sabato 25 febbraio 2012

LA PENISOLA DEI PENOSI - Ovvero la patria dei ratificatori di professione

Questo, però, sui giornali è un dato che non esce mai. Parlano di MES (ESM) come se si trattasse di una partita a tombola con i fagioli. Se dicessero che ci costerà subito 125 miliardi, che potranno diventare 150, 200 o anche di più senza che l'Italia, una volta firmato il trattato, possa minimamente opporsi, questo "fondo salva stati" suonerebbe in maniera altrettanto neutrale? Probabilmente no. Per questo il giornalista servo tace. Ti spiegano solo quello che la tua struttura psicologica può sopportare senza farsi tante domande. Il resto non si dice, ma si fa.

Revelli: naufragio Italia, la sinistra ha abbandonato la nave


Revelli: naufragio Italia, la sinistra ha abbandonato la nave

Torna un antico fantasma: la povertà. Uno spettro, quello della morte per fame, che la civiltà occidentale si era illusa di aver archiviato per sempre. Ora torna ad affacciarsi, sotto forma di paura, precarietà, indigenza. L’Italia è in piena decadenza, la povertà è in continua crescita e gli italiani sono disorientati: nonostante il vergognoso arricchimento di pochi, i penultimi se la prendono con gli ultimi, mentre la politica ha toccato il fondo e ora si rassegna all’azione dei “tecnici”. Fanno venire i brividi le cifre sciorinate da Marco Revelli nel suo ultimo libro “Poveri, noi”: «Siamo cambiati nell’ultimo quarto di secolo, ci siamo guardati allo specchio e non ci siamo riconosciuti più: un paese, il nostro, sfigurato dal rancore, dall’ostilità reciproca, dalle solitudini, dalla frustrazione, dall’invidia sociale».Deprivazione monetaria ed economica, sicuramente, ma anche deprivazione rispetto a tanti altri beni che non si possiedono più, o si posseggono in Marco Revellimisura minore: l’identità, uno status sociale, un sistema di diritti, l’orgoglio della propria appartenenza sociale. Anche avere una rete di relazioni, un buon rapporto con il proprio territorio. Su tutti questi terreni, dice Marco Revelli in una recente intervista realizzata da Vittorio Bonanni per “Liberazione” e ripresa dal blog “Spartaco”, i diversi pezzi della società italiana hanno perso qualcosa. Insomma, siamo paurosamente arretrati: «Abbiamo perso un gran numero di posizioni rispetto ai nostri paesi pari, una ventina di punti percentuale rispetto al nostro posizionamento relativo in Europa: eravamo appunto venti punti sopra la media dell’Europa a 27 all’inizio degli anni ‘90 e siamo ora sul pelo dell’acqua, vicini allo zero. E la cosa peggiore è che questo declino è avvenuto dentro un involucro costruito dalle retoriche dell’ottimismo».
Il nostro passato recente è surreale: l’autoproclamazione di una modernizzazione felice, la fantasmagoria dell’ipermodernità. «Come se ci fossimo lasciati alle spalle la zavorra del ‘900 e dunque l’età industriale, l’epoca fordista con tutte le sue caratteristiche, i suoi blocchi sociali, le identità forti, i grandi stabilimenti. E anche le ideologie. Come se, abbandonata quella zavorra, potessimo volare alto nel consumo opulento: senza renderci conto che, invece, stavamo scendendo». E dentro questa forbice, aggiunge Revelli, «cresce la bolla del rancore». Nel libro emerge bene la responsabilità di una classe imprenditoriale quasi pre-moderna, pre-capitalistica, attenta solo ad arricchirsi e poco propensa ad investire. Ma anche la politica ha le sue colpe: non ha neppure visto l’emergere del “working poor”, figura inedita del “povero al lavoro”, né il rapido declassamento della classe media, che «è stato violento soprattutto negli Sergio Marchionneultimi dieci anni: sono in parte lì i nuovi poveri che danno vita alla cosiddetta “povertà occulta”».
Nuova povertà, «che non si vede perché ci si continua a vestire con gli stessi abiti di prima, della middle class, pur vivendo in una condizione di miseria». E poi i giovani, «che sono i veri massacrati dalla crisi, in particolare negli ultimi anni». Su tutto questo, conferma Revelli, pesa una enorme responsabilità dell’imprenditoria italiana, «forse in Occidente la più avara». Imprenditori che dagli inizi degli anni ‘80 fino alla metà del decennio in corso hanno visto crescere in misura esponenziale i loro profitti, a spese dei salari: «C’è stata una trasmigrazione massiccia di ricchezza collettiva dal monte salari, appunto, ai profitti. Dalle tasche dei lavoratori ai bilanci delle imprese. Parliamo di otto punti di prodotto interno lordo, che vuole dire qualcosa come 120 miliardi di euro ogni anno che non entrano più nelle case di chi lavora».
La data simbolo resta l’autunno del 1980, con la “marcia dei quarantamila” contro lo sciopero alla Fiat: il segno di una rivincita storica del capitale. Da allora le imprese hanno cominciato a guadagnare di più e investire di meno, fino a far scivolare l’Italia in coda alla graduatoria dell’Ocse. «Il degrado del nostro tessuto imprenditoriale fa leva sulla logica del familismo amorale, da microimpresa familiare. Vive di sotterfugi, di espedienti. E vive soprattutto umiliando la propria forza lavoro costringendola a livelli di precarizzazione insopportabili, indecenti». E se l’avarizia degli industriali è la prima colpevole del declino, la politica ne è il perfetto omologo: Berlusconi ha ben incarnato «questa borghesia animata da forme di familismo immorale», ma Enrico Berlinguerlo stesso Marchionne «è l’altra faccia di questa medaglia e rappresenta la totale irresponsabilità sociale dell’impresa».
Di fronte a tutto questo, aggiunge Revelli, l’opposizione ha soltanto saputo balbettare, anziché proporre una svolta radicale: «Credo che la sinistra sia uscita dalla società in questo quarto di secolo», e dal novembre del fatidico 1980 «ha incominciato ossessivamente ad interrogarsi su come salvare se stessa dal naufragio del proprio insediamento sociale, su come sopravvivere alla sconfitta dei propri rappresentati». L’unico che ebbe una forte carica di dignità fu Berlinguer, ricorda Revelli, mentre «tutti i suoi colonnelli consumarono il proprio 8 settembre con una fuga ingloriosa», ed era un management «che si stava già degradando». Un triste parallelo, la “nuova Fiat” di Romiti: «Tutti la presentavano come il rinnovato miracolo e invece era l’inizio della fine dell’industria torinese per eccellenza, con l’avvio della finanziarizzazione e l’abbandono della centralità della produzione».
La sinistra? Quella dell’ex Pci «non riusciva neppure a leggere i processi sociali in corso ed è stata tutta dentro la grande narrazione degli altri: l’Italia con cui pensava di misurarsi era quella raccontata da Berlusconi, quella di Publitalia», mentre la sinistra radicale «si chiudeva dentro le autorappresentazioni precedenti senza a sua volta tentare di misurarsi con le sfide del postfordismo, pensando che alla diserzione degli altri bastasse contrapporre le vecchie maniere». Per cui, l’Italia è cambiata senza una funzione di autorappresentazione di quello che avveniva, senza che filtrasse nella sfera della politica anche solo la nozione di cosa stava avvenendo: «Un Roberto Maronideclino senza racconto». Peggio: «Un declino che si è consumato nel racconto apologetico dell’ipersviluppo mentre si consumava una decadenza».
Se la sinistra si è comportata «come il comandante che nel naufragio abbandona la nave per primo invece che per ultimo», ora serve il coraggio di pronunciare la parola “redistribuzione” e contrastare il sistema dei “sottouomini” che non osano più rivendicare diritti elementari: «Questa guerra tra poveri, o dei penultimi contro gli ultimi, la disinneschi se fai ripartire l’ascensore sociale, se ricominci a pensare alla possibilità di togliere ai primi per dare agli ultimi». Altrimenti non se ne esce, vinceranno «le retoriche del disumano» nutrite di odio selettivo, come quello che maneggia la Lega: «Hai perso i diritti, dicono ai loro cittadini, ma tu sei un uomo mentre il rom non lo è. Magari hai il mutuo che ti scade, i tuoi figli non hanno un posto all’asilo, ma la colpa è sempre di chi sta sotto di te, mai di chi ti sta sopra».
Fonte Libre /associazione di idee

Soldati e pirati: crisi India-Italia, capolavoro d’ipocrisia

Non sono stati loro a sparare sui pescatori indiani al largo di Kochi, ma rischiano addirittura la pena di morte: se anziché italiani fossero soldati americani, francesi o inglesi, a quest’ora davanti a quel porto ci sarebbe già schierata una portaerei, e l’India non si permetterebbe certo di commettere gli abusi che sta compiendo ai danni del mercantile sequestrato, la Enrica Lexia, e della sua scorta ingiustamente accusata, i “marò” del battaglione San Marco. Lo afferma Gianandrea Gaiani, esperto strategico e direttore di “Analisi Difesa”, in merito alla clamorosa crisi diplomatica esplosa fra Italia e India in seguito al fermo dei due militari italiani, ufficialmente sospettati di aver sparato e ucciso due pescatori indiani dopo averli scambiati per pirati. Collaboratore di svariati quotidiani, da “Libero” al “Sole 24 Ore”, nonché opinionista per Radio Rai e Radio Capital, Gaiani non ha dubbi: anche se I due marò del San Marco fermati in Indiaalcuni dettagli sono ancora da chiarire riguardo all’esatta dinamica dell’incidente del 15 febbraio, risulta che la nave italiana sia stata effettivamente minacciata da pirati attorno alle 12.30 mentre si trovava in acque internazionali a trenta miglia dalla costa, mentre lo scontro di cui sono rimasti vittima i pescatori è avvenuto più di quattro ore dopo, verso il tramonto, e ad appena due miglia da riva, molto lontano dalla rotta del mercantile italiano. Complotto? Probabile, secondo Gaiani: l’India – dice, in un’intervista rilasciata alla rivista “Eurasia” – è ansiosa di proporsi come potenza emergente e non tollera che si sappia che le sue acque sono insicure, infestate da pirati locali, emuli di quelli somali. Una volta uccisi i due pescatori, Delhi deve aver approfittato della presenza nell’area della Enrica Lexia per accusare l’unico Stato che, secondo gli indiani, avrebbe potuto subire, senza ribellarsi, un vero e proprio “processo mediatico” internazionale. Altra prova della «malafede» indiana: finora nessuna autopsia sui corpi e niente esami balistici sui proiettili. Fatale, aggiunge Gaiani, l’errore di ingenuità compiuto dal comandante del mercantile: mai avrebbe dovuto accettare la richiesta indiana di attraccare a Kochi per “fornire chiarimenti”. «Il diritto internazionale parla chiaro: se una nave, di qualunque nazione, in questo caso italiana, viene attaccata o ha un incidente in acque internazionali, vale il diritto di bandiera, e cioè l’inchiesta la fa la legge italiana, non quella del paese più vicino con le sue coste». Imperdonabile, aggiunge Gaiani, anche la superficialità del governo italiano: «Nel momento in cui abbiamo deciso di imbarcare nuclei armati sopra navi mercantili per proteggerle da aggressori esterni, da pirati, bisognava mettere in atto delle procedure per cui una nave mercantile che Gianandrea Gaianiviene attaccata in acque internazionali non si fa invitare da nessun paese ad entrare nelle sue acque territoriali per fornire chiarimenti». Uno dei motivi per cui l’Italia sta mantenendo un atteggiamento “inspiegabilmente” morbido con l’India, aggiunge il direttore di “Analisi Difesa”, sono probabilmente i rapporti economici, che in questo caso pesano in modo incredibilmente unilaterale: «E’ vero che noi abbiamo tanti affari con l’India, ma anche l’India ha tanti affari con noi, ad esempio ha bisogno della nostra tecnologia per costruire la sua portaerei». A pagare il conto, oggi, sono i marines del San Marco imbarcati sulla Enrica Lexia: «Rischiano di essere processati in una situazione senza precedenti, in un paese che peraltro prevede la pena di morte». Che senso ha fare pressioni “umanitarie” sugli Usa perché non applichino la pena capitale, e poi lasciare che i nostri militari vengano interrogati e forse processati da un paese che invece la esegue regolarmente? Quei soldati potrebbero sentirsi «abbandonati da uno Stato che pure li ha mandati in quella missione e che quindi ha il dovere di tutelarli». Oltretutto, con migliaia di militari italiani impegnati all’estero, «sarebbe un pessimo segnale se pensassero di essere sacrificabili per due contratti di export o per ragioni di opportunità diplomatica». Quello delle scorte, aggiunge Gaiani, è un sistema di difesa passiva che protegge le navi ma non risolve ovviamente il problema della pirateria: non elimina i pirati, non li insegue e non dà loro piratila caccia, limitandosi a proteggere solo la singola nave. E’ un sistema efficace ed economico: agli armatori costa meno di una normale polizza assicurativa contro la pirateria. La prassi è consentita dal diritto internazionale: l’Onu autorizza non solo le scorte, ma anche l’inseguimento dei pirati a terra. A monte, il problema nasce col caos esploso in Somalia: «Ci stiamo facendo prendere in giro forse da 4-5 mila somali che sequestrano, spesso uccidendo, usando violenza a dei civili». Secondo Gaiani, «basterebbe la volontà per spazzarli via a cannonate dai mari e dalle coste. Però nessuno lo fa, schiacciati come siamo da logiche politically correct». E dire, conclude con una battuta il direttore di “Analisi Difesa”, che il problema sarebbe risolvibile in 48 ore: «Invece di spendere un paio di miliardi di euro all’anno per navi da guerra che stanno laggiù per far finta di scortare navi mercantili e a far finta di contrastare i pirati, contro i 160 milioni di dollari che i pirati incassano dai riscatti, faremmo prima a dare direttamente in tasca ai pirati 160 milioni di dollari perché la smettano di attaccare le navi mercantili. Almeno spenderemmo meno».
 Fonte Libre/associazione di idee

venerdì 24 febbraio 2012

La Chiesa pagherà l'Imu

Dopo alcune esitazioni,finalmente il governo ha presentato al dl liberalizzazioni,l'emendamento per il pagamento dell'Imu sugli immobili della Chiesa adibiti ad attività commerciali,eliminando il meccanismo di esenzione vigente.E'stata così superata l'ambiguità della norma precedente sul concetto di prevalenza,chiarendo che per tutti gli enti no-profit, l'obbligo di pagare l'imposta municipale scatta solo sulla porzione del bene nella quale si svolge l'attività commerciale e che gli adattamenti catastali partiranno dal 2013.In questo modo il governo intende cancellare i privilegi della Chiesa e non si esclude nemmeno la possibilità di un’ingiunzione volta a recuperare quanto non pagato dalla Chiesa.Il gettito per le casse dei comuni potrebbe ammontare a 500/600 milioni, secondo quanto dichiarato da Graziano Del Rio,presidente dell'Anci.
La polemica è nata per il mancato coraggio o la mancata presa di posizione nei confronti di categorie protette di persone, fisiche o giuridiche, che per prime dovrebbero contribuire a risollevare le sorti del paese come la Chiesa; anche perché è vero che è stata esentata dal pagamento dell’Ici dal 2004 dopo la sentenza della Cassazione nella quale si stabiliva l’esenzione dall’Ici in caso di svolgimento all’interno dell’immobile di attività meritoria e legata al culto, ma è vero anche che la Chiesa non paga ma incassa tramite l’8 per mille.
 A quella sentenza, che spiegò meglio quanto contenuto nel Dlgs n. 504/1992 di introduzione dell’Ici del 1992 che prevedeva l’esclusione per immobili “particolarmente meritevoli”, si aggiunse il provvedimento di Berlusconi che eliminò del tutto il pagamento dell’Ici per gli immobili della Chiesa cattolica e,in seguito,per non essere da meno, si aggiunse un "ritocco" ad opera del governo Prodi che ne limitava l’esenzione agli immobili con finalità non “esclusivamente” commerciali: non esclusività che permise alla chiesa di evitare la tassazione anche su strutture ricettive come alberghi e villaggi i quali possedevano una cappella interna alla struttura.
Ogni anno la Chiesa risparmia, grazie all’esenzione dall’Ici, circa due miliardi di euro (perdita per le casse statali) sui circa 50.000 immobili di ogni tipo e genere, ad esempio a Roma anche la sede di commissariati di Polizia e Carabinieri sono di proprietà del Vaticano, a Milano invece si stima che il  suo patrimonio immobiliare,soprattutto nel centro storico,ammonti al 40% del totale e non è mai stato effettuato un censimento vero e proprio e, soprattutto poco si sa sulla effettiva destinazione edilizia degli immobili della Chiesa anche se si stima che almeno 30.000 di queste unità immobiliari sia destinata ad attività imprenditoriali. Se poi si aggiungono le altre tassazioni cui la Chiesa dovrebbe essere soggetta ma dalle quali non viene neppure sfiorata, abbiamo tutte le imposte proporzionali, come l’Irpef, che porterebbero altri 4 miliardi di euro circa nelle casseforti del nostro stato.







Torino-Lione, sorpresa: la Savoia non ci crede piùTorino-Lione, sorpresa: la Savoia non ci crede piùTorino-Lione, sorpresa: la Savoia non ci crede più


Torino-Lione, sorpresa: la Savoia non ci crede più

La Torino-Lione non è più un tabù: il progetto ha smesso di essere “intoccabile”, perlomeno in Francia, dove ambientalisti e partiti ormai contestano apertamente la super-linea ferroviaria contro cui si batte strenuamente la valle di Susa, ritenendola un salasso finanziario devastante per l’ambiente e soprattutto inutile, come confermato dai 400 docenti universitari che hanno sottoscritto l’appello rivolto a Mario Monti, promosso da Luca Mercalli e Sergio Ulgiati. Ora il “fronte critico” si allarga alla Savoia, dove ormai si oppongono al progetto sia le maggiori associazioni ecologiste, sia l’Ump, il partito di Sarkozy. Sigle come Fapna e Fne, cartelli ecologisti fino a ieri favorevoli al progetto, hanno cambiato idea: colpa delle «rilevanti carenze» del dossier, su temi come sostenibilità ambientale e redditività di una infrastruttura faraonica, destinata all’improbabile trasporto merci Italia-Francia, ormai in declino.
In Francia, scrive il 22 febbraio il sito “NoTav.eu” citando svariate fonti, è in corso una consultazione pubblica sulla Torino-Lione che si concluderà Tgvall’inizio di marzo, nonostante la proroga richiesta dagli ambientalisti, per nulla convinti dal progetto dopo aver esaminato il rapporto dell’Ae, l’autorità regionale per lo sviluppo sostenibile: solo dopo il 2025, infatti, sarebbe aperto un tunnel per le merci che consentirebbe di aggirare il nodo di Chambéry, fino ad allora destinata a restare un ingolfato terminal per soli passeggeri. «Questa programmazione degli interventi rimette in discussione la priorità del trasporto merci, che finora era stata un punto fermo del progetto». Le organizzazioni ambientaliste, così come l’Ae e l’Ump, denunciano questo dietrofront e sottolineano che il progetto così impostato non contribuirà in alcun modo al decantato trasferimento dalla gomma alla rotaia: «Come e quando si potrà raggiungere l’obiettivo di trasportare 40 milioni di tonnellate di merci su questo asse ferroviario?», si interroga Pierre Moreau, della Cipra francese, nelle sue “10 domande ai promotori del progetto”.
Ma se è la stessa agenzia che sorveglia l’attuazione della Convenzione delle Alpi a dubitare della Torino-Lione, anche il dipartimento per l’ambiente della Savoia, nel suo rapporto pubblicato nel dicembre 2011, rileva falle progettuali preoccupanti: dall’impatto sulle acque sotterranee e le zone umide, fino agli effetti per le aree incluse nel protocollo “Natura 2000”, che sarebbero trattate «in modo non adeguato». Manca inoltre una valutazione socio-economica del progetto, ovvero: non si tiene conto della globalità dell’offerta di transito transalpino, ad esempio per quanto riguarda il tunnel del Gottardo. Pierre Moreau sottolinea inoltre che, per le imprese di trasporto, i costi sono altrettanto importanti della velocità: la linea storica e il tunnel stradale, che si è deciso di ampliare, costituiranno alternative meno costose per i trasportatori. Inoltre, fra Italia e Francia, la cosiddetta “autostrada ferroviaria” non funziona: a febbraio la Corte dei Conti transalpina ha raccomandato di ristabilire la concorrenza tra ferrovia e strada, criticando la mancanza di redditività dell’“autostrada viaggiante” Pierre Moreauche unisce Aiton ad Orbassano, nell’hinterland di Torino. Praticamente, un binario morto.
«Ci si appresta ad avviare un progetto da 24 miliardi di euro, la cui utilità è da dimostrare e il cui completamento rimane incerto», scrive “NoTav.eu”, citando fonti francesi, consapevoli che ormai il trasporto merci tra Francia e Italia è cronicamente in calo. «L’ammodernamento della linea storica», stimano gli esperti, «sarebbe in grado si smaltire fino a 19 milioni di tonnellate di merci, mentre attualmente ne transitano meno di 5 milioni». Cifre che parlano da sole: sono quelle di una frontiera-fantasma, presidiata da soldati e miliardi. E mentre tutti gli studi dicono che la grande direttrice delle merci di oggi e di domani è quella che unisce Genova a Rotterdam, la domanda di trasporto regionale tra Grenoble, Lione e Chambery è raddoppiata nell’ultimo decennio, ma l’offerta resta al palo anche sul versante italiano.
Quel che più ha stupito, scrive l’ambientalista valsusino Claudio Giorno sul blog “DemocraziaKmZero”, sono parecchi interventi pubblicati sulle pagine dei quotidiani di «palazzinari e general contractor- editori», che cominciano a mettere in dubbio “dall’interno” la redditività delle grandi opere ferroviarie: «Una inchiesta che non lascia adito ad alcun equivoco, finita chissà come sulle pagine del “Sole 24 Ore”, sostiene che la rete ad alta velocità italiana si sta rivelando fallimentare». La Torino-Milano, in particolare, risulta molto più in rosso delle “frecce” (pochine, peraltro) che vi transitano sopra. «E la Torino-Lione – se mai si facesse – lo sarebbe ancora di più». Lo dimostra una ricerca rigorosa compendiata da un lavoro di Giuseppe Berta sulla mancata integrazione di Torino e Milano attraverso il Tav: «Servono di più i treni per i pendolari, arriverà a scrivere (niente Claudio Giornomeno, su “La Stampa”) Luigi La Spina, autore di editoriali al vetriolo contro il movimento No Tav solo un anno fa».
E se i francesi ormai dubitano della Torino-Lione, nonostante gli accordi rituali che si vanno rinnovando tra i due governi, le notizie che provengono dalla Savoia non fanno che rafforzare la protesta della valle di Susa in vista della manifestazione popolare del 25 febbraio, che si annuncia imponente: «Dà molto fastidio che sia stata convocata dal movimento e dagli amministratori locali», cioè «quelli che il Pd vorrebbe espellere un giorno sì e uno anche, perché si dichiarano apertamente No Tav». E inoltre, aggiunge Giorno, «crea altrettanto fastidio che in queste settimane si sia riaperto un dibattito che i proponenti il Tav hanno tentato in tutti i modi di dichiarare chiuso: quello sulla inutilità (dannosità) dell’opera».
Il precipitare della crisi economica globale, che minaccia di creare una possibile “estensione greca” per l’intera Europa, ha aperto fronti di discussione un po’ ovunque, grazie anche alla tenacia del movimento No-Tav: ma se la lotta «per la residua vivibilità della valle più infrastrutturata delle Alpi» è ormai diventata un simbolo per tutta l’Italia, osserva Claudio Giorno, non è tanto un merito dei valsusini, quanto «un demerito di Prodi, Berlusconi, Casini e oggi del professor Monti, che boccia le Olimpiadi agognate dal sindaco spalatore di Roma, ma promuove la Torino-Lione che il preventivato dissesto olimpico potrebbe moltiplicarlo per enne volte», e senza neanche il risultato di realizzare «qualche modesto intervento a favore della mobilità e decongestione delle aree urbane». Che sono il vero, unico problema “trasportistico” degno di qualche opera a debito, «purché fatta con parsimonia e intelligenza».
Fonte Libre/associazione di idee

giovedì 23 febbraio 2012

EDITORIA DI PARTITO / Più stampi (senza vendere), più guadagni

di Carmine Gazzanni

Tra fiumi e fiumiciattoli di finanziamenti, a godere di maggiori benefici sono loro, i partiti. Questi, infatti, più facilmente di associazioni, imprese o cooperative, possono editare una televisione, una radio o, appunto, un giornale. E i finanziamenti, in questo caso, seguono regole assolutamente illogiche: conta quanto stampi, non quanto vendi. Con l’esito paradossale che un quotidiano stampa a prescindere da quanto poi effettivamente venda.

editoria_di_partitoPer capire come si è arrivati a questo meccanismo, bisogna partire da lontano. Se con la prima legge sul finanziamento all’editoria del 1981 si era pensato solo a sovvenzionare enti no-profit, cooperative, imprese che editavano organi di stampa, ai partiti ci pensò, nel 1990, Oscar Mammì, il quale destinò aiuti anche alle “imprese editrici di quotidiani o periodici che […] risultino essere organi o giornali di forze politiche che abbiano il proprio gruppo parlamentare in una delle Camere o nel Parlamento europeo avendo almeno un rappresentante in un ramo del Parlamento italiano”. La legge parla chiaro: “forze politiche”, non “partiti”. La differenza è sostanziale: per avere accesso ai finanziamenti basta che si uniscano due parlamentari (o uno italiano e uno europeo). Non è necessario l’interessamento di tutto il partito. Con la conseguenza paradossale che all’interno dello stesso partito, diversi parlamentari potrebbero avere accesso ai fondi e metter su televisioni, giornali, radio.
Ed è quello che poi, in effetti, è successo. Non sono nati giornali da partiti, come ci si sarebbe aspettato, ma è successo esattamente il contrario: giornali esistenti sono stati editati da movimenti che prima non esistevano. Proprio per ricevere le sovvenzioni. E allora, ad esempio Marcello Pera e Marco Boato si sono uniti nel movimento “Convenzione per la giustizia” che ha editato Il Foglio; mentre Libero è diventato allegato dell’organo ufficiale del Movimento Monarchico Italiano “Opinioni Nuove” (poi sappiamo che è stato acquistato dagli Angelucci). Soltanto nel 2000, finalmente, si è deciso di ritenere “organo di partito” il giornale espressione di un intero gruppo parlamentare.
A prescindere da questo cambiamento, i  numeri sono impressionanti: dal’90 sono andati ai giornali di partito più di 697 milioni di euro.
Ma non finisce qui. È decisamente surreale anche la maniera in cui vengono destinati i soldi. I dati che vengono presi a riferimento sono due: i costi sostenuti dalla testata e il numero di copie stampate. A prescindere da quante se ne vendano. Col risultato che non conta vendere, ma stampare. Ergo, se logica vuole che in un’impresa, quando si può, bisogna risparmiare, nel caso dei giornali più si spende meglio è. Tanto tutto verrà rimborsato, a prescindere dalle effettive entrate. Un criterio, dunque, come ci dice Cobianchi, “che non sta né in cielo né in terra. Dovrebbe essere immediatamente abolito”. E in effetti alcuni giornali, chiaramente, hanno lucrato su questo meccanismo: Liberal, nel 2008, ha avuto accesso a più di 2 milioni di euro di finanziamenti. Sebbene sia un giornale che vende, mediamente, 60 copie al giorno.
Una situazione paradossale. Questo è il motivo, ad esempio, per il quale nessun partito ha approfittato di un’altra legge concepita a loro uso e consumo: contributi anche alle testate online se e solo se espressione di forze politiche. Nessuno ne ha approfittato, chiaramente. Come detto, infatti, i finanziamenti si basano anche sui costi sostenuti e, chiaramente, un cartaceo ha costi molto più elevati dell’online.
Ma andiamo a vedere, a questo punto, a quanto ammontano i contributi:
QUOTIDIANI
CONTRIBUTI
Democrazia Cristiana
€ 303.204,78
Europa
€ 3.527.208,08
Liberal
€ 2.798.767,84
Terra
€ 2.484.656,16
La Padania
€ 3.896.339,15
Le Peuple Valdotain
€ 306.447,59
La Rinascita della Sinistra
€ 886.615,25
Secolo d’Italia
€ 2.952.474,59
Socialista Lab
€ 480.061,60
Zukunft in Sudtirol
€ 603.675,88
L’Unità
€ 6.377.209,80
Liberazione
€ 3.340.443,23
C’è dell’altro. Infatti, mentre tutti i quotidiani, nazionali e regionali, forniscono i dati su tiratura, diffusione e vendite all’ADS (Accertamenti Diffusione Stampa) affinché tali numeri siano pubblici e visibili a tutti, i giornali di partito non rilasciano nulla. “Chiaramente – ci dicono dall’ADS – noi abbiamo fatto richiesta anche a questi giornali, ma ognuno poi è libero di mandarci o meno tali dati. Loro non l’hanno fatto”. Il dubbio che i numeri non vengano dichiarati per una forte sproporzione riscontrabile tra tiratura e copie vendute, è forte (dato che, come abbiamo detto i giornali di partito, a differenza degli altri, ricevono contributi in base alla tiratura e non alle copie effettivamente vendute). Anche Marco Cobianchi, d’altronde, è della stessa opinione: “Assolutamente sì, questo dubbio è più che fondato. Ma io sono dell’opinione che a chi non comunica i dati dovrebbe essere tolto immediatamente qualsiasi sussidio. Se chiude, fatti loro”. Tutto questo troverebbe conferma se andiamo ad analizzare i dati dell’unico quotidiano tra questi, L’Unità, che rende noto tali numeri:

QUOTIDIANO
NUMERI NEL PERIODO
TIRATURA MEDIA
DIFFUSIONE MEDIA
RESA
TOTALE VENDITA
CONTRIBUTI EROGATI NEL 2010
L’Unità
358
118.401
41.198
77.193
39.217
€ 6.377.209
dati relativi al periodo Dicembre 2010 – Novembre 2011
Come è facilmente osservabile, la resa (appunto la differenza tra la tiratura e le copie vendute) è decisamente alta, circa il 65%. In pratica, ogni 25 giornali comprati, 65 rimangono invenduti. Ma non è affatto un problema, dato che, come abbiamo detto, sono proprio le tirature (e non le vendite) che alimentano i sussidi dei giornali di partito. Infatti, se andiamo a vedere le percentuali della resa di altri quotidiani, ci accorgiamo di come sia più bassa: il Corriere della Sera, ad esempio, ha una resa del 22% (tiratura media: 626.123; giornali invenduti: 139.610). Sulla stessa percentuale si muove anche La Repubblica: 23% con una tiratura media di 575.639 e una resa  di 137.210.
Ma le assurdità non finiscono certamente qui. Infatti, sebbene gli altri quotidiani non comunichino i dati all’ADS, comunque, chiaramente, sono tenuti a stilare un bilancio annuale. Anche se, a volte, “sono bilanci molto fantasiosi, se non addirittura truccati”, come ci ha detto Carlo Tecce, giornalista de Il Fatto, che si è occupato della questione. Servono regole più rigide, dunque, come ci conferma anche Cobianchi: “Ci sono i bilanci, ma non bastano. Bisogna sapere con precisione i dati su tiratura, vendite, resa, il numero di abbonamenti, eccetera. Se non sai questi dati, come fai? Ti basi sui bilanci? Ma sappiamo bene che i bilanci di qualsiasi impresa sono, diciamo così, molto flessibili”.

Liberazione, ad esempio, - uno di quei giornali che, per il momento, ha chiuso  – prende più di 3 milioni di euro sebbene venda, stando agli ultimi bilanci, meno di 3 mila copie effettive. Il giornale pidiellino Il Secolo d’Italia vende circa 700 copie al giorno (ma esce solo 260 volte all’anno) e anche questo riceve dallo Stato quasi 3 milioni. Stesso dicasi anche per il quotidiano del Pd, Europa: vende circa 1500 copie al giorno per un finanziamento di 3,5 milioni. Per non parlare del Socialista Lab: poche centinaia di copie al giorno per 2,9 milioni di contributi. E ancora Liberal: gli ultimi dati parlano di meno di cento copie al giorno e di 2,7 milioni di sussidio.
Insomma, il pluralismo dell’informazione è un bene assolutamente da difendere, ma è necessaria una precisa regolamentazione: “bisogna poi sempre ricordare – chiosa Cobianchi - che stiamo parlando dei soldi dei cittadini. Lo Stato italiano usa miei soldi per finanziare giornali che io non leggo. Quindi sono d’accordo se si finanzia per garantire il pluralismo, però allora pretendo che su queste cose ci sia una trasparenza cristallina. Un giornale che non comunica i dati, deve chiudere. Amen”.
Al momento, dunque, la situazione è decisamente ingarbugliata. Ma sembra che il Governo stia pensando ad alcuni criteri per rendere l’accesso ai fondi più selettivo, come ci conferma Norma Rangeri: “abbiamo ricevuto rassicurazioni dal Sottosegretario allo Sviluppo Economico Peluffo che ci sarebbe stato un rifinanziamento del fondo, con nuove regole e un filtro maggiore perché, fino ad ora sono stati concessi finanziamenti a tutti, anche a chi non ne avrebbe diritto. Ma tali rassicurazioni ancora devono concretizzarsi”. I criteri di cui parla il direttore de “Il Manifesto” garantirebbe certamente un grosso risparmio: “abbiamo proposto dei criteri già tanti anni fa per stringere e razionalizzare questo fondo. Sembra che oggi siano stati presi in considerazione perlomeno due criteri importanti: il numero di copie effettivamente vendute e il numero di giornalisti e dipendenti della cooperativa, perché se uno ha uno o due giornalisti non può accedere a grosse fette di finanziamento. Se venissero introdotti, assicurerebbero già un filtro importante”.
Questo, però, significherebbe certamente tagliare le gambe soprattutto ai quotidiani di partito. Quegli stessi partiti che avranno voce in capitolo in Parlamento.

Parla il "Corvo" (1) - Gli Intoccabili - 22 02 2012 Satarlanda.eu