente dell’Italia dei Valori, l’avvocato penalista Domenico Morace che racconta  la presunta sparizione di 450 mila euro destinati all’IDV. A ridosso degli scandali sui rimborsi elettorali (quello del tesoriere Lusi della Margherita e di Belsito  della  Lega Nord) spunta un nuovo caso nazionale. Nell’occhio del ciclone finisce l’Idv di Antonio Di Pietro, partito che si batte per la moralizzazione della politica. A quanto sostengono molti ex militanti dell’Emilia Romagna la gestione economica del partito sarebbe simile a quella di altre forze politiche. Solo per il 2011 l’IDV di Antonio DiPietro ha incassato complessivamente tra Europa, Parlamento e Regioni ben 12 milioni di euro (Gazzetta Ufficiale n.174/2011)  Ma la gestione emiliano-romagnola potrebbe far aprire un filone di indagine che parte dal locale e potrebbe estendersi ai più alti vertici del partito.  Antonio Di Pietro e la tesoriera Idv,  Silvana Mura, erano davvero all'oscuro di tutto?
I FATTI – 2009-2010 - Bologna. “Ci sono similitudini con la Lega Nord e con il funzionamento del cerchio magico, un ristretto gruppo di familiari e affini che decide le sorti del partito dell’Italia dei Valori. C’è un cerchio magico che ruota intorno al capo assoluto, Antonio Di Pietro. Di Pietro è il centro e Di Pietro sceglie a sua totale discrezione. Non contano meriti e capacità ma solo la sua vicinanza” è quanto afferma Domenico Morace nell’intervista ad Affaritaliani.
Morace e un gruppo di iscritti, poi uscito dall'Italia dei Valori, pone l’attenzione sull'anomalia dei fondi regionali del gruppo consiliare del partito che, dal 2005 al 2010, sono gestiti dal consigliere Paolo Nanni, unico eletto del gruppo in Regione e già beccato di recente con un pass invalidi della suocera deceduta. L’ Italia dei Valori incassa due filoni di denaro dalla Regione Emilia-Romagna. Il primo è indirizzato al compenso del personale del gruppo consigliare del partito. E qui nel 2007 lavorava, sempre in Regione, la stessa figlia di Nanni che, guarda caso, si occupa proprio delle spese e degli aspetti economici del gruppo. Il secondo flusso riguarda invece le attività della forza politica e ammonta a circa 450 mila euro in cinque anni. Che non si sa bene che fine abbiano fatto. Non risultano esserci né un bilancio né un rendiconto delle spese. E allora sia il gruppo di Domenico Morace sia altri militanti locali segnalano l'anomalia alla tesoriera nazionale dell'Italia dei Valori, Silvana Mura (lei è sia responsabile politico regionale del partito sia della Fondazione dell’IDV che incassa i rimborsi elettorali a livello centrale). Dei fatti accaduti viene portato a conoscenza anche il presidente nazionale Antonio Di Pietro piombato a Bologna proprio in quei giorni, quelli caldi del Cinzia-Gate (affare Delbono), per chiedere le dimissioni dell’ex Sindaco Flavio Delbono. E così Silvana Mura, dopo un’indagine interna, conferma a Morace che le sue accuse sui fondi gestiti da Nanni sono fondate e che il denaro stanziato dalla Regione Emilia-Romagna per l’IDV è sparito totalmente (e quindi non utilizzato per le attività istituzionali e politiche). La maggior parte dei dirigenti del partito a livello locale è a conoscenza dei fatti, ne discute in diverse sedi, ma quasi nessuno parla pubblicamente. Così alla richiesta di Morace della “testa di Nanni” Silvana Mura replica che il partito avrebbe fatto pulizia ma dopo le elezioni amministrative regionali che si sarebbero tenute da li a poco (2010). Le elezioni passano e nessuno fa alcunché. Ricompaiono solo 14 mila euro messi a bilancio dalla forza politica. Paolo Nanni non viene ricandidato ma i militanti chiedono spiegazioni sui 450 mila euro di cui sembrerebbe essersi persa traccia. Sempre più delusi lasciano il partito perché “quello che si predica non corrisponde per nulla alla realtà”. In questo senso sembrano eloquenti le parole di un’ex tesoriere regionale dell’Idv da noi sentito: “Sono dei gran furboni, dei populisti che usano quei temi per i loro interessi. Ci credevo. Ho lasciato la politica e non ne voglio più sapere.”
Dopo gli scandali Margherita e Lega Nord, Antonio Di Pietro ha raccolto 200 mila firme per riformare la legge sui rimborsi ai partiti ma se gli eventi raccontati dovessero restare senza risposte la sua sembrerebbe più un trovata elettorale che un vero tentativo di moralizzazione della politica italiana.
La regione Emilia Romagna può facilmente mostrare il rendiconto e le spese dell’Italia dei Valori nel quinquennio 2005- 2010 e chiarire che fine hanno fatto i 450 mila euro dei rimborsi dell’Italia dei Valori.Molti in regione ancor aspettano spiegazioni sia dall’Ente che dal partito di Antonio Di Pietro.
Noi abbiamo telefonato ad Antonio Di Pietro, Silvana Mura e Paolo Nanni dell’Italia dei Valori per avere la loro versionedei fatti. 
http://affaritaliani.libero.it/emilia-romagna/scandalo-nell-italia-dei-valorispariti-450-mila-euro-di-rimborsi160512.html

E' sempre la solita solfa!

Ma che bella coincidenza,i due politici sub iudice,Formigoni e De Gregorio sono stati "assolti" dai loro compagni di merende!
Nel primo caso infatti,il consiglio regionale della Lombardia ha bocciato la mozione di sfiducia presentata da Sel,Idv e Pd e votata anche dall'Udc,al presidente Formigoni.
Prontamente Pdl e Lega hanno respinto la richiesta di dimissioni per andare al voto anticipato,dopo un lungo dibattito proprio la Lega ha preso le distanze dalle posizioni, spesso anche dure,che i suoi esponenti avevano avuto nei confronti del governatore.
Un esempio di vera coerenza,con il processo di pulizia (vedi le scope) e di rinnovamento del partito tanto sbandierati dopo i recenti scandali che,quelli sì, hanno spazzato ben bene la Lega alle recenti elezioni comunali!
Nel secondo caso invece,il Senato ha negato la richiesta di arresti domiciliari per il senatore De Gregorio indagato nell'inchiesta sui fondi pubblici all'Avanti in cui è coinvolto anche il losco faccendiere Lavitola.
Escludendo il Pdl che aveva già palesato la sua contrarietà all'arresto,si è scatenata la caccia ai franchi tiratori, già, perchè 124 erano quelli dei piddiellini ma i voti contrari in realtà sono stati ben 169!
I maggiori sospetti si addensano sui senatori del Pd (senza l) perchè,come sostiene Saviano, sembrerebbe proprio uno scambio politico in attesa della votazione per la medesima richiesta nei confronti di Lusi.
Poteva essere una buona occasione per dimostrare ai cittadini che la politica finalmente stesse invertendo la rotta,che avesse finalmente deciso di punire chi ruba e chi si approfitta di una posizione di privilegio per trarre vantaggi personali ed invece ........è sempre la solita solfa!

giovedì 7 giugno 2012

I TERREMOTATI DIMENTICATI

 Informazione - Illuminiamo le Coscienze.




La tragedia, i soccorsi, l’oblio. L’Italia dei terremoti ha la memoria corta e una solidarietà grande: sul momento si mobilitano colonne, mezzi e volontari. Ma passata l’emergenza, non appena le telecamere si allontanano, distratte magari da una qualche altra calamità o evento negativo, tutto cade nel dimenticatoio. E’ successo all’Aquila, in Umbria e nelle Marche, nel Belice e nell’Irpinia. Si spera non accada in Emilia

Per il terremoto del Belice – avvenuto nel 1968 – fino a qualche anno fa c’erano ancora cittadini costretti a vivere in un container, vere e proprie “generazioni container” nate e cresciute tra quattro lamiere. E lo stesso accadde in Irpinia con il terremoto del 23 novembre 1980: piazzole puntellate di prefabbricati che avrebbero dovuto essere provvisori, durati oltre trent’anni.

Non fanno eccezione nemmeno l’Umbria e le Marche: lo scorso anno a Giove, in Valtopina, provincia di Perugia, a 14 anni dal terremoto c’erano ancora famiglie che abitavano nei container, tra ditte che avrebbero dovuto occuparsi della ricostruzione e invece sono fallite e l’intero borgo sequestrato dalla Guardia di Finanza. Negli anni scorsi, di 75 persone che avevano trovato rifugio nei container, 25 sono morte nell’attesa di rientrare nelle loro case.

Il caso più recente è quello dell’Aquila e di borghi come Onna (nella foto), Tempèra o San Gregorio, distrutti dal terremoto del 6 aprile 2009. Qui gli sfollati hanno trovato rifugio prima nelle tendopoli poi nel Progetto C.A.S.E. (sono sorte ben 19 città attorno al capoluogo) o nei Moduli abitativi provvisori (MAP, le casette di legno). Di loro e di come sia cambiata la vita dopo il 6 aprile 2009 non si parla né si scrive quasi più sui media nazionali. Menchemeno si fa riferimento alla tanto decantata ricostruzione. A parte poche eccezioni: è tutto fermo. Tra i pochi segni di attenzione esterna, il laboratorio di Giornalismo curato da 4media per i ragazzi onnesi e aquilani e le giornate organizzate da Aicem per i bambini dell’asilo di Onna. A mancare, però, nel contesto aquilano è la vita quotidiana, ridotta alle cosidette “vasche” in centro storico al sabato sera o al ritrovarsi presso il Centro 
Commerciale.

Per non citare le forze dell’ordine inviate a disperdere la manifestazione degli aquilani a Roma, con i manganelli che calavano violenti sui manifestanti. Con una via del Corso presidiatissima e i Parlamento inaccessibile. In quell’occasione chi scrive ascoltò l’urlo di un automobilista: “aridatece i soldi che v’abbiamo prestato!”. E se è vero che la madre degli stupidi è sempre incinta, quel grido era ed è sintomo di un Paese che – archiviata l’emergenza – dimentica, volta pagina e spesso smette di capire. Mentre chi resta deve fare i conti con il silenzio, l’oblio e una vita quotidiana stravolta.

(fonte: – Diritto di Critica, “L’Italia che dimentica, i terremotati di cui nessuno parla più”)

http://minitrue.it/2012/06/i-terremotati-dimenticati/

Agcom e Privacy, l'ennesimo beauty contest dei partiti

di Francesco Formisano
Nella giornata odierna, si è consumata un'altra delusione per i sostenitori della meritocrazia e la trasparenza. A nulla sono servite le proteste di diverse associazioni come Agorà Digitale, Vogliamo trasparenza ed Avaaz che, unitamente ad alcuni deputati radicali e dell'Idv hanno manifestato contro l'ennesima spartizione delle poltrone tra i partiti: oggetto del contendere le cariche Agcom e Garante per la Privacy. All'inciucio tra Pd e Pdl si è abilmente inserito l'Udc, che ha guadagnato una poltrona (Posteraro) come il Pd (Decìna), lasciando al Pdl una maggioranza significativa con due candidati: Martusciello e Preto.

Eppure l'interesse della società civile intorno a queste nomine è stato quantomai singolare. Un interesse che si è tradotto in raccolta di firme, cui si ricorderanno le circa 15mila che volevano Stefano Quintarelli alla guida dell'Agcom, consultazioni pubbliche sulle proposte, la richiesta per delle audizioni affinchè si rispettassero criteri trasparenti per le nomine. La pubblicazione dei curriculum in modo da poter scegliere secondo competenze e professionalità, senza chiamare in causa vincoli di appartenenza a questo o quel partito. Nulla di fatto. Le vecchie logiche partitiche sono state più forti di tutte queste campagne.
Il rammarico adesso è immenso. L'Agcom, e non di meno il Garante per la Privacy, tratteranno argomenti delicatissimi nei prossimi sette anni. C'è da risolvere la questione dell'aste delle frequenze televisive, c'è da trovare un accordo tra il diritto d'autore e la libertà d'espressione; il regolamento dell'intero sistema d'informazione dove l'Italia già non spicca per libertà. Tutto il settore dell'innovazione sarà regolamentato da questa Autorità, e delle persone incompetenti, che dovranno sempre rispondere del loro operato ai vari segretari di partito, riusciranno solo a farci perdere ulteriore terreno nei confronti dell'Europa e del mondo intero.
Authority indipendenti solo di nome, perchè di fatto restano pur sempre vincolati agli equilibri tra i partiti. C'abbiamo provato a sovvertire quest'ordine di cose, ma senza successo. Adesso sono in tanti ad invocare che il Presidente Napolitano non firmi il decreto delle nomine, ma non credo che sia una pista percorribile. Verranno studiati possibili ricorsi per non aver rispettato un adeguato sistema di nomine. Resta inoltre, da vedere quali altri mobilitazioni metteranno in campo le varie associazioni per manifestare tutto il dissenso e la contrarietà a queste logiche di potere che ancora vogliono relegare i cittadini a meri sudditi.
Perchè è sempre bello parlare di partecipazione, trasparenza e meritocrazia. Quante volte lo abbiamo sentito pronunciare nei discorsi dei vari esponenti politici. Ma non è più il tempo delle promesse. Man mano che il tempo passa l'Italia continua a perdere opportunità; in questo caso, opportunità di crescita culturale ed economica. Quest'ultimo  beauty contest dei partiti rappresenta un'altra sconfitta per la società civile ed un'altra bruttissima pagina della mostruosa burocrazia italiana.
Fonte:LINKIESTA.it

lunedì 4 giugno 2012

SEGRETI VATICANO/ 750 chiese di proprietà pubblica cedute gratis al Vaticano, che incassa pure le offerte. Alle spese di gestione invece ci pensa il Viminale

Probabilmente pochi lo sanno, ma chiese come Santa Croce e Santa Maria Novella a Firenze, San Gregorio Armeno a Napoli e Santa Maria del Popolo a Roma, sono di proprietà del Viminale. In tutto sono 750 le chiese patrimonio dello Stato. Ma a beneficiarne, in uso assolutamente gratuito, sono le istituzioni ecclesiastiche, che non pagano il benché minimo fitto. Né si occupano di spese di gestione, manutenzione e restauro: tutto a carico dello Stato. A riscuotere le offerte, però, è il Vaticano.

di Carmine Gazzanni
cricca_vaticanaÈ la storia – tutta italiana – del FEC, Fondo Edifici di Culto, nato il 20 maggio 1985 con la revisione del Concordato Lateranense ad opera dell’allora Presidente del Consiglio Bettino Craxi: una sorta di contenitore di tutto quel patrimonio ricco e variegato proveniente dagli enti religiosi discioltisi nella seconda metà del XIX secolo.
Da allora il ministro degli Interni si ritrova ad essere “legale rappresentante” di oltre 750 chiese, alcune delle quali di enorme importanza storica e religiosa. Solo per citarne alcune: San Domenico a Bologna; Santa CroceSanta Maria Novella a Firenze; Santa Maria in Ara CoeliSanta Maria del Popolo e la Basilica dei Santi Giovanni e Paolo al Celio a Roma; Santa Chiara con l’annesso monastero e San Gregorio Armeno a Napoli; la Chiesa del Gesù a Palermo. Rientrano tra le proprietà del ministero non solo le strutture esterne, ma anche le opere d’arte e gli arredi in esse custoditi. E c’è di più: tra i possedimenti del Fec ci sono anche “immobili produttivi di rendite (appartamenti, negozi, caserme, cascine)”. E ben tre foreste. Come quella di Tarvisio, un complesso boschivo di circa 23 mila ettari.
Insomma, un patrimonio immenso. Peccato, però, che il Ministero sia un proprietario un po’ anomalo. Già, perché pur non utilizzando in alcun modo queste sue proprietà (cosa potrebbe farsene, d’altronde, di 750 chiese?), dal 1985 ha deciso pure di non guadagnarci nemmeno un soldo. Anzi, di rimetterci anche.
Le chiese e cattedrali che rientrano nel Fondo, infatti, sono cedute ad uso gratuito alle istituzioni ecclesiastiche. Non solo. Secondo quanto previsto dalle leggi in materia, non spetta nemmeno alle diocesi o al Vaticano occuparsi delle spese di gestione. Tutti i costi di manutenzione, infatti, sono a carico esclusivo del Fondo. Leggere per credere. “La Direzione Centrale per l’amministrazione del Fondo Edifici Culto – si legge sul sito - provvede, con le risorse a disposizione del Fondo, al finanziamento degli interventi di conservazione, manutenzione e restauro delle oltre 750 chiese possedute e concesse in uso gratuito all’Autorità Ecclesiastica per fini di culto, nonché delle opere d’arte in esse custodite, di cui cura anche la sicurezza (con sistemi antifurto, impianti rilevazione fumi, etc.)”.
Insomma, le autorità ecclesiastiche altro non fanno che dire messa, guadagnare, per di più, con le offerte dei fedeli e infischiarsene delle spese di manutenzione perché tanto sono a carico dello Stato.
Facciamo un esempio. Prendiamo una chiesa di grande importanza storica come può essere Santa Croce a Firenze, nella quale troviamo, tra le altre cose, “Le storie della vita di San Francesco” di Giotto e il crocifisso ligneo di Donatello. Qui, com’è facile immaginare, il flusso di turisti è ininterrotto. Se non tutti, perlomeno una grossa percentuale lascerà un’offerta. Di questa beneficerà esclusivamente l’istituzione Chiesa e non lo Stato, sebbene sia proprio quest’ ultimo ad occuparsi, come detto, della manutenzione.
Insomma, il paradosso: il proprietario cede le strutture gratis e poi, come se non bastasse, paga per le spese di gestione. E le uniche entrate previste – in questo caso le offerte dei fedeli – se le pappa tutte, per così dire, l’utilizzatore finale.
E non finisce nemmeno qui. Il Fondo, infatti, ha alle spalle una struttura robusta la quale, chiaramente, è ben stipendiata. In poche parole, il Fec costa. E non poco. Amministrato direttamente dalla direzione centrale del ministero (come detto, d’altronde, il ministro “né è rappresentante legale”), ha un direttore (il prefetto Lucia Di Mario) che coordina ben sei uffici (che vanno dal bilancio, al restauro fino alla documentazione) per un totale di circa 50 dipendenti. Non solo. A capo anche un consiglio di amministrazione formato da nove membri, che coadiuva il ministro degli interni.
Curiosa anche la composizione di questo cda: uno è il direttore del Fondo (la Di Mario), cinque sono nominati dai ministeri (tre gli Interni, uno a testa Lavoro e Cultura) e ben tre, invece, sono “designati dalla Conferenza episcopale italiana. Cioè dai vescovi.
Strana natura questo Fondo. Tra sacro e profano. Tra pubblico e privato.
Fonte:Infiltrato.it

Tienanmen, misure da guerra per l'anniversario

Arresti preventivi e allontanamenti dal Paese per dissidenti e attivisti.

 La foto simbolo del massacro di piazza Tienanmen.

 Piazza Tienanmen, 23 anni dopo, continua a essere un simbolo per tutti i cinesi scontenti del regime della nomenclatura comunista.
Quel massacro di giovani la cui unica colpa era chiedere più democrazia è ancora attuale. I dissidenti lo sanno, il governo pure, e lo teme.
Così decine di attivisti sono stati messi agli arresti domiciliari, o costretti a lasciare Pechino per il 23esimo anniversario della strage.
Secondo il South China Morning Post di Hong Kong le stesse autorità locali hanno definito le misure «da tempo di guerra».
PIÙ DI 100 VITTIME. Tra le persone la cui libertà di movimento è stata limitata c'è Ding Zilin, l'insegnante in pensione che ha fondato il gruppo delle Madri di Tiananmen.
Le Madri hanno già individuato 120 vittime del massacro. La versione ufficiale del Partito comunista e del governo cinesi è che si è trattato di un «moto controrivoluzionario».
L'OMERTÀ DEL GOVERNO. Le autorità si rifiutano di dire quante siano state le vittime e, di conseguenza, di identificarle.
Il governo degli Usa ha chiesto a Pechino di rilasciare tutti coloro che sono ancora detenuti per i fatti del 1989.
Secondo l' organizzazione umanitaria Dui Hua «meno di una dozzina» di attivisti sono ancora in prigione per aver avuto una parte attiva nel movimento per la democrazia del 1989. 

Fonte:Lettera43.it

sabato 2 giugno 2012

Cinque laici nel mirino degli inquirenti


Pronte le rogatorie per l’autore di “Sua Santità” e per alcuni dipendenti dei Sacri palazzi

GIACOMO GALEAZZICITTÀ DEL VATICANO



Al ministero di Giustizia attendono dai magistrati vaticani due distinte richieste di rogatoria: una per i dipendenti laici della Santa Sede che risiedono in Italia e una per Gianluigi Nuzzi, autore di «Sua Santità», il libro che ha reso pubbliche alcune carte segrete del Papa e per il suo editore Lorenzo Fazio di Chiarelettere. Nel mirino degli investigatori ci sono cinque persone che, con diverse ipotesi di reato (furto aggravato, ricettazione, attentato alla sicurezza dello Stato) potrebbero finire a giudizio. Benedetto XVI, nella preghiera di chiusura del mese mariano, auspica che ci sia più letizia anche in Vaticano: «La “famiglia” della Santa Sede serve la Chiesa universale». I legali del maggiordomo papale, Paolo Gabriele, detenuto da nove giorni nella caserma della Gendarmeria, presenteranno al giudice istruttore la richiesta di libertà vigilata o di arresti domiciliari. Intanto le indagini sulla fuga di carte riservate dal Vaticano e dal tavolo di lavoro del Pontefice si stanno concentrando sul materiale sequestrato nell’appartamento dell’assistente di camera di Benedetto XVI. Fra la documentazione rinvenuta nel corso delle perquisizioni e ora all’esame dei magistrati della Santa Sede, ci sono anche documenti scritti in tedesco, la lingua parlata dal Papa, e da pochi altri stretti collaboratori, ma non dallo stesso Gabriele. Gli interrogatori del maggiordomo del Pontefice non cominceranno prima della settimana prossima, forse tra lunedì e martedì. Perché ciò avvenga, infatti, l’avvocato di Gabriele, Carlo Fusco, dovrà avanzare istanza formale. In questi giorni l’indagato sta infatti avendo diversi colloqui con il suo legale e ha dichiarato la propria intenzione di collaborare per consentire di appurare la verità su quanto è avvenuto. Sentire Nuzzi servirà invece ad accertare se c’è stato il passaggio di carte tra il maggiordomo e l’autore del libro.

«De facto» stanno seguendo percorsi paralleli le inchieste sui «corvi» condotte dalla commissione cardinalizia, che riferisce al Pontefice e al suo segretario don Georg, e dalla gendarmeria, che fa riferimento al segretario di Stato, Tarcisio Bertone. Con il trasferimento negli Usa dell’arcivescovo Viganò (entrato in rotta di collisione con Bertone dopo la sua denuncia di malaffare in Curia), i nuovi vertici del Governatorato, Bertello e Sciacca hanno posto l’ispettorato guidato dal comandante Domenico Giani nell’alveo bertoniano. E così la Santa Sede ha dovuto precisare che i cardinali possono essere interrogati solo dai loro pari grado Herranz, De Giorgi, Tomko. Insomma c’è divergenza anche tra le due entità che stanno indagando sulla fuga di notizie da cui esce gravemente incrinata l’attuale «governance» vaticana, impegnata in una lotta senza quartiere con la vecchia guardia diplomatica (Sodano, Sandri, Re).

L’attivismo della gendarmeria tra bunker per le intercettazioni di telefonate e mail, hacker ingaggiati per scoprire le «talpe» e indagini negli uffici curiali turba consolidati assetti interni. E in questo clima di veleni e sospetti, torna oggi a riunirsi la commissione di vigilanza sullo Ior, dopo che venerdì scorso i cardinali che la compongono si erano spaccati sul brusco allontanamento del presidente Ettore Gotti Tedeschi. Da oggi a domenica arriva per il Papa la boccata d’ossigeno tanto attesa, fuori dal clima dei «veleni» e dalla bufera che ha investito il Vaticano e scosso il governo della Chiesa. Benedetto XVI punta sull’Incontro della famiglie di Milano per riportare in primo piano valori pastorali e spirituali rimasti offuscati dall’imperversare del ciclone «Vatileaks». Intanto ieri sera, alla tradizionale processione nei Giardini vaticani, di fronte anche ai cardinali di Curia e ai vescovi, il Pontefice ha auspicato che la «letizia spirituale sia più consolidata nei nostri animi, nella nostra vita personale e familiare, in ogni ambiente», e «specialmente nella vita di questa famiglia che qui in Vaticano serve la Chiesa universale». Corvi e talpe non spaventano il Papa teologo.