domenica 26 agosto 2012

La spending review ora è legge: con tanti saluti all’equità

Da agosto la spendig review è legge, chi si aspetta finalmente equità, collezionerà l’ennesima delusione. Non vengono tolti privilegi alla Chiesa, i redditi dei ricchissimi non vengono intaccati, ancora una volta non c’è il divieto di cumulo degli incarichi pubblici (per la gioia del presidente Inps Mastrapasqua, l’uomo da oltre un milione di euro di incarichi… quando si dice contento come una Pasqua), chi detiene beni pubblici in concessione continuerà a fare il bello e cattivo tempo, spese militari tutte al loro posto. Di seguito alcuni dei “tagli” previsti: per gli stipendi dei manager e dei dipendenti delle società non quotate partecipate dallo Stato, compresa la Rai, viene previsto un tetto di 300.000 euro dal prossimo contratto (come dire… è giusto che ci siano persone con un reddito al di sotto della soglia di povertà ed altre che prendano soldi pubblici in abbondanza anche in tempi di crisi).
Salta l’obbligo per le autonomie locali di tagliare o accorpare enti e agenzie (la Regione Abruzzo per i suoi vari enti spende oltre 128 milioni di euro), ma Antonio Mastrapasquaresta l’obiettivo di ridurne la spesa almeno del 20%. Escluse dai tagli le istituzioni che gestiscono servizi socio-assistenziali, educativi e culturali (come dire… non si taglierà sui vari consigli amministrativi ma sui dipendenti che costano). Sulle Province: gli enti dovranno essere ridotti ma con un “riordino” e non una “soppressione”. Restano i requisiti minimi di popolazione e territorio, che eliminano le amministrazioni più piccole, e per i Comuni che vogliono cambiare Provincia dovrà esserci contiguità territoriale. Entro 90 giorni ogni Regione dovrà trasmettere al governo una proposta di riordino (come dire… a discrezione delle buone o cattive Regioni).
Nella Pubblica Amministrazione, riduzione del 20% dei dirigenti pubblici, -10% del personale non dirigente. Per il personale del ministero dell’Interno e per i diplomatici e i dirigenti del ministero degli Esteri il termine per la riduzione degli organici viene spostato al 30 aprile 2013, sei mesi in più rispetto al 31 ottobre 2012 stabilito per tutti (come dire… vi lasciamo respirare fino a nuove elezioni, poi la patata bollente si passa a chi verrà Mario Montidopo). Nuovo taglio di 5 milioni di euro per le risorse dedicate alle intercettazioni telefoniche. Ne beneficiano però gli uffici giudiziari sul territorio, che così dovranno fare tagli per 30 milioni e non più per 35 milioni (come dire… tornate a prendere “certi” appuntamenti per telefono per risparmiare carta).
Multe raddoppiate per le proteste dei lavoratori nei servizi pubblici essenziali fatte in violazione della legge sullo sciopero (come dire o questa minestra…). Buoni pasto per i dipendenti pubblici non oltre i 7 euro, dal 1° ottobre, e stop alle consulenze esterne ai dipendenti in pensione (come dire… nei call center possono continuare ad averli da 4 euro come quello che guadagnano l’ora). Nella sanità l’addizionale Irpef più cara per le Regioni in deficit sanitario (come dire… il debito lo hanno contratto i cittadini e non chi ha amministrato con i piedi).  Tagli ai posti letto negli ospedali: 3,7 ogni 1000 abitanti – oggi è 4 (come dire… la popolazione Samanta Di Persioanziana aumenta, servitevi della sanità privata).
Taglio del 50% alla spesa per il noleggio delle auto blu e per i buoni taxi rispetto al 2011 (come dire… continuate ad avere privilegiati con i vostri 16mila euro al mese). Slitta di due anni l’obbligo del taglio del 15% degli affitti per immobili in uso alle amministrazioni (come dire… nel frattempo vendiamo gli immobili e li riaffittiamo ai vari Tronchetti, Montezemolo…). Non c’è da meravigliarsi se l’Italia è nel mirino degli speculatori e lo spread continua ad essere lo spaventa-investitori. E se Monti non avesse pronunciato le parola austerità, equità fino alla nausea?
(Samanta Di Persio, “Come dire spending review”, dal blog “Cado in piedi” del 16 agosto 2012).
Fonte:Libre.it

lunedì 13 agosto 2012

LA GUERRA CONTRO L’IRAN SIGNIFICA, IN PROSPETTIVA, LA GUERRA CONTRO LA CINA E LA RUSSIA

Informazione - Illuminiamo le Coscienze

Intervista a Gejdar Dzhemal 


Fin dall’approvazione delle sanzioni contro l’Iran entrate in vigore il 1° luglio, gli esperti dicono che l’Iran è stato
 costretto all’angolo. Al contrario, il Presidente del Comitato Islamico della Russia, il noto filosofo e politologo Gejdar Dzhemal, è convinto che la situazione giochi a favore dell’Iran. Secondo lui, Obama sta solo fingendo di essere in procinto di cominciare le operazioni contro la Repubblica Islamica, ma sa benissimo che l’inizio della guerra contro l’Iran significherebbe, in prospettiva, una guerra contro la Cina e la Russia.

- Signor Dzhemal, Lei concorda con l’opinione di coloro che vedono l’Iran costretto in un angolo e ritengono che sia solo questione di tempo per un’aggressione più o meno giustificata da parte della NATO o per uno strangolamento economico?

- L’Iran non commetterà nessun errore e nessuna stupidaggine. L’Iran si limiterà a rispondere alle azioni ostili compiute nei suoi confronti. Senza alcun dubbio, esso considererà come forze criminali quelle che gli sono ostili e le metterà dalla parte dei “cattivi”. Per essere precisi, un attacco contro l’Iran non sarebbe “provocato”, perché è certo al cento per centoche esso non possiede armi nucleari, anche se l’opinione pubblica dei paesi occidentali lo verrebbe a sapere a posteriori, come è avvenuto nel caso di Saddam. A differenza di Saddam, però, l’Iran ha un buon numero di alleati e di sostenitori. La risposta dell’Iran consisterà nelle gravi perdite che questo Paese causerà a Israele ed agli Stati Uniti e nel sostegno che il resto del mondo darà a questa risposta.

- La guerra contro l’Iran è già inevitabile?

- In ultima analisi, sì, è inevitabile. Nei prossimi giorni, settimane e mesi, dovremo capire che Obama si mantiene all’ordine del giorno e il 
suo ordine del giorno prevede che egli non si agiti troppo prima delle elezioni. Non dimentichiamo che la maggior parte degli esperti che commentano questa situazione sono legati a Israele, che freme perché si passi alla fase calda del conflitto, proteggendosi bene dietro gli Stati Uniti. Ma Obama ha un altro ordine del giorno, che non coincide con quello israeliano.

- Adesso molti osservatori concordano sul fatto che Obama stia “delegando il compito” a Israele. Dov’è la logica?

- Sta fingendo, perché non ha ancora trovato una soluzione con la consorteria filoisraeliana e non può fare apertamente molte cose. Ricorda che ha detto a Medvedev che dopo la rielezione avrebbe un più ampio margine di manovra? Sì, si riferiva allo Scudo Antimissilistico e non all’Iran, ma perché non estendere quelle parole a tutta la sua politica? Obama non può mostrare pubblicamente che non desidera occuparsi dell’Iran, perché i suoi interessi consistono nell’eliminare le sfide rappresentate da Russia e Cina. Perciò il suo obiettivo, adesso, è separare Russia e Cina, quindi creare delle forze che possano accerchiare la Cina e creare instabilità nella parte occidentale della Cina, di fronte allo Xinjiang. L’Uzbekistan, per effetto di un abile complotto, è stato fatto uscire dall’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva. E’ un passo verso la destituzione di Islam Karimov: la forte opposizione interna ed esterna era tenuta a freno da Mosca, ma adesso non è più possibile. La destabilizzazione dell’Asia centrale, che risulterà da questa situazione, rappresenterà un’efficace pressione sulla Russia e sulla Cina ed anche sull’Iran.La Russia e la Cina, però, interessano a Obama molto più che non l’azione contro l’Iran e contro la Siria, la quale si trova all’ordine del giorno della politica estera statunitense grazie al lavoro compiuto dai neocon. I piani operativi, le reti degli agenti, il lavoro delle organizzazioni spionistiche e tutto quello che è stato fatto nel decennio di Bush non possono dissolversi nello spazio della politica. Senza alcun dubbio, Obama sta cambiando attivamente l’agenda statunitense, cosicché, dal punto di vista della Casa Bianca di Obama, adesso l’Arabia Saudita si trova in pericolo più che non lo stesso Iran.

- E allora perché tutta questa storia intorno all’Iran, se, come Lei sostiene, Obama non si interesserà più di quel tanto a Teheran dopo la sua rielezione?

- La guerra è inevitabile, perché Obama non è il presidente degli Stati Uniti, ma un funzionario del governo mondiale, della burocrazia supercapitalista internazionale. Come ha detto Paul Ron parlando al Congresso, oggi il problema principale degli Stati Uniti consiste nel fatto che il Congresso e le istituzioni nazionali del potere non contano nulla e non decidono: tutto sarebbe deciso da NATO, ONU, UE e Obama sarebbe solo il direttore esecutivo locale! Qual è lo scopo di questa burocrazia internazionale? Liquidare le sovranità nazionali più pericolose, quelle che disturbano le strutture burocratiche internazionali togliendo “trasparenza” ai territori nazionali. Si tratta delle sovranità siriana, iraniana, indiana e brasiliana; ma il pericolo principale è costituito dalla Cina e dalla Russia.

La Siria e l’Iran sono obiettivi secondari; però, se adesso ci si occupa seriamente di essi, la Russia e la Cina ricevono un segnale ben chiaro: non esiste la possibilità di giungere a un accordo col governo mondiale e quindi non c’è modo di evitare la guerra. La situazione è analoga a quella in cui Hitler attaccò la Polonia, dopo che tutti gli avevano condonato la Cecoslovacchia; però dopo la Polonia capirono che non potevano continuare così eche dovevano scatenare la guerra. Lo stesso avviene adesso: se gli USA, la UE e Israele scatenano la guerra contro l’Iran, costringeranno la Russia e la Cina a costituire un asse che si opponga all’Occidente.

Il paradosso della situazione attuale consiste nel fatto che i grandi obiettivi per la politica statunitense rivestono priorità rispetto a quelli secondari, però Obama finge di occuparsi dell’Iran, ma in realtà pensa alla Russia e alla Cina – in primo luogo, è chiaro, alla Cina.

Lo scopo principale è di aprire una breccia fra Russia e Cina, e ciò sta già avvenendo. Consideri il fatto che la Gazprom ha firmato un accordo col Vietnam. In tal modo, installandosi nel “cortile di casa” della Cina e provocando la preoccupazione di Pechino e la sua irritazione nei confronti di Mosca, la Gazprom ha fatto una mossa che obiettivamente avvantaggia la strategia nordamericana.

- Se l’invasione dell’Iran avrà luogo, che obiettivo perseguirà l’Occidente? L’annientamento del programma nucleare? La distruzione totale del Paese come nel caso dell’Iraq?

- Gli obiettivi dell’Occidente sono lontani dalle passionali dichiarazioni dei nostri esperti circa la disintegrazione dell’Iran, il ritorno all’età della pietra eccetera. Il suo obiettivo è la distruzione dell’ordinamento politico iraniano. Non è neanche il programma nucleare a preoccuparlo. Sono sicuro che lo spionaggio statunitense sa benissimo che l’Iran non dispone della bomba atomica. L’obiettivo principale, la disgregazione dell’ordinamento politico iraniano, si ispira a presupposti strettamente ideologici, perché la Repubblica Islamica non può essere inquadrata nel vigente sistema della burocrazia internazionale.

- Vogliono porre termine all’esportazione della rivoluzione islamica in altre regioni?

martedì 31 luglio 2012

Perotti: cambiamo vita, tanto ormai il capitalismo è morto

Spread alle stelle, borse che crollano. Cosa succede? «Sta crollando questo capitalismo basato integralmente sulla finanza e non sull’industria, sull’artigianato, sulla manifattura, sui fondamentali». Simone Perotti, ex manager convertitosi in skipper e scrittore di successo – dopo il besteller “Adesso basta” l’ultimo lavoro, “Scollochiamoci”, scritto per “Chiarelettere” , Paolo Ermani – non ha più dubbi: dopo due secoli e mezzo il nostro capitalismo «sta arrivando alla sua ultima fermata», ormai «i nodi vengono al pettine e non si può che assistere all’agonia di un mostro impazzito che è sfuggito al controllo del suo creatore». Un mostro o, a scelta, un grande malato: che «nessuno dei grandi medici accorsi al suo capezzale riesce a curare». Quella a cui stiamo assistendo è un’agonia: non ne siamo responsabili, se non in minima parte, e non possiamo farci nulla. A meno di non adottare l’unica arma di autodisfesa a nostra disposizione: cambiare vita, e subito.
Secondo Perotti, intervistato dal blog “Cado in piedi”, si tratta di trovare il modo di mettersi al riparo dalla crisi, per quanto possibile, evitando di Simone Perottiscivolare nel baratro cieco della recessione terminale che minaccia l’Europa, l’Occidente e tutto il pianeta, sotto la scure delle inutili e crudeli politiche di “rigore” inventate dagli stessi dominus della finanza mondiale, i principali “architetti” di una crisi che, attraverso la speculazione, garantisce immense fortune a pochissimi, a spese di tutti gli altri. La soluzione? «Vivere in maniera più sobria, vivere di poco, disertare la Borsa e qualunque investimento finanziario». Inutile aspettarsi miracoli dal fantasma della politica: si può agire in proprio, tutti insieme. Per esempio, con investimenti quotidiani e mirati: «Meglio utilizzare il proprio denaro (poco o tanto che sia) per fare cose che abbiano un senso chiaro, magari autoproducendo una parte del nostro cibo, forse creando valore per la produzione di energia che ci serve realmente e concretamente per scaldarci». Tradotto: «Pensiamo a installare un pannello solare, invece di comprare le azioni di chi li produce».
Intanto la disoccupazione giovanile è esplosa e solo 2 assunzioni su 10 sono a tempo indeterminato. Per i giovani sembra non ci siano vie duscita: il futuro è letteralmente abolito dal cupo orizzonte disegnato dai tecnocrati europei, emissari delle élite finanziarie. «I giovani – dice Perotti – sono stati in difficoltà forte anche quando avevano 18 anni nel 1946 e avevano magari un genitore morto in guerra e due zii che erano stati fatti sparire dai nazisti perché erano dei partigiani, e magari crescevano in una zona bombardata dagli inglesi via mare in cui non c’era neanche il ponte per andare al di là del Bisagno», il torrente che bagna Genova, città natale dello scrittore. Tempi duri: il dopoguerra, la fame, l’impossibilità di studiare: il dolore di quei ragazzi, aggiunge Perotti, è paragonabile alle difficoltà della generazione attuale, come se di colpo i giovani fossero stati scaraventati indietro di oltre mezzo secolo. «Ma poi i ragazzi sono usciti, hanno fatto quello che ritenevano giusto fare, la possibilità se la sono costruita: i nostri giovani devono fare un po’ la stessa cosa».
«Sono abbastanza critico rispetto a chi guarda i giovani con paternalismo, pensando siano l’unica generazione di sfigati in una storia dell’umanità in cui i giovani hanno sempre avuto tutte le opportunità: non è vero, non è mai stato così», premette Perotti, in sintonia con le tesi che Giampaolo Pansa ha esposto nel suo ultimo lavoro autobiografico, “Poco o niente”, che rievoca le impensabili durezze con cui si dovettero confrontare le generazioni precedenti. Ogni epoca lancia le sue sfide, sostiene Perotti, e i giovani hanno comunque le carte in regola per per affrontarle, con entusiasmo e magari un Giampaolo Pansapizzico di idealismo, rischiando cocenti disillusioni ma avendo dalla loro parte quantomeno l’età. «Direi che quelli che sono messi peggio sono i quarantacinquenni, i cinquantacinquenni che magari hanno perso un po’ l’abbrivio, che forse il meglio di loro l’hanno già dato e che devono fronteggiare una situazione molto difficile».
Questo però non costituisce un’attenuante: se solo 2 assunzioni su 10 sono a tempo intederminato significa che «il sistema ha mentito: non può essere drenata tutta la forza lavoro così come era stato promesso». Otto giovani su dieci restano senza garanzie? E’ la prova della “bufala”, del sistema basato su false promesse. «Questo è un Paese che ha delle vocazioni ben chiare: basterebbe ripulirlo da tutta l’immondizia che c’è in giro sulle coste, sulle spiagge, nelle montagne, dovunque c’è un patrimonio turistico, naturalistico, architettonico, paesaggistico e artistico che ha grande valore per noi, ma che noi teniamo malissimo». Secondo Perotti, «basterebbe ripulire l’Italia proprio togliendo le carte per terra e già lavorerebbero migliaia di persone». Lavoro utile, e per tutti? Basterebbe bonificare i siti ex industriali e restaurare l’immenso patrimonio storico. Nessun paese al mondo ha così tante risorse, e nessuno le spreca come fa l’Italia: stiamo dilapidando la nostra cassaforte turistica, quella che ci salverebbe, con scelte sempre sbagliate o fuori tempo massimo.
Fonte:Libre.it

domenica 29 luglio 2012

Crisi e dittatura della finanza, perché non si fa la rivoluzione?

Perché non ci si ribella contro la dittatura della finanza? Perché non si fa la rivoluzione? Negli anni Sessanta si scendeva in piazza per molto meno e si chiedeva a gran voce un cambiamento radicale del sistema, una rivoluzione appunto. Ora si tace. Si guarda impassibili, demotivati, senza energia il lento defluire degli eventi. Si assiste come spettatori impassibili dinanzi ad una tragedia che ci coinvolge: disoccupazione alle stelle, licenziamenti di massa, precariato a vita. Ci tolgono i diritti essenziali e le grandi conquiste sociali ottenute dopo una stagione di lotta: il diritto al lavoro, il diritto alla sanità e il diritto allo studio. Tutto questo è messo in discussione perché c'è la crisi, facile pretesto per convogliare risorse pubbliche nelle mani dei pochi, dell'élite economica che governa il mondo. Aumenta il gap tra ricchi e poveri e aumenta la disuguaglianza sociale tra chi ha e chi mai avrà. Ci hanno rubato il futuro, la speranza e la voglia di sognare un futuro migliore. C'è la crisi: un mantra per spiegare la rapina delle nostre risorse e dei nostri diritti.

Mi capita spesso di chiedermi: come possiamo tollerare tutto questo? Come possiamo tollerare che personaggi come John Paulson fondatore della Paulson & Co intaschi in un anno 5 miliardi di dollari (8 mila miliardi di vecchie lire, lira più, lira meno), mentre in Grecia la disoccupazione giovanile è al 51%? Soldi guadagnati strangolando gli stati e i suoi cittadini deprivati delle proprie risorse per far arricchire questi sciacalli. Come possiamo tollerarlo? Come possiamo tollerare che David Tepper di Appaloosa Management, Ray Dalio di Bridgewater Associates e James Simons della Renaissance Technologies abbiano avuto, nel 2010, guadagni personali tra i due e i tre miliardi di dollari? Come possiamo tollerare che lo scorso 15 maggio un solo investitore, tale Kenneth Dart, abbia incassato 400 milioni di euro (quasi 800 miliardi di vecchie lire, più o meno lo stipendio mensile di circa 400mila operai) dalla Grecia, ovvero uno Stato dove, secondo l'Unicef, ci sono 400mila bambini sottonutriti? Perché dobbiamo continuare a dissanguarci, lavorare 5 anni in più, rinunciare a 18mila posti letto nella sanità pubblica, a veder chiudere migliaia di scuole, di asili nido, di università pubbliche, per regalare i nostri soldi a questi avvoltoi? Perché non ci si ribella a questa dittatura della finanza, a questo precariato irrazionale, a questo sistema immorale e criminale?

Il discorso è complesso e lungo, ma posso provare ad offrire, più che risposte, stimoli di riflessione. Innanzitutto non ci ribelliamo perché non sempre queste cose le conosciamo: avete mai sentito parlare in tv di John Paulson, un uomo che da solo, strangolando gli stati, guadagna 8 mila miliardi di vecchie lire in un anno? Avete mai sentito parlare di Kenneth Dart un esiliato fiscale degli Stati Uniti (non paga tasse e nessuno può farci niente) che ha chiesto e ottenuto in un solo giorno dalla Grecia, mentre il paese muore, lo stipendio mensile di 400mila operai? Avete mai sentito parlare di David Tepper, di Ray Dalio o di James Simons i cui guadagni personali oscillano tra i due e i tre miliardi di dollari ogni anno, ovvero quanto una finanziaria lacrime e sangue? Da dove credete che arrivino i loro immorali guadagni? Dalle nostre tasse, dai nostri sacrifici, dalle nostre lacrime amare. Quale TG ve ne ha mai parlato? Quale TG osa far vedere le loro facce e raccontare le loro storie, che poi sono i nostri soldi? Sappiamo tutto del nuovo amore di Belen, della sua farfalla e dei suoi capricci, ma non sappiamo niente di chi ci ruba il futuro, di chi ci dissangua, di chi ci obbliga a lavorare 5 anni per farli arricchire.

Sono invisibili, assenti e fugaci. È questo il nuovo volto del potere. È dall'invisibilità che trae la sua forza: contro chi ti ribelli? Contro le banche? E cosa fai? Chiami una banca e ti scagli contro un operatore precario e mal pagato di un call centre? Contro chi te la prendi? Contro gli Hedge Fund? Il nuovo potere che si affaccia nelle nostre vite sotto forma di Spread, di Mercato, di investimenti, di tecniche finanziarie, non ha un volto umano, ma è indecifrabile e invisibile. Sino a qualche decennio fa la forza del potere era data dalla visibilità. Il capitale era inchiodato al suolo con le sue fabbriche e ad esse era ancorato il lavoratore. La fabbrica fordista era il simbolo di oppressione, ma anche di sicurezza. Quel luogo era, come Bauman sottolinea, per padroni e operai un luogo di interessi comuni, era la dimora di entrambi, il "loro habitat comune, al contempo campo di battaglia per una guerra di trincea e casa naturale di sogni e speranze". Ora l'economia si volatilizza, viaggia liberamente da uno Stato ad un altro, imponendo le sue leggi e direttive, la sua logica e la sua ideologia. Non importa il colore del governo, centro destra e centro sinistra non fanno grande differenza (tranne sui valori del vivere civile e sui diritti) poiché ogni stato è schiavo delle decisioni politiche ed economiche prese altrove. Il governo diventa l'esecutore materiale di scelte prese lontano dalle telecamere e dagli interessi dei cittadini. Lo stato si riduce a mero commissariato di polizia la cui funzione è mantenere l'ordine sociale per permettere ai mercati di agire indisturbati.

Contro chi ti ribelli allora? Contro chi scaglia la tua frustrazione, la tua rabbia e il tuo malcontento? Nelle dittature classiche, quelle del manganello e delle purghe, l'effige del potere era ovunque, dalle scuole alle monete, dalle strade alle strutture pubbliche. Tutte portavano il simbolo del potere che traeva la sua forza dalla visibilità. Oggi, al contrario, la vera caratteristica del potere è la fuga, la capacità di evasione e di non essere identificabile. Ecco allora che subentra la rassegnazione, la frustrazione, l'incapacità di reagire e sognare. Un'intera generazione senza speranza, senza futuro, senza fini e senza sogni. Ecco qual è la cosa peggiore di questa crisi artificiale: ci hanno rubato il futuro e la voglia di lottare e sognare un futuro migliore. Ce lo hanno rubato perché il futuro neanche riusciamo ad immaginarlo, si vive per l'oggi, non per il domani, si vive nel precariato, nel tirare a campare senza prospettiva di un cambiamento. Durante una dittatura vecchio stampo, sogni che il tiranno cada, sai che dietro quella caduta, quella statua dell'oppressore che brucia in piazza, c'è la tua rivincita, ti aspetta un futuro migliore. Lotti perché il tuo sogni si avveri. Lotti perché credi in un futuro migliore. Lotti perché hai un sogno: una vita senza il tiranno. Ora che sogniamo? Che cada la statura di John Paulson? O quelle di David Tepper, di Ray Dalio o di James Simons? Ora non puoi sognare che cada ciò che non conosci ed è per questo che non riesci ad immaginarti un futuro migliore. Per questo non riusciamo a fare una rivoluzione: non sappiamo cosa sovvertire.
di Massimo Ragnedda
Fonte:Tiscali.it

mercoledì 25 luglio 2012

Andiamo oltre l'attuale sistema economico finanziario: che falliscano i banchieri

 

Puntellare costantemente e inutilmente questo sistema è veramente da folli: si drenano solo altre risorse per sostenerlo fittiziamente ma è già comunque fallito! Quello che ulteriormente sottolineo e ritengo ancora più tragico è che tutti gli addetti ai lavori lo sanno perfettamente, lo percepiscono quotidianamente. E’ un fallimento inarrestabile il cui default si allontana solo nel tempo: siamo ad un punto di non ritorno. Bisognerebbe che ciò, per il bene di tutti, venga presto dichiarato e ci si dia da fare con percorsi nuovi. Credo però che se non ci muoviamo decisamente noi cittadini non lo faranno mai coloro che gestiscono questo modello, non sanno proprio cosa fare!

Certamente sarà traumatico, ma non starei ad ascoltare i tromboni attuali, figli di questo sistema, che spaventano con le loro dichiarazioni. Ci dicono ad esempio che se falliscono le banche sarà una tragedia: ma per chi? Dipende infatti da chi si vuole salvare e dunque dalle scelte politiche del momento. Oggi le decisioni sono in mano alla finanza, bisogna che non sia lei a decidere ma la politica. Ma anche i politici direte sono in mano alla finanza? Allora, giustamente cambiamoli, mandiamo a casa in Italia questo governo e diamo ascolto a chi vuole invece salvare i cittadini: è possibile se si vuole! Si potrebbe infatti non
perdere i risparmi dei cittadini onesti, e non ovviamente quelli di coloro che li hanno usati, allettati da lauti guadagni, per il gioco della speculazione finanziaria mondiale, semplicemente se si utilizzasse solo una piccola parte delle risorse messe a disposizione dalla Banca Centrale Europea per salvare le Banche. Se solo una parte di queste infatti andasse invece agli Stati e da questi a coprire i risparmi dei correntisti delle banche fallite il problema sarebbe risolto. Ma solo una nuova classe Politica (con la P maiuscola) potrebbe avrebbe il coraggio di giudicare e condannare al fallimento i banchieri potenti di oggi.

Dobbiamo star certi comunque che i banchieri, nonostante siano da tempo falliti, non molleranno tanto facilmente il loro potere di influenza e per questo agiteranno come sempre lo spauracchio della speculazione attraverso il potere mediatico, che altrettanto detengono, facendo paura ai governi: “attenti, se non fate ciò che vi diciamo comincerà una speculazione forte sui vostri titoli sovrani!”. E’ un ricatto che usano da tempo, perché ancora noi stiamo dentro questa logica, ci richiudono nel pensiero unico: ci viene detto incessantemente e solamente che il problema è la speculazione, il debito, il pareggio di bilancio. Ma perché continuare a credere a coloro che, dopo aver creato tutto ciò oggi ci indicano pure le soluzioni? Perché diamo loro ancora così tanta credibilità?

Il fallimento è già evidente da tempo e le misure che si attuano, fatte passare per “salvastati”, non fanno altre che confermarlo. Come definire se non un ultimo colpo di coda di un sistema ormai morto e fallito iniziative come: a) il continuo drenaggio di risorse dei cittadini e dello Stato per coprire un debito che tutti sanno è impagabile, e che è solo funzionale alla speculazione finanziaria? b) i trattati europei che hanno completamente privato i singoli Stati della propria sovranità ed imposto alla Banca Centrale Europea che il denaro stampato non possa essere messo a disposizione degli Stati ma solo dato alle Banche, dunque alimentando anche qui la sola speculazione finanziaria? c) il Fiscal Compact che tra l’altro impone a coloro il cui debito è superiore al 60% del Pil di rientrare a breve in pochi anni, in misura chiaramente insostenibile anche dall’analisi del più stupido economista e di nuovo alimentando la vendita di beni pubblici alla speculazione finanziaria?

Non deprimiamoci però, siamo vivi, abbiamo una testa per pensare e mezzi che ci possono aprire gli occhi o per lo meno farci vedere che esiste “altro”. Certamente chi è vissuto costantemente pendendo dalle labbra di questo sistema avrà più difficoltà, ma possiamo cominciare a difenderci per attenuare il trauma di questo fallimento in corso. Cerchiamo prima di tutto di informarci e conoscere cose che non vengono diffuse dai media attuali, ovviamente ancora in mano al Potere deleterio attuale. Ci sono innumerevoli esperienze recuperabili in internet cerchiamole e vedrete che tante saranno anche vicino a voi. Sono centinaia di migliaia le persone che quotidianamente già vivono senza farsi influenzare dalle logiche che ci stanno conducendo alla rovina, sociale, relazionale e ambientale. Queste persone combattono anche contro la politica di sistema attuale, che prova a mettere bastoni fra le ruote anziché agevolare la collaborazione tra cittadini: ma se i cittadini sono determinati e si muovono non possono che avere risultati positivi.

Assecondiamo perciò chi ci propone progetti di sviluppo locale, mettiamo a disposizione di finanziarie e piccole banche locali i nostri risparmi, anziché farceli bruciare dai mega colossi bancari e finanziari già falliti! Recuperiamo concetti che sembravano dimenticati o superati, ma che sono invece il fondamento più alto di ogni società, ovvero la mutualità, la solidarietà, il rispetto per l’altro. il mutuo aiuto. In questo modo la crisi della finanza ci preoccuperà di meno e sosterremo un’economia più sana e strutturata per essere al servizio dei cittadini del territorio. Sembrerà fuori luogo parlare in questo modo in un sistema globalizzato, forse però si dimentica che ogni sistema globalizzato si regge su produzioni locali che si interscambiano beni e servizi prima localmente e poi a livello planetario visto lo sviluppo dei mezzi di trasporto. Ma la globalizzazione attuale è degenerata perché ha accentuato le monoculture pensando più alla vendita internazionale che all’autonomia territoriale e alla sovranità alimentare: ora dobbiamo far fronte anche a questa crisi. ma ce la possiamo fare!

Ricominciamo dunque a recuperare la fiducia tra noi cittadini, provati da decenni di bombardamento sull’individualismo e la sopraffazione tra cittadini come unico modello di sviluppo: vinco se ti faccio fallire! Invece dobbiamo tutti vivere e tutti lavorare. In una situazione di lealtà generalizzata, il migliore avrà sempre più opportunità, ma mai si può dimenticare la crescita anche degli altri. Per realizzare questo c’è bisogno di altri politici, di altri pensieri e prospettive, siamo pronti? Forse, più che a politici di professione, dovremmo affidarci a cittadini attivi che portano un patrimonio di cultura ed esperienza nuove. E per fortuna di queste persone in Italia ve ne sono tante.
di Giovanni Acquati
Fonte:Tiscali.it

lunedì 23 luglio 2012

Perchè l'Italia

D'accordo, gli italiani sono dei menefreghisti. Gli italiani se ne fottono di quello che succede al loro paese, e guardano soltanto al vantaggio personale. Gli italiani si sentono tutti uniti quando gioca la nazionale, ma poi tornano subito al loro passatempo preferito, che è quello di pisciare nel giardino del vicino.
Gli italiani reagiscono come belve ferite se li tocchi nel portafoglio: prova a ritoccare le tariffe dei tassisti, e avrai di colpo intere città bloccate dalle auto gialle, che protestano per questi ritocchi. Oppure prova a ritoccare le sovvenzioni agli agricoltori, e avrai di colpo le strade di mezza Italia bloccate dalle mucche e dai trattori. Ma non vedrai mai i tassisti che scioperano per difendere i diritti degli agricoltori, nè gli agricoltori che scioperano per difendere quelli dei tassisti. In Italia la solidarietà fra le varie categorie non esiste, esattamente come non esiste la soliderietà fra gli individui.
Ognuno per i cazzi suoi, e che Dio ce la mandi buona.
Ma perchè siamo così diversi dagli altri? Perchè gli spagnoli scioperano uniti contro le misure dell'austerity, perchè gli inglesi protestano uniti quando la benzina è troppo cara, perchè i francesi scendono compatti in piazza contro l'innalzamento dell'età pensionabile, mentre noi restiamo serenamente a casa nostra, a meno che la cosa ci riguardi da vicino?
La prima risposta che viene alla mente, è che da noi il meccanismo del divide et impera abbia funzionato meglio che nelle altre nazioni. Ma siamo daccapo: perché da noi avrebbe funzionato meglio, e dagli altri invece molto meno?
Propongo un ragionamento, senza pretendere ovviamente di avere la verità in tasca. La nostra nazione ha una storia molto particolare, che la differenzia da tutte le altre: è stata infatti sia la culla del grande impero romano, ...
... sia la culla della Chiesa cattolica. Queste due entità, apparentemente molto diverse, hanno in realtà una caratteristica fondamentale in comune: sono ambedue basate su un principio di autorità assoluta, che viene dall'alto, e funzionano secondo una rigida struttura gerarchica, nella quale i vertici prendono tutte le decisioni, e agli altri non resta che obbedire.
L'imperatore dalla tribuna volgeva il pollice verso il basso, e il povero gladiatore veniva passato a fil di spada. Il prete invocava il nome di Dio dall'altare, e il povero selvaggio veniva mandato al rogo senza pietà.
Non a caso queste due istituzioni - Impero e Chiesa - sono riuscite a forgiare un'alleanza storica, dal terzo secolo in poi, che ha portato la spada e la croce a diventare due volti della stessa medaglia.
L'una mandava i crociati a conquistare le terre d'oriente, l'altra li assolveva in anticipo per tutti i massacri che avrebbero commesso.
In realtà, il concetto di autorità dall'alto è talmente simile, fra le due istituzioni, che ad un certo punto è nata la famosa questione temporale, ovvero se fosse l'imperatore a dover incoronare il papa, oppure il papa ad incoronare l'imperatore.
Nel frattempo il popolo subiva, anno dopo anno, decennio dopo decennio, secolo dopo secolo, fino ad abituarsi in modo irreversibile a subire senza più protestare. A tutto questo, naturalmente, dava una buona mano il cattolicesimo, che ti insegna ad accettare umilmente le pene terrene, promettendoti in cambio una ricompensa divina. Fiat voluntas Dei.
Il risultato è la tipica reazione dell'italiano di oggi, che di fronte ai problemi che lo affliggono scrolla le spalle e dice rassegnato: "Tanto, che cosa ci vuoi fare?"
Solo a quel punto subentra il meccanismo del divide ed impera.
Per bilanciare infatti lo schiacciamento collettivo, bisogna permettere all'individuo di rivalersi in qualche modo a livello personale. Altrimenti la rivolta esploderebbe, compatta e poderosa, e sarebbe inarrestabile.
Permettendo invece al singolo di trarre piccoli vantaggi quotidiani, a spese di tutti gli altri, si riesce ad incanalare la sua frustrazione non più contro le istituzioni, ma contro i propri simili.
Nasce così la tolleranza istituzionalizzata, che ti permette di non pagare l'Iva evitando di fare lo scontrino, che schiaccia un occhio quando dichiari 30.000 euro all'anno e giri con la Ferrari, che finge di non vedere quando costruisci un bagno abusivo dove prima c'era un terrazzino.
Mentre tu ti senti "furbo" per aver "fottuto lo Stato", in realtà hai fottuto i tuoi concittadini, perché i soldi che hai risparmiato individualmente ti verranno comunque tolti a livello collettivo: tu risparmi 100 euro di Iva non versata, ma poi ciascuno di noi paga 100 euro in più, sotto forma di tassazione, quando va a fare benzina, compera le sigarette, oppure paga la bolletta del gas.
E' nella sottile distinzione che esiste fra "stato" inteso come istituzioni, e "collettività" inteso come insieme della popolazione, che si crea lo spazio per alimentare il divide et impera fra i singoli cittadini. Ed è nell'illusione che il vantaggio personale non finisca comunque per ritorcersi contro di te a livello collettivo, che si riesce ad alimentare quel meccanismo in ciascuno di loro.
Ma prima di mettere in funzione la guerra fratricida è necessario aver convinto la popolazione, ai livelli più profondi del nostro inconscio, che "tanto non c'è niente da fare". Altrimenti, quando si presenta un problema quelli si uniscono, ed invece di scannarsi fra di loro vengono dritti contro di te, perchè sanno che invece "qualcosa si può fare".
E a quel punto della tua autorità a divinis te ne fai ben poco: il re è nudo, e non serve nemmeno più che tu ti metta a scappare. Tanto i forconi, che siano terreni o divini, ti attendono in ogni caso.

di Massimo Mazzucco

Fonte:Luogocomune.net

venerdì 20 luglio 2012

Ore 19, la Sardegna riabbraccia Rossella: "Voglio riposare e festeggiare"



di Cristiano Sanna
Az1595. Molto di più del solito, impersonale numero che contraddistingue un volo. Quel codice stavolta ha il sapore di un abbraccio grande quanto un'intera isola. Atterra all'aeroporto di Elmas proveniente da Roma, Rossella Urru. Ad attenderla c'è la folla delle grandi occasioni. I compaesani di Samugheo, il piccolo comune in provincia di Oristano da cui proviene la ragazza. Arrivano i parenti, si moltiplicano i curiosi, portando appresso grappoli di palloncini-arcobaleno. Tutti a contendersi il posto in prima fila alle transenne di fronte alle porte scorrevoli degli arrivi internazionali.  Non mancano giornalisti, fotografi, cameraman. Ad un certo punto sembra che il volo, atteso in Sardegna per le 18:35, arrivi prima. Dall'altra ala dell'aeroporto, ore 18 in punto, provengono urla di festa, battiti di mani, immediato il travaso di reporter e curiosi per capire cosa stia accadendo. Ma sono "soltanto" i Litfiba, Ghigo e Piero, appena arrivati per un concerto nel capoluogo sardo. Si ritorna tutti dall'altra parte, dove non si aspetta che la cooperante tornata, davvero, a casa.
Stremata e felice - C'è entusiasmo e c'è commozione (quella di una zia di Rossella Urru, sorella del padre, che di fronte all'insistenza dei giornalisti chiede con grande cordialità: "Vi prego, lasciateci gustare questo momento, non mi chiedete altro"). C'è un caldo che diventa quello di una fornace nella calca disordinata che attende la piccola operatrice umanitaria sarda, l'organizzazione da parte dell'autorità aeroportuale non è delle migliori. Sarebbe bastato creare due cordoni, uno per compaesani e curiosi, l'altro per la stampa, per evitare il disordine e gli assembramenti. Invece così si apre un duello a chi starà più vicino alle porte scorrevoli da cui uscirà Rossella. Finché i carabinieri e l'addetto stampa dell'aeroporto avvertono: "Rossella è arrivata. E' stanchissima, ancora scossa da quanto le è accaduto. Farà un breve saluto a tutti, poi andrà a riposarsi e a festeggiare a Samugheo".
Pioggia di flash - Quando la ragazza minuta, capelli nerissimi, il viso provato ma sorridente, si mostra alla folla, è festa. Parte la Banda Verdi di Sestu, suona l'inno Dimonios della Brigata Sassari, partono, spesso invano, le salve di flash a tentare di ritrarre Rossella letteralmente circondata da un cordone di polizia e autorità locali. Si sbracciano i reporter della televisione, ma niente interviste, e (perché?) nemmeno una veloce conferenza stampa. La spuntano i samughesi che vengono lasciati avvicinare a far sentire il loro abbraccio a chi hanno atteso a lungo. La Urru parla a voce bassa nel vociare festoso attorno a lei. Ringrazia "il popolo sardo che è stato vicino alla mia famiglia". E' felice, stremata, emozionata dal ritorno nella sua terra, non vede l'ora di riabbracciare gli amici di sempre (che l'hanno pianta per nove mesi e ora sorridono attorno a lei con gli striscioni "Bentornata Rossella"). Ha bisogno di un po' di raccoglimento, viene scortata velocemente verso un'auto che la attende. Si allontana come una star di quelle che siamo abituati a vedere sul red carpet, ma in lei non c'è nessun divismo, nella delusione dei tanti che sognavano lo scoop mediatico, la dichiarazione solo per la loro testata stampa. Si porta appresso l'affetto di chi non ha mai smesso di mantenere alta l'attenzione dei media e del governo perché non cessassero di cercarla, di trattare per la sua liberazione. Ora per Rossella è il momento del riposo, ma a Samugheo saranno canti, balli e abbracci, fino a notte fonda. Sì, bentornata.
Fonte:Tiscali.it
 

Rossella Urru