venerdì 20 luglio 2012

In un Paese serio, una faccia da culo come Formigoni

di: Mark

Invece di indire conferenze stampa dove con stomachevoli menzogne cerca di coprire altre e piu' stomachevoli menzogne arrivando, poi, al punto di querelare alcuni giornalisti colpevoli soltanto di raccontare la verita', sarebbe nottetempo prelevato, portato in un commissariato e/o in una caserma dei carabinieri, dove nel giro di 10minuti10 dovrebbe dare conto con ricevute, estratti conto, rogiti immobiliari e contratti di acquisto, di come abbia potuto "acquistare" , barca da 10 milioni di euro, villa in Sardegna da 8 milioni di euro, di come abbia potuto spendere per 4vacanze4 la somma di euro 70.000 oltre a 25.000 euro per spostamenti aerei .  Scoccato l'undicesimo minuto senza che il celeste abbia potuto esibire quanto richiesto, senza indugio alcuno, accompagnato nel piu' vicino penitenziario con relativo getto della chiave.  La conferenza stampa gliela farei fare lì con il celeste vestito da iuventino e con alle spalle qualche nerboruto secondino che al minimo accenno di tentativo di profferire ulteriori bugie li propinano paccate di patte nel cioccone nella speranza che diventi ......docile.

giovedì 19 luglio 2012

Tutto secondo copione: la Camera ha dato il via libera al MES e al Fiscal compact

Tutto come da copione. La Camera dei Deputati italiana ha ratificato oggi il Meccanismo Europeo di Stabilità (Esm) a larghissima maggioranza. I "Sì" sono stati 380, i "no" 59, mentre le astensioni sono state 36.
La Camera dei deputati ha poi approvato in via definitiva il Fiscal compact, con 368 "sì", 65 "no", 65 astenuti. Hanno votato contro IDV e Lega Nord a cui si sono aggiunti alcuni deputati del Pdl: Antonio Martino, Guido Crosetto e Sabrina De Camillis. Il voto contrario in aula è INSIGNIFICANTE, vista la larghissima maggioranza che sapevamo bene avrebbe consentito di ratificare i trattati in questione; è eloquente come gli "oppositori parlamentari" non intendono creare problemi al governo, dal momento che NON HANNO MAI ILLUSTRATO AI CITTADINI gli effetti devastanti che avranno il "MES" ed il "Fiscal Compact" che abbiamo illustrato nell'articolo pubblicato dopo la votazione al Senato del 12 Luglio
DA EVIDENZIARE COME NEMMENO BEPPE GRILLO NE ABBIA PARLATO, preferendo dedicarsi a temi come le nozze gay e l'IMU, che sicuramente non "disturbano il manovratore".
Lidia Undiemi, ex IDV, nei giorni scorsi aveva invitato il Senatore Lannutti, Presidente di Adusbef a "denunciare le complicità del suo partito" ma non ci risulta che abbia ottenuto risposta alcuna.
L'Italia ha aderito ai due "trattati suicida" e nessuno ne parla.
Sottoscritto il 2 marzo 2012 insieme ad altri 24 governi europei, (si sono rifiutati il Regno Unito e la Repubblica Ceca) il Fiscal compact entrerà in vigore il primo gennaio del prossimo anno, quando sarà stato ratificato da almeno 12 paesi dell'Eurozona, cosa che sicuramente non si farà attendere.
Fonte:nocensura.com

lunedì 16 luglio 2012

Con il nano riapre il Circo, ........

di: Mark


Ammettiamolo !! Se non fosse per i tragici effetti che il solo pensare di un suo ritorno procura, il divertimento sarebbe assicurato.  Sentite questa !!  Oggi il nano ha aperto ufficialmente la campagna elettorale. Per l'occasione si è inventato una convention per i frequentatori dei centri sociali per anziani di Don Giorgio Talker.  L'appuntamento era fissato all'Hotel Ergife di Roma.  Le sedi dei centro sociali sono ubicati  nei dintorni della capitale : Fiumicino, Aranova, Testa di Lepre e Bracciano.  Prenotati 4/5 pulmann i vecchietti sono stati caricati quasi a forza sui mezzi con la promessa di una gita a Roma e, purtroppo ignari a cosa sarebbero andati incontro.  Arrivati all'Ergife si sono trovati in una sala dell'hotel accaldati e spossati e con l'aria condizionata al minimo. Hanno iniziato a chiedere lumi agli organizzatori ed appena hanno saputo che si trattava di una manifestazione politica hanno iniziato a protestare dicendo che a loro non interessa niente di politica e che se avessero saputo che si trattava di cio' non sarebbero manco venuti.  Poi e' apparso il Nano e coloro che si erano rassegnati ad aver effettuato una gita a loro insaputa si sono un po' ripresi quando lo stesso nano ha esordito dicendo :"  Intanto una promessa solenne per  voi.  Gno..c.ca per tutti.........".
Ahahahahahahahahahahah.  Siori e siore vienghino pure avanti. C'è posto e lo spettacolo sta per iniziare

domenica 15 luglio 2012

Monti fa infuriare i leader europei, ma la stampa italiana censura la notizia e lo incensa

“Monti è andato a lezione di scorrettezza da Berlusconi “.  Lo so, i media italiani vantano il prestigio del professore, fingono che esso sia dovuto alla reputazione accademica e non al suo ruolo di garante dei massacri in sostituzione della troika, ma le cose non stanno precisamente così, non più almeno. Anzi  lo sghetto che il premier ha tirato alla Merkel e agli altri leader più di due settimane fa, al vertice di Bruxelles, ha fatto infuriare tutti e ha cominciato a far nascere domande sull’affidabilità del prof e naturalmente sul Paese.
La storia è stata raccontata da una lunga articolessa di qualche giorno fa sul Frankfurter Allegemeine (qui), il più diffuso quotidiano tedesco: Monti avrebbe violato l’accordo fatto tra i leader europei di non parlare dei risultati del summit di fine giugno e di lasciare a Van Rompuy e Barroso il compito di illustrare il risultato dei lavori. Ma il premier italiano ha disatteso il patto e ha intrattenuto i media con la favola della sua “grande vittoria”. Stando bene attento però di riferire le cose plausibili e vere in inglese e le chiacchiere da miles gloriosus in italiano.
Così il mattino dopo la Merkel, Hollande e gli altri hanno appreso di essere stati sconfitti da un Monti che in realtà era stato molto silente durante la riunione e non solo, ma vengono a sapere che il Mes, potrà acquistare titoli di stato in maniera automatica e senza condizioni. La realtà era invece che si era convenuto di procedere a possibili acquisti di titoli di stato, ma solo su specifica richiesta e dietro precise condizioni. La Merkel insomma si è trovata ad andare a letto da sostanziale vincitrice e si è trovata a fare la prima colazione da sconfitta. Il che naturalmente non l’ha solo mandata in bestia, ma ha ottenuto l’effetto di rendere puramente teoriche anche le pur timide aperture fatte in contrasto con la Bundesbank.
Insomma una figuraccia gratuita e inutile che certamente avrà effetti negativi sulle nostre possibilità di contrattazione. Ma la sobria sceneggiata, fatta ad uso interno, una presa di fondelli per gli italiani, dimostra a che punto sia arrivato il cinismo e l’ambizione di un uomo che ormai è convinto di aver fatto l’uovo nel nido del potere: aveva bisogno di un risultato e se lo è inventato con la lucida complicità dei media. Spero nelle prossime sconfitte: almeno non saranno balle.
Fonte:ilsimplicissimus2.wordpress.com

giovedì 12 luglio 2012

Europa, il poco di buono del dopo-vertice

Dietro le luci del vertice europeo, si stringe il laccio di una “governance” all’insegna dell’austerità, la ripresa si allontana e cambiano gli equilibri di Francia e Germania
Non facciamoci abbindolare dalle paillettes luccicanti o dal clima di euforia montato ad arte dai grandi operatori dei media che presentano i risultati dell’ultimo vertice dei Capi di Stato e di Governo dell’Unione Europea del 28-29 giugno scorso come una “svolta epocale” nelle strategie economiche e finanziarie di Bruxelles: nessuno, durante il Consiglio Europeo, ha ottenuto una rimessa in discussione profonda della politica di austerità che ha piombato l’Eurozona in recessione; nessuno ha finalmente contestato davvero, nella sede opportuna, la validità economica del dogma dell’austerità. Si è trattato solo di accompagnarlo e renderlo più digeribile con l’approvazione di una dichiarazione politica su un “Patto per la crescita ed il lavoro” dai finanziamenti quanto mai incerti, per dare un po’ di sollievo ai Paesi più esposti in questa crisi che non accenna a diminuire in intensità.
Hollande sugli specchi
Regista dell’operazione è stato il neo-presidente francese François Hollande, che adesso ritiene “pienamente soddisfatta” una delle promesse più importanti fatte in campagna elettorale, quella di “rinegoziare il trattato europeo sul patto di bilancio” che costituzionalizza il principio del “deficit zero”. In realtà non c’è stata alcuna rinegoziazione, il trattato è quanto mai vivo e vegeto: anzi, durante la sua conferenza stampa a commento del vertice, Hollande ha affermato che “alla luce dei risultati del summit chiedo adesso al parlamento francese di approvare tutte le iniziative europee sul tavolo, compreso il patto di bilancio (fiscal compact), perché ora si parla anche di crescita”. A chi gli ricordava che in campagna elettorale si era scagliato contro quello stesso trattato che adesso chiede di ratificare, Hollande ha risposto “che per 'rinegoziato' non intendevo necessariamente la riscrittura formale del fiscal compact, ma anche un suo completamento, poco importa la forma”. È evidente che Hollande aveva la necessità di chiudere in tempi brevi la ferita politica apertasi nei rapporti franco-tedeschi con il suo posizionamento anti-patto di bilancio cavalcato in campagna elettorale. La via di uscita è proprio l’approvazione di un generico “patto per la crescita” che difficilmente riuscirà a cambiare i destini economici ed industriali dell’Unione Europea. Si noti che l’iniziativa sulla crescita assume i contorni giuridici di una semplice dichiarazione dei Capi di Stato e di Governo UE mentre il fiscal compact è destinato a modificare le costituzioni degli Stati Membri, che potranno addirittura essere portati in tribunale – la Corte Europea di Giustizia – se non applicano le politiche di austerità. L’adozione di un testo pro-crescita non è mai stata davvero messa in discussione, anche la Cancelliera tedesca Angela Merkel si era subito schierata a favore, a condizione – accettata ed inserita nel testo – di collocare la nuova iniziativa nel contesto delle politiche fiscali di consolidamento dei bilanci, del patto di stabilità e della governance rafforzata dell’euro.
Summum ideologico dell’austerità
Il nuovo accento politico messo dal Consiglio Europeo sulla crescita è ovviamente positivo in termini generali, ma sul piano pratico ha la sola conseguenza immediata di spianare la strada all’entrata in vigore del fiscal compact basato sul principio “deficit zero”, il summum ideologico dell’austerità. Il 29 giugno non è solo la data di chiusura del vertice, ma è anche il giorno in cui il parlamento tedesco, poche ore dopo la riunione di Bruxelles, ha ratificato il fiscal compact con il sostegno di conservatori, liberali ma anche verdi e socialisti, unica contraria la sinistra di Die Linke. Ed è il giorno in cui Hollande ha annunciato la prossima ratifica dello stesso trattato da parte della Francia, certamente con la stessa tipologia di maggioranza, c’è da scommetterci, vista la configurazione del governo e del parlamento parigini. Viene da chiedersi quanto erano sinceri e che fine abbiano fatto tutti gli appelli anti-austerità firmati in questi mesi dagli esponenti socialisti e verdi europe. Da una parte lanciano strali contro l’austerità, ma dall’altra – nei loro parlamenti nazionali – votano persino il fiscal compact.
All’accelerazione della ratifica del patto di bilancio si aggiunga che i Capi di Stato e di Governo si sono impegnati a ratificare in tempi stretti anche il nuovo “two-pack” sulla governance rafforzata (si tratta di un pacchetto legislativo composto da due regolamenti europei che pone nuove condizioni macroeconomiche ai Paesi in difficoltà), e che hanno anche approvato le cosiddette “raccomandazioni specifiche per Paese” che contengono gli ordini di Bruxelles e i compiti a casa in materia economico-fiscale assegnati ad ogni Stato Membro, destinati ad avere un forte impatto sulle politiche sociali nazionali. L’austerità, insomma, esce più che confermata dal vertice del 28-29 giugno.
Il quasi inutile “patto per la crescita"
C’è poi un serio problema che circonda il nuovo “patto per la crescita”. Sì, perché il tanto decantato piano di investimenti pari all’1% del Pil europeo, per un volume annunciato di 120 miliardi di euro in cinque anni, è in realtà tutto interno ai finanziamenti già stanziati dagli Stati membri, in sostanza non si tratta di fondi aggiuntivi, siamo in presenza di un giro di cassa. Ad onor del vero, va detto che ci sono alcuni stanziamenti aggiuntivi, ma ammontano solo a dieci miliardi di euro, somma che coincide con il livello annunciato di ricapitalizzazione della Banca Europea degli Investimenti (BEI), la quale a sua volta li reimpiegherà negli stessi stati da cui li ha ricevuti. Va osservato che gli azionisti della BEI sono i ventisette Paesi che compongono l’Unione Europea, siamo dunque in presenza di un giro contabile, utile certo per stimolare l’economia ma non in grado di modificare i fondamentali della crisi attuale. Globalmente, la BEI è incaricata dal Consiglio Europeo di buttare nell’economia continentale un totale di sessanta miliardi di euro, soldi che arrivano sempre dagli Stati membri UE. Forse sarebbe stato molto più utile decidere che le spese per investimenti pubblici produttivi dei singoli stati non vengano conteggiati nel calcolo dei deficit e del bilancio, ma non si è fatto niente: la Germania continua ad opporsi a questa misura di semplice buon senso economico e politico.
Gli altri sessanta miliardi di euro mancanti dovranno essere trovati in gran parte (55 miliardi) nel riutilizzo dei soldi già stanziati per i Fondi Strutturali Europei (una serie di programmi con i quali la Commissione di Bruxelles finanza numerose politiche per la coesione economica, sociale e territoriale dell’UE). L’idea è di attribuire nuove finalità, più legate alla crescita, ai fondi esistenti: da notare peraltro che “se prendiamo di qua, togliamo di là”, sarà interessante vedere quali programmi si apprestano a tagliare. Si tratterà comunque di un’operazione complicata, anche perché sono ormai due anni che la Commissione Europea non riesce a far fronte agli impegni di esecuzione del bilancio proprio perché i governi non mettono a disposizione le risorse promesse. Non sono in vista aumenti di dotazione del bilancio comunitario, piuttosto il contrario, e dunque i 55 miliardi di Fondi Strutturali non utilizzati esistono per il momento solo sulla carta. Infine, gli ultimi cinque miliardi dovrebbero provenire dall’attivazione dei cosiddetti “project bonds”, piani di investimenti su progetti specifici nei trasporti (Val di Susa, ad esempio), nell’energia, nelle infrastrutture, ecc… garantiti sempre dalla BEI (e siamo al punto di prima).
Il ruolo della BCE
Tutto questo, per essere fatto, prenderà comunque molti mesi, nella migliore delle ipotesi. Ma anche se ci fossero tutti i 120 miliardi da spendere in cinque anni, è troppo polemico ricordare che in quattro anni il sistema bancario privato ha ricevuto 6.000 miliardi di euro in aiuti diretti, e che si appresta a riceverne molte altre centinaia di migliaia? Chi infatti va davvero a nozze con questo Consiglio Europeo sono gli istituti bancari privati ed i mercati finanziari, di nuovo, che non a caso sono letteralmente esplosi di gioia – vedasi le reazioni delle borse – nell’apprendere le due altre misure presentate a Bruxelles: la futura unione bancaria ed il meccanismo anti-spread.
L’unione bancaria consiste sostanzialmente nella supervisione diretta del sistema bancario continentale da parte della Banca Centrale Europea, e – soprattutto – nella gestione comune dell’esposizione degli istituti di credito verso i debiti sovrani degli Stati europei. Ci penserà insomma la BCE a coprire i buchi finanziari delle banche in cambio “di un’appropriata condizionalità”, come recita il comunicato finale del summit dell’Eurogruppo tenutosi nell’ambito del Consiglio Europeo. Le banche si apprestano ancora una volta a ricevere molte centinaia di miliardi di euro in nuovi aiuti, gli Stati cederanno un po’ della loro sovranità ma in cambio vedranno risolti in prospettiva i problemi legati all’esposizione finanziaria degli istituti di credito, legati –è bene ricordarlo- ad una gestione spesso speculativa e troppo disinibita dei loro investimenti – a volte illegittimi – nel mercato mondiale dei bond e più particolarmente in quello europeo. Per forza brindano, hanno trovato chi paga: entro fine anno la BCE renderà operativa l’unione bancaria, o quantomeno comincerà a farlo.
Il meccanismo anti-spread
L’altra, vera novità proveniente dal Consiglio Europeo è l’attivazione rapida di un meccanismo anti-spread per tenere in qualche modo sotto controllo i tassi d’interesse pagati nel mercato dei debiti sovrani da parte dei Paesi che, pur incamminati nella strada indicata dalle direttive di Bruxelles, subiscono gli effetti nefasti di uno spread artificiosamente pompato dalla speculazione finanziaria che realizza in tal modo miliardi di introiti. Molto bene ha fatto il Premier Mario Monti a prendere in ostaggio il quasi inutile “piano sulla crescita” e a convincere la Spagna ad associarsi alla minaccia di veto sull’iniziativa francese, costringendo in tal modo François Hollande a schierarsi al loro fianco (l’altra minaccia di veto sulla “Tobin Tax” era meno credibile, anche perché siamo ancora lontani da una tassa sulle transazioni finanziarie). Bisogna riconoscere che il meccanismo anti-spread è forse la prima, vera misura di solidarietà finanziaria tra gli Stati UE presa negli ultimi due anni: non è semplicemente accettabile che alcuni Stati membri subiscano il sciacallaggio della speculazione pagando tassi di interesse infondati sul piano economico – che annullano in pochi giorni gli effetti di intere manovre economiche e di risanamento – mentre altri Stati membri ne guadagnano di riflesso (la Germania, ad esempio). L’Eurozona ha dunque deciso “di utilizzare gli strumenti esistenti del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) e del Fondo Europeo di Stabilizzazione Finanziaria (FESF) in modo efficiente e flessibile per stabilizzare i mercati dei paesi membri che rispettano le raccomandazioni europee e gli altri impegni”.
Il principio è importante, ma rimangono almeno due dettagli da chiarire da parte dell’ECOFIN. Il primo è legato alla natura delle operazioni finanziarie autorizzate: la Germania ha accettato che il MES e il FESF possano intervenire direttamente nel mercato dei debiti sovrani in stretto collegamento con la BCE, ma va ancora chiarita la capacità operativa riservata ai due fondi salva-stati. Sembra decisamente scartata l'ipotesi che possano comperare titoli sovrani direttamente dagli stati al momento della loro emissione (mercato primario, in questo caso l’efficacia è reale), resta ancora da vedere a che condizioni potranno limitarsi a ricomprarli dai creditori istituzionali o privati che già li posseggono (mercato secondario, in questo caso la misura potrebbe per assurdo favorire la speculazione). Ognuno tira la coperta a sé: la Cancelliera Merkel, ad esempio, ritiene che “andranno rispettate le regole già esistenti ed i protocolli operativi del MES/FESF”, cosa che esclude operazioni efficaci sul mercato del debito. Vedremo quale sarà la sintesi nella riunione dell'ECOFIN del 9 luglio prossimo.
C’è poi – secondo problema – la questione legata alla condizionalità d’accesso / attivazione del meccanismo anti-spread. Per Mario Monti “non c’è alcuna condizionalità, né commissariamenti della troika in vista”, ma tutto ciò andrà verificato. Il comunicato dell’Eurogruppo dice che se uno stato chiede l’attivazione del meccanismo deve sottoscrivere un “memorandum of understanding”, la terminologia usata dalla troika in Grecia… Angela Merkel ritiene comunque che il meccanismo “vada utilizzato solo dentro un quadro di controlli severi e d’impegni precisi”. La questione sarà discussa e precisata nelle prossime settimane. Di certo c’è che questa volta la Cancelliera è stata messa politicamente in un angolo, la batosta è grossa ed inedita: ha dovuto accettare che il MES/FESF intervengano direttamente nei mercati del debito sovrano, in patria aveva fatto della sua contrarietà ostinata a questa misura un marchio di fabbrica. Il “dietrofront” della Merkel è stato reso possibile solo grazie al cambio di guardia all’Eliseo, all’elezione del socialista François Hollande: sia per il possibile veto di Monti e Rajoy contro il “patto sulla crescita” a lui così caro, sia per le sue dichiarazioni in favore di più solidarietà europea, Hollande ha lasciato sola la Merkel al tavolo dei negoziati. Era ora.
I no di Angela Merkel
Il Consiglio Europeo del 28-29 giugno merita dunque un giudizio articolato. Vero è che sullo sfondo si percepisce un cambio di clima politico, grazie soprattutto al diverso posizionamento di François Hollande rispetto al predecessore, Nicolas Sarkozy. Ma la narrativa sulla crescita non può fermarsi qui, non è sufficiente il nuovo “patto” voluto da Hollande. La situazione economica dell’Unione Europea e dell’Eurozona rimane drammatica: tassi record di disoccupazione, recessione, regressione sociale. La situazione dell’Italia rimane particolarmente grave, le decisioni del Consiglio Europeo non alleggeriscono di un grammo i problemi del nostro Paese: speriamo almeno che il nuovo meccanismo anti-spread contribuisca a dare sollievo alle nostre finanze, anche se Mario Monti ha detto che non intende avvalersene. Una dichiarazione tutta politica, il Premier italiano pensa infatti che il solo annuncio della creazione del meccanismo migliorerà i livelli dello spread, con il tempo vedremo se l’intuizione è esatta. Il Consiglio Europeo, confermando l’austerità, ha fatto nuovi regali alle banche e ai mercati, e ha rinviato ancora una volta la discussione su possibili misure di mutualizzazione del debito, l’unica prospettiva – con gli eurobond – per controllare davvero la crisi dei debiti sovrani. Vorrà dire qualcosa se persino il “Comitato tedesco dei cinque saggi” – che consiglia il governo di Berlino sulle grandi questioni economiche – ha proposto di dar vita ad un “fondo di redenzione” dove riporre tutti e subito i debiti sovrani eccedenti il 60% del PIL nazionale, garantiti dalla Banca Centrale Europea, e che gli Stati ripagherebbero in almeno trent’anni. Ma Angela Merkel ha ancora detto “no”. Bisognerà convincerla a cambiare idea, come hanno fatto Mario Monti e François Hollande a fine giugno. Una mano la darà anche qui il tempo, l’anno prossimo si vota in Germania e già alla fine di quest’anno capiremo quale sarà il probabile futuro politico della Cancelliera. Una riedizione dell’attuale maggioranza con i liberali sembra improbabile sul piano elettorale. O sarà sostituita da una coalizione socialisti-verdi (al momento attuale non certissima), o si aprirà la strada ad una nuova “gross koalition”. In entrambi gli ultimi due casi, i più verosimili, Angela Merkel non sarà più quella di prima.
Fonte:Sbilanciamoci.org

mercoledì 11 luglio 2012

Tassare la finanza come primo passo per invertire la rotta

Di Andrea Baranes
Il dibattito europeo intorno alla tassa sulle transazioni finanziarie (TTF) è emblematico degli attuali rapporti di forza tra la sfera finanziaria e quella politica. Da una parte innumerevoli studi e ricerche che ne chiariscono la fattibilità anche nella sola Unione Europea o nella zona euro, appelli di centinaia di economisti, posizione favorevole della maggioranza dei cittadini, e, a parole, delle istituzioni. Dall’altra la potentissima lobby finanziaria che si oppone a ogni nuova normativa.
Il risultato è un balletto di notizie altalenanti sulla sua possibile adozione. Molti Paesi europei, Germania e Francia in testa, si sono detti favorevoli. Il Parlamento europeo ha votato a larga maggioranza per una sua introduzione in tempi brevi. La Commissione ha pubblicato una prima bozza di direttiva. Dall’altro lato troviamo in primo luogo la Gran Bretagna della City di Londra, vero e proprio cuore pulsante della finanza globale, capace di diluire o bloccare qualsiasi proposta di regolamentazione.
La TTF è un’imposta molto ridotta, tipicamente dello 0,05% su ogni compravendita di strumenti finanziari. Il tasso minimo non scoraggerebbe gli investimenti sui mercati, mentre chi specula comprando e vendendo titoli nell’arco di pochi secondi o addirittura di millesimi di secondo dovrebbe pagare la tassa per ogni transazione. La TTF rappresenta quindi uno strumento di straordinaria efficacia per frenare la speculazione senza impattare l’economia reale. La dimensione della finanza è tale per cui anche un’imposta dello 0,05% permetterebbe di generare un gettito di 200 miliardi di euro nella sola Europa e di 650 miliardi di dollari su scala internazionale.
Le ricadute positive non si fermano al contrasto alla speculazione e al gettito. La TTF è uno strumento di redistribuzione delle ricchezze e obbliga la finanza a pagare almeno una parte del costo della crisi. Viene diminuito il volume complessivo delle attività finanziarie, liberando risorse che si possono investire nell’economia reale. La TTF rappresenta inoltre uno dei sistemi più efficaci per implementare dei controlli sui flussi di capitale in entrata e in uscita dai Paesi, un’altra misura fondamentale per riscrivere le regole che sovrintendono la finanza globale.
Gli effetti sarebbero estremamente positivi in particolare in Italia. Chi esporta vedrebbe ridotto il rischio di speculazioni sulle valute; la quotazione del petrolio e delle materie prime sarebbe più stabile e prevedibile; diminuirebbero le possibilità di attacchi sui titoli di Stato. Secondo la Commissione europea, la tassa permetterebbe di generare in Italia oltre 5 miliardi di euro l’anno.
La TTF non è sicuramente la panacea dei mali della finanza, ma permetterebbe di contribuire a una “definanziarizzazione” dell’economia, anche nella misura in cui sposterebbe il peso del fisco dal lavoro alla finanza. Non è unicamente una questione di redistribuzione del reddito o di giustizia sociale. Le tasse possono incentivare o disincentivare alcuni consumi, come avviene tassando il tabacco e le sigarette. Un sistema fiscale come quello attuale, che tassa il lavoro ma lascia liberi i capitali finanziari, è di fatto un incentivo alla speculazione.
Al di là di questi vantaggi, la TTF rappresenterebbe un segnale della volontà di restituire alla sfera politica degli strumenti di controllo su quella finanziaria. Il primo passo di un percorso che deve prevedere la separazione di banche commerciali da quelle di investimento, la chiusura del sistema bancario ombra, la regolamentazione dei derivati, la fine dei paradisi fiscali, la diminuzione della leva finanziaria e via discorrendo.
Dopo i disastri combinati negli ultimi anni la finanza-casinò rialza la testa. Oggi prova a bloccare anche una proposta in sé limitata e di buon senso come la TTF o in alternativa a farne approvare una versione talmente diluita da essere inefficace. Una situazione inaccettabile per le reti e organizzazioni che da anni si battono per una sua introduzione su tutti gli strumenti finanziari, derivati in testa, con lo scopo principale di frenare la speculazione.
Per questo è oggi necessario un potere di “contro-lobby” da parte dei cittadini. Fare sentire con forza la nostra voce nel momento in cui con piani di austerità e tagli alle spese pubbliche si cerca una volta di più di fare ricadere il costo di una crisi provocata da una finanza fuori controllo sulle classi più deboli e che non né hanno alcuna responsabilità.
Davanti a un’Europa sempre più succube dei poteri finanziari e del pensiero unico neoliberista, la TTF può e deve essere il primo passo per invertire la rotta, chiudere una finanza-casinò che trascina nella crisi interi Stati, come avviene oggi in Italia, e creare un sistema finanziario che da fine in sé stesso per fare soldi dai soldi nel più breve tempo possibile torni a essere uno strumento al servizio dell’economia e della società.
Fonte:Sbilanciamoci.org

lunedì 9 luglio 2012

Ragazzi, perché litigate ancora sul nucleare?


Il nucleare civile (esclusi casi limite come l'Iran) oggi non è questione politica né ideologica. Anzi qui in Italia è una questione ormai chiusa. Questa fonte energetica, che presenta indubbiamente alcuni pregi e vantaggi, ebbe una notevole espansione negli anni '60 e '70, sia in Occidente (Italia inclusa) che in Unione Sovietica e paesi satelliti. Prima del grave incidente di Three Mile Island(USA, 1979) era largamente diffusa l'ottimistica convinzione che il pericolo di fuga radioattiva da una centrale atomica fosse insignificante. La fede nella tecnologia l'aveva confinato fuori dalla realtà, come un'invasione della Terra dagli alieni, roba da film del genere catastrofico (per una strana coincidenza Sindrome Cineseuscì nei cinema americani pochi giorni prima dell'incidente). La fuga radioattiva in Pennsylvania (dovuta a parziale fusione del nocciolo del reattore), pur senza causare vittime immediate, causò il blocco immediato delle commesse di nuove centrali nucleari negli USA. L'impatto sul programma nucleare degli altri paesi fu assai più blando. Per es. in Italia nei primi anni '80 iniziammo a costruire la grande centrale di Montalto di Castro, che con due grossi reattori BWR(analoghi a quelli di Fukushima) da 1 GW l'uno avrebbe più che raddoppiato la nostra potenza nucleare istallata. Però sopraggiunse il disastro di Chernobyl(1986), che segnò l'inizio del lento ma inesorabile declino del nucleare nel mondo, che perdura tuttora e che ha subìto un'accelerazione nel 2011 dopo Fukushima. In Italia ci fu un referendum dopo Chernobyl (che portò allo spegnimento dei nostri 4 reattori, mentre a Montalto si realizzò una centrale convenzionale) e un altro dopo Fukushima (che bocciò senza appello il piano nuclearista del governo Berlusconi, piano peraltro mai definito in modo men che fumoso). Negli USA le commesse sono lentamente ripartite solo da pochi anni, soprattutto grazie agli incentivi pubblici assicurati sia dal repubblicano Bush che dal democratico Obama. Le prime richieste di licenze per costruire nuovi centrali sono pervenute alla Nuclear Regulatory Commission (NRC) solo nel 2007. Difficilmente il mero shock emotivo dovuto a un incidente può spiegare uno stop così lungo, una sorta di moratoria virtuale, nel rinnovamento del parco reattori (104 unità) della nazione che ospita colossi dell'industria dell'atomo (Westinghouse, General Electric) e che detiene tuttora più di un quarto della potenza istallata nel nucleare civile mondiale. La severissima NRC concede licenze con il contagocce (appena due fino al febbraio 2012) e i cantieri stentano a ripartire. A oggi negli USA (così come in Francia che di reattori ne ha 58) è in costruzione un solo nuovo reattore, l'unità 2 della centrale di Watts Bar, che secondo l'autorità per l'energia del Tennessee dovrebbe entrare in funzione a fine 2015 (con un costo addizionale tra 1,5 e 2 miliardi di dollari oltre quello previsto di 2,5 miliardi). Un solo nuovo reattore entro il 2015, più altri due (forse) entro il 2017, è ben poco per rimpiazzare decine di impianti ormai molto vecchi e tecnicamente obsoleti. Un dato ancora più sconfortante per i sostenitori della cosiddetta rinascita nucleare americana è la data dell'inizio dei lavori a Watts Bar-2: primo dicembre 1972 (sic). Consoliamoci: anche gli USA hanno la loroSalerno-Reggio Calabria, ed è una centrale atomica! Peggio ancora sono andate le cose a Yucca Mountain, località nel deserto del Nevada dove erano iniziati i lavori per un'opera faraonica ma necessaria: il grandedeposito nazionale a lungo termine di scorie radioattive (attualmente stoccate in siti provvisori presso le varie centrali). Dopo averci speso una decina di miliardi di dollari, il progetto è stato abbandonato senza deliberare nessuna soluzione alternativa. I motivi non sono chiari, ma alla fine devono aver capito che il costo finale previsto per il deposito geologico (intorno ai 100 miliardi di dollari) era solo una stima ottimistica. Per inciso anche in Italia c'è assoluta incertezza sul destino delle scorie delle nostre vecchie centrali. Un altro caso emblematico è quello della Germania, altro paese fortemente nuclearizzato e anch'essa (almeno fino a ieri) tra i leader mondiali dell'industria nucleare civile. Hanno definitivamente spento 8 dei loro 17 reattori, i rimanenti lo saranno entro il 2022. Anche qui è difficile spiegare la scelta in termini politici (assecondare l'opinione pubblica maggioritaria) o emotivi. La Germania aveva iniziato a pianificare attentamente il suo futuro energetico già prima di Fukushima, puntando sulle rinnovabili e sull'efficienza energetica e prefiggendosi obiettivi precisi e ambiziosi. Per ora i risultati sono migliori delle previsioni (basta ricordare il boom del fotovoltaico che nel primo semestre 2012 è cresciuto in Germania del 50%), ma l'obiettivo minimo di rimpiazzare in modo indolore l'aliquota del nucleare nel mix energetico nazionale sembra a portata di mano. Analoga e ponderata scelta ha compiuto il colosso tedesco Siemens che tramite l'AD Peter Loscher nel settembre scorso, insieme alla rinunzia alla prevista joint venture con la russa Rosatom, ha annunciato che il nucleare ''è un capitolo chiuso'' mentre l'azienda investirà in modo massiccio nel settore delle rinnovabili. In precedenza Siemens era uscita dal consorzio con Areva, che stava costruendo un grande e sofisticato reattore di terza generazione avanzata in Finlandia (a costo di risarcire con quasi 1 miliardo di dollari l'azienda francese). A proposito dell'EPR da 1,6 GW in costruzione a Olkiluoto dal 2005, il cui completamento era inizialmente previsto per il maggio 2009, segnalo un ulteriore slittamento della data di consegna all'agosto 2014. Da questi esempi si evince che la crisi del nucleare in atto da decenni nel mondo (con le eccezioni di Cina, India, Corea e Russia, dove si concentrano i 3 quarti di tutti i reattori in costruzione) è dovuta essenzialmente afattori tecnici ed economici. Le centrali di ultima generazione, grazie ai loro molteplici sistemi di sicurezza attiva e passiva, pur non essendo invulnerabili sembrano molto più sicure di quelle precedenti (che però sono ancora la quasi totalità degli impianti in esercizio). Per es. incidenti dovuti a errori umani come quelli di Three Mile Island e Chernobyl sono impensabili in una centrale Gen III+. Però la sicurezza ha costi enormi, specie agli standard elevatissimi richiesti dalle autorità di controllo dei paesi occidentali. Basta ricordare che nemmeno i sofisticatissimi Areva EPR e Westinghouse AP1000 sono stati immuni da forti critiche e dubbi sollevati dalla finlandese STUK e dall'americana NCR rispettivamente. Secondo Scientific American, rivista tradizionalmente nuclearista, al netto dei ritardi nelle fasi di concessione della licenza e di costruzione, oggi una nuova centrale atomica costa per megawatt almeno il doppio di un impianto a carbone e il quintuplo di un impianto a gas naturale. Questi enormi costi d'impianto possono essere bilanciati dai minori costi d'esercizio (legati al basso costo del combustibile) solo se gli impianti nucleari lavorano al massimo dell'operatività per molti anni, certo molti di più della vita media dei reattori finora dismessi nel mondo (circa 22 anni, senza considerare i lunghi e frequenti periodi di fermo per manutenzione straordinaria). Almeno altrettanto grandi, e per giunta spesso a carico delle collettività, sono i costi per la dismissione degli impianti e per lo stoccaggio e/o riprocessamento delle scorie radioattive. Un'ultima considerazione, banale ma decisiva. Il nucleare, come tutte le altre fonti non rinnovabili, è destinato a esaurirsi. Con le attuali tecnologie e l'attuale produzione di energia elettronucleare, le riserve accertate di uranioestraibile a costi calcolabili dureranno circa 80 anni. Ma il nucleare oggi copre meno del 5% del fabbisogno mondiale di energia primaria. Se, per ipotesi, pensassimo di sostituire il petrolio con il nucleare, l'uranio basterebbe per appena un decennio (e il prezzo schizzerebbe alle stelle). Piaccia o no, il futuro energetico dell'umanità appartiene alle fonti rinnovabili.


di Fosforo31