martedì 20 marzo 2012

’Aquila tre anni dopo: l'antica città abruzzese non esiste più

di Christian Caliandro

 
In Insidious (2011), film horror di James Wan, ad essere infestata non è (più) la casa in cui si sono trasferiti i coniugi Lambert, ma il corpo di Dalton, uno dei loro tre figli. Il bambino è in grado di compiere viaggi astrali, raggiungendo un mondo spiritico, abitato da presenze maligne, chiamato Altrove: un mondo in cui, nel corso di uno di questi viaggi, rimane intrappolato. Mentre è in coma, nel mondo reale.

In Italia, c’è un posto sprofondato alle 3,32 di una notte di 3 anni fa, nel suo e nostro Altrove: è una città al centro esatto dello spazio e del tempo italiano. È L’Aquila. Uno dei più bei contesti urbani e umani del nostro Paese, una città con una storia antichissima e nobilissima, una delle comunità più sane della nazione ha subìto un trauma gravissimo. Più ancora del terremoto, il trauma consiste nel suo totale abbandono da parte degli altri italiani. Di quelli che si sentono al sicuro; di quelli che dicono; di quelli che hanno voltato la testa dall’altra parte, ignorando quello che sta accadendo (o meglio: che non sta accadendo) a L’Aquila, e scegliendo di credere che tutto si sia risolto.

O peggio: che la città stessa non esista più (questa è del resto solo l’ultima delle rimozioni/negazioni che attraversano come onde sismiche l’immaginario collettivo del Paese, disegnandone quasi una storia alternativa e sommersa, più vera del vero: per rimanere solo agli ultimi decenni, la violenza politica degli anni Settanta, Mani Pulite e le stragi mafiose dei primi anni Novanta, il G8 a Genova del 2001…). Qui ed ora, c’è una popolazione abbandonata completamente a se stessa, al suo lutto e alla disperazione di non avere futuro né prospettive.  Questa popolazione esiste, vive con angoscia e dolore e rabbia e frustrazione queste giornate e questi mesi, nella completa indifferenza generale. Questa popolazione è forse, quasi certamente, più viva del popolo che le sta attorno, e che non la percepisce neanche, che non le dimostra alcuna solidarietà e attenzione e generosità (ma quando, esattamente, siamo diventato così cattivi e disumani? Quando?)

L’incredibile – roba veramente da fantascienza distopica, ma sul serio – è purtroppo successo, superando le più feroci fantasie ballardiane  (come sempre, del resto, accade in un Paese che si configura regolarmente come il mondo alla rovescia, in cui i cattivi vincono sempre e l’ingiustizia regna indisturbata). Il centro storico è quasi nelle stesse condizioni di tre anni fa: anzi, in condizioni che peggiorano giorno dopo giorno, perché alla distruzione e alla devastazione istantanea del sisma si aggiungono progressivamente, inesorabilmente i danni provocati dalle intemperie, dall’incuria, dal degrado. Salvatore Settis – che insieme allo storico dell’arte Tomaso Montanari e al direttore regionale per i Beni culturali e paesaggistici del Molise Gino Famiglietti ha incontrato, il 13 marzo, la città e la sua sconvolgente distopia realizzata – ha definito L’Aquila “una Pompei del XXI secolo”.

Questo disastro ha dei responsabili precisi: e non sono (solo) i fattori naturali. Chi doveva decidere, agire e vigilare che si agisse - correttamente, rapidamente e con
efficacia - non l’ha fatto. Molto semplicemente. L’Aquila ha così prefigurato il crollo dell’Italia intera, avvenuto negli ultimi tre anni: la paralisi de L’Aquila è la paralisi della nazione intera; la post-apocalisse de L’Aquila è la post-apocalisse di tutti noi. Indistintamente. L’Aquila è al tempo stesso metafora e prefigurazione dell’intero Paese.

Perché tutto ciò a cui si assiste qui non è altro, in definitiva, che il nostro futuro. Di tutti noi, italiani. In diretta - e in anteprima. Se non ci impegneremo, da subito e
con tutte le nostre forze, ad invertire la rotta del progetto collettivo che ci riguarda (sinistramente animato da un’assenza completa di progettualità ma guidato, come in automatico, dagli stessi schemi mentali e culturali che ci hanno portato alla rovina) questo è precisamente ciò che ci attende. Né più, né meno.

Montanari ha chiarito molto bene che cosa significa precisamente ciò che avviene nella città che muore: “Piero Calamandrei ha scritto che ‘una parte della nostra Costituzione è una polemica contro il presente’: ecco, camminare per l’Aquila permette di capire che l’articolo più polemico è, oggi, l’articolo 9. All’Aquila, infatti, la Repubblica ha sistematicamente tradito se stessa, rinunciando radicalmente a 'tutelare il patrimonio storico e artistico della nazione italiana’. (…) …continuare a gettare denaro ed energia nella spensierata industria delle mostre e dei Grandi Eventi è ora doppiamente criminale: proprio come organizzare una festa da ballo mentre il cadavere di un fratello giace nella
stanza accanto. (…) L’Aquila non è solo la metafora dell’Italia, rischia di rappresentarne anche il futuro: quello di un Paese che affianca all’inarrestabile stupro cementizio del territorio la distruzione, l’alienazione, la banalizzazione del patrimonio storico monumentale, condannando così all’abbrutimento morale e civile le prossime generazioni
” (L’Aquila non c’è più ed è il futuro dell’Italia, “Saturno-Il Fatto Quotidiano”, 16 marzo 2012, p. VII).

Perciò, così come il degrado della nazione trova la sua orribile espressione - estremizzata, incontrovertibile, crudelissima - nel buco nero economico, informativo, operativo e politico che ha inghiottito quella che è oggi l’autentica e sola capitale d’Italia (la zona oscura, sana e autenticamente dolente di una società che continua, purtroppo, a vivere in larga parte nel territorio della rappresentazione), anche ogni ipotesi di ricostruzione e di “resurrezione” dell’Italia dovrà, inevitabilmente, passare dalla ricostruzione e dalla resurrezione de L’Aquila e dei suoi abitanti. Ricostruzione fisica e identitaria, culturale e materiale. La post-apocalisse è, sempre e comunque, il tempo di un nuovo racconto: dopo la fine, configura un (altro) inizio.

Fonte:Tiscali.it

La Fornero punta sull'indeterminato! Contratti: vincoli sui co.co.pro, nulli i licenziamenti discriminatori.

All'incontro del 20 marzo tra il governo e le parti sociali per la riforma del lavoro, Elsa Fornero è stata chiara: «Il dialogo non finisce qui, ma continua per la scrittura delle norme».
RITMO SERRATO E TEMI CALDI. Al vertice, seguito alle discussioni informali sul tema, il ritmo si è rivelato molto serrato. Secondo le prime indiscrezioni, si è giocato su tutti i temi caldi della riforma, a partire dall'articolo 18, fino ai contratti e alle partite Iva dei lavoratori.
Presenti il ministro del Lavoro, il premier Mario Monti, il ministro dello Sviluppo economico Corrado Passera, il viceministro dell'Economia Vittorio Grilli e il viceministro del Lavoro Michel Martone.
NOVE SIGLE SINDACALI. Tra le nove sigle sindacali, inoltre, i rappresentanti delle parti sociali a Palazzo Chigi sono stati Susanna Camusso (Cgil), Raffaele Bonanni (Cisl), Luigi Angeletti (Uil) e Giovanni Centrella (Ugl), Emma Marcegaglia (Confindustria), Giuseppe Mussari (Abi), Marco Venturi (Rete Imprese Italia), Luigi Marino (Alleanza delle cooperative) e Aldo Minucci (Ania).

Articolo 18: indennità al massimo di 27 mesi

Sull'articolo 18 il governo ha proposto di lasciare il reintegro per i soli licenziamenti discriminatori mentre per i disciplinari è previsto l'indennizzo o il reintegro. Per gli economici, invece si è parlato solo di indennizzo.
LICENZIAMENTI DISCRIMINATORI NULLI. I licenziamenti discriminatori sono nulli e quindi sono considerati come mai effettuati. Il reintegro nel posto di lavoro nel caso in cui il giudice ravveda la discriminazione quindi vale per tutte le aziende, sia sopra che sotto i 15 dipendenti e con il pagamento delle retribuzioni e dei contributi di tutto il periodo tra il licenziamento e la sentenza del giudice.
Per quanto riguarda l'indennità dovrebbe dipendere dall'anzianità e durare minimo 15 e al massimo 27 mesi.

Contratti: vincoli stringenti su quelli intermittenti e a progetto

In tema di contratti, il governo è orientato a rafforzare il contratto di apprendistato come quello principale di ingresso nel mercato del lavoro.
La Fornero ha detto che bisogna investire nella formazione e non usare l'apprendistato come flessibilità.
Il contratto a tempo indeterminato deve diventare, di conseguenza, quello che domina sugli altri per ragioni di produttività e di legame tra lavoratore e impresa.
VINCOLI SUI CO.CO.PRO. L'idea del ministro è di dare «vincoli stringenti ed efficaci» sui contratti intermittenti e quelli a progetto. Su quelli a termine è stata prevista inoltre una aliquota contributiva aggiuntiva per finanziare l'Aspi (il nuovo sussidio di disoccupazione) dell'1,4% sulla retribuzione, ma saranno esclusi i contratti sostitutivi e quelli stagionali.
Palazzo Chigi ha stretto anche sulle partite Iva e sui contratti di associazione in partecipazione, da limitare solo ai famigliari di primo grado.
La proposta sull'Iva è di subordinare il rapporto di lavoro dopo sei mesi se la prestazione è presso un mono-committente.

Nuovi ammortizzatori: in partenza dal 2017

La fase di transizione per i nuovi ammortizzatori sociali dovrebbe terminare il 2016 e partire entro il 2017.

Fonte:Lettera43.it

Kennedy prima di essere ucciso ci aveva avvisati sulle societa' segrete ...



Informatevi!!! Ecco come siamo diventati schiavi delle banche centrali internazionali

lunedì 19 marzo 2012

Monti, lo stalinista americano che devasterà gli italiani.

I colpi di Stato? Oggi non si fanno più coi carri armati, ma con un’abile gestione extraparlamentare di magistrati, giornalisti  ed economisti. «È il post-moderno, bellezza!», ironizza il filosofo Costanzo Preve, che denuncia due golpe: «Quello di Monti del 2011 non è il primo ma il secondo, dopo quello di Mani Pulite del 1992», un “colpo di stato giudiziario” per abbattere il sistema partitico della Prima Repubblica, «non certo più corrotto di quello venuto dopo, ma pur sempre garante di un certo assistenzialismo sociale e di una sovranità monetaria dello Stato nazionale, sia pure all’interno dello schieramento post-bellico americano». Stavolta non c’è stato neppure bisogno di manette: «Sono bastati i mercati internazionali e soprattutto la regia di Napolitano, il rinnegato ex-comunista passato al servizio degli americani».Già nel ’92, aggiunge Preve nel suo dialogo con Luigi Tedeschi sulla “mutazione antropologica degli italiani” pubblicato da Arianna editrice e Stalinripreso da “Megachip”, era stato decisivo l’ex Pci nell’assestare il “colpo di Stato giudiziario extraparlamentare”, Stessi attori, sempre in prima linea: «Allora per odio verso Craxi, oggi per odio verso Berlusconi, entrambi già largamente indeboliti e delegittimati da asfissianti campagne di stampa». Orfani di Berlinguer, quelli che Preve chiama “rinnegati” si trovavano «improvvisamente privi di qualunque legittimazione storico-politica, ma ancora dotati di un seguito identitario inerziale da sfruttare come risorsa politologica». I seguaci identitari «furono prima fanatizzati contro Craxi (il corrottone, il porcone, il maialone), e poi contro Berlusconi (il nano di Arcore, il puttaniere, il crapulone)». L’eterogenesi dei fini, segnalata da Vico, si è sposata con l’astuzia della ragione storica teorizzata da Hegel.
«La politica non è stata sconfitta solo nel 2011, perché era già stata sconfitta nel 1992», aggiunge Preve. Inoltre, l’Italia nel 2011 non è stata sconfitta solo una volta, ma due: la prima volta in Libia, dove «è stata costretta dalla Nato a fare una guerra contro i più elementari interessi nazionali ed economici, con barbarico linciaggio finale del nazionalista panarabo nasseriano Gheddafi, trasformato in feroce dittatore dai gestori simbolici monopolisti dei cosiddetti “diritti umani”». La seconda volta appunto a Roma, con il commissariamento diretto del suo governo. Destra e sinistra? Ormai sono solo «segnali stradali e simboli di costume extra-politico». Esempio: «La sinistra vota il transessuale Luxuria, mentre la destra non lo voterebbe Norberto Bobbiomai». Dicotomia ormai inesistente, eppure «continuamente reimposta, per motivi di tifo sportivo, dal ceto intellettuale».
Pura manipolazione simbolica, dice Preve, dotata di un potere inerziale ancora forte anche se non più fondato sulla realtà. «Quando Bobbio difese la dicotomia, sostenendo che la sinistra era egualitaria e la destra anti-egualitaria, descriveva uno scenario sorpassato, perché questo scenario presupponeva la sovranità monetaria dello Stato nazionale e delle scelte politiche alternative di redistribuzione dal reddito». Ora questo scenario non esiste più. Ad al suo posto, ci sono solo «questioni di gusto estetico e di snobismo culturale». La classe politica ? «Si è allineata a Monti non per responsabilità, ma proprio per il suo contrario, per deresponsabilizzazione». I politici, «ricattati dalle polemiche contro la “casta” e inseguiti dalle plebi furiose per i loro privilegi alla mensa semigratuita di Montecitorio», si sono «consegnati ad una “giunta di economisti” per cercare di zittire, almeno provvisoriamente, il linciaggio mediatico».
Quello di Monti? Un ben strano liberalismo, perché il fondamento del liberalismo nella sua moderna forma liberaldemocratica è la volontà popolare espressa da un corpo elettorale sovrano, laddove il caso della Grecia, ma anche quello della giunta Monti, ci mostra l’esatto contrario. «Nel Medioevo c’erano i Re Taumaturghi. Ma oggi il medioevo è finito, e ci sono gli Economisti Taumaturghi». Il modello capitalistico di Smith ed il modello comunista di Marx, ricorda Preve, avrebbero  entrambi dovuto funzionare senza Stato, o con uno “Stato minimo” tendente verso lo zero. «Pura utopia modellistica astratta». In realtà, il comunismo di Marx nel ‘900 «funzionò unicamente con lo Stato, anzi con uno stato autoritario di partito monopolista del potere, dell’economia e della cultura». Idem il Adam Smithcapitalismo di Locke e di Smith: «Funzionò unicamente incrementando il dirigismo statale al servizio dell’accumulazione capitalistica».
Poteva andare diversamente? No, perché «un mercato puro, senza intervento riequilibratore di un potere statale, getterebbe nella miseria più nera la stragrande maggioranza della popolazione». Finché sono ancora in funzione le solidarietà comunitarie pre-capitalistiche (famiglia, tribù), c’è ancora riparo, ma con la generalizzazione dell’individualismo anomico ci sarebbe solo la guerra di tutti contro tutti, come mostra il tragico esempio della Grecia di oggi. «E’ dunque del tutto triste, ma anche fisiologico, che al bel comunismo utopico ma inapplicabile di Marx succeda il comunismo autoritario ma “realistico” di Lenin e di Stalin. Ed è pertanto fisiologico che al capitalismo utopico di Locke e di Smith succeda il capitalismo oligarchico ma “realistico”, di Draghi e di Monti».
La «dittatura oligarchica dei mercati di Draghi e di Monti» è fuori dal liberismo che si studia nelle università: «Si tratta di uno scenario completamente nuovo, di un capitalismo assoluto o “speculativo”». Potremo difenderci da questa sorta di “stalinismo occidentale”? Non nel breve periodo, dice Preve: «Non possiamo aspettarci a breve termine un risveglio di coscienza e di conoscenza: troppo forti sono le forze inerziali della simulazione destra-sinistra, dell’identitarismo di partito di origine Pci, dell’antifascismo in assenza di fascismo e dell’anticomunismo in assenza di comunismo, oltre alle cantilene del politicamente corretto». Per il filosofo, «questa dittatura dei mercati è ancora relativamente nuova ed inedita, ed é normale che in questo momento domini la paura ed il ricatto del mancato pagamento dei salari e delle pensioni». La realtà? «Siamo appena all’inizio Monti e Obamadel “tempo di cottura” che la storia ci prepara: la ricetta vuole il suo tempo».
Monti coltiva un disegno pericoloso: «Vuole attuare un progetto di ingegneria antropologica tipica del fanatico liberista che è». Mettendosi consapevolmente sulla scia di chi ha definito i giovani “bamboccioni” e “sfigati”, e non vittime di un ignobile sistema di lavoro flessibile e precario, Monti vorrebbe una sorta di artificiale anglosassonizzazione forzata della  figura storica dell’italiano. «Come tutti  gli economisti professionali, egli è probabilmente del tutto ignaro di storia e di filosofia, che ha certamente abbandonato con la fine degli studi liceali» e quindi sembra non sapere che l’utopia dell’uomo “nuovo”, dell’uomo rinato, «non nasce affatto con l’ingegneria economica oligarchica neo-liberale e le sue ignobili porcherie sul “lavoro fisso noioso”, la cui oscenità raggiunge quella di chi mette un affamato in guardia contro i pericoli dell’obesità e del colesterolo».
Stalin fu un grande sostenitore della “creazione sovietica dell’uomo nuovo”: «Ne abbiamo visto le conseguenze a medio termine, poco più di mezzo secolo». Il progetto di “americanizzazione antropologica forzata dagli italiani”, iniziata sul piano del costume con la sconfitta militare del 1945 «addossata al solo fascismo», secondo Preve «solo ora, nel 2012, può realmente dispiegarsi senza ostacoli, con l’integrazione completa in questo progetto del ceto politico e del clero intellettuale, giornalistico ed universitario». Monti sembra “l’uomo dei tedeschi”, perché da essi mutua la politica recessiva e l’ossessione anti-keynesiana del pareggio del bilancio, Costanzo Prevema in realtà è “l’uomo degli americani”: «Si è creduto a lungo che una Europa unificata dall’euro potesse in prospettiva fare da contraltare strategico all’arroganza unipolare degli Usa, e con questo argomento l’unità europea fu “venduta” alla sinistra ed al suo variopinto circo intellettuale».
La tradizionale disattenzione degli italiani per la politica estera, «tipica di un paese privo di sovranità politica e militare», ha fatto sì che passassero praticamente inosservate le nomine dei nuovi ministri degli esteri e della difesa, «un diplomatico di carriera amico della Clinton ed un ammiraglio bombardatore in Afghanistan per conto della Nato». I due personaggi che hanno sostituito «i precedenti pittoreschi berlusconiani Frattini e La Russa», in realtà sono «servi degli Usa al cento per cento». Berlusconi? Non poteva certo piacere a Washington: non solo per il suo «stile di vita immorale di puttaniere, improponibile all’ipocrita puritanesimo Usa», ma soprattutto per i suoi “giri di valzer” con Gheddafi e con Putin, «fatti non certo per ragioni politiche o geopolitiche, ma per il vecchio fiuto del faccendiere e del venditore “chiavi in mano”». E ora, eccoci serviti. «Sono ottimista sulla nascita di anticorpi di resistenza – conclude Preve – ma ci vorrà sicuramente del tempo: probabilmente, molto più tempo di quello che resta alla nostra generazione».

Fonte:Libre associazione di idee

LE SOLITE MELE MARCE


di Massimo Mazzucco - www.luogocomune.net
 
 E' vero che i corpi delle vittime sono stati poi ammassati e bruciati, ma una volta iniziato è sempre meglio finire bene il proprio lavoro.


2afgh2Continua ogni tanto a saltare fuori qualche mela marcia dal cestino perfettamente sano e fragrante dei militari USA in Afghanistan. Niente di grave ovviamente, si tratta solo di un piccolo episodio nel quale alcuni soldati USA hanno ucciso a sangue freddo 16 abitanti di un villaggio qualunque, mentre dormivano tranquilli a casa loro. 

E' vero che fra loro non c'era nessun talebano, ma questo non vuol dire che i soldati americani non debbano giustamente preoccuparsi per un attentato improvviso.

E' vero che erano le 3 del mattino, che tutti gli abitanti del villaggio dormivano, e che si sentivano solo le capre russare, ma è sempre meglio prevenire un possibile danno che dover pagare le conseguenze per un atteggiamento imprudente.

E' vero che fra le vittime c'erano nove bambini, ma la storia ci insegna che ormai persino i neonati possono farsi esplodere davanti a te senza un minimo di preavviso.

E' vero che i corpi delle vittime sono stati poi ammassati e bruciati, ma una volta iniziato è sempre meglio finire bene il proprio lavoro.

E' vero che la vicenda può apparire raccapricciante, ...

... ma sappiamo tutti bene che questi non sono i veri valori che vengono insegnati ai militari che vanno in Afghanistan. I militari USA predicano ovunque la compassione e il rispetto per la vita umana, solo che a volte il fanatismo omicida degli islamici può incutere un certo terrore, e qualcuno reagisce in maniera magari sproporzionata.

Tutto questo naturalmentre non ha nulla a che vedere con le dozzine di civili Afghani massacrate a sangue freddo qualche settimana fa, nè con il rogo dei sacri libri del Corano che aveva scatenato le loro proteste, nè con i soldati americani che meno di due mesi fa orinavano compiaciuti sui cadaveri di talebani appena ammazzati.... eccetera eccetera eccetera

E noi, invece di condannare apertamente questo genocidio sistematico, continuiamo orgogliosamente ad essere i loro alleati.

Massimo Mazzucco

sabato 17 marzo 2012

La relazione di Angelo Manna: "Noi portiamo ancora il marchio di vinti s...


Angelo Manna spiega i legami tra politica e camorra a partire dall'ingresso di Garibaldi a Napoli scortato da Tore 'e Crecienzo. Alla rifondazione repubblicana!

Ricette sbagliate: i dati dimostrano che la produttività cala col lavoro flessibile

di Gabriele Repaci,laureando in Filosofia all’Università degli Studi di Milano (Geopolitica)
Negli ultimi mesi il dibattito politico nel nostro paese si è concentrato principalmente sulla riforma del mercato del lavoro avanzata dall’attuale governo, che vorrebbe eliminare l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori (il quale prevede il reintegro in caso di licenziamento senza giusta causa). Il Presidente del Consiglio dei Ministri Mario Monti ha affermato che l’articolo 18 scoraggerebbe gli investimenti e che di conseguenza i giovani devono abituarsi all’idea di non avere un posto fisso per tutta la vita. La tesi di fondo dell’attuale esecutivo è che problemi come la disoccupazione e la mancanza di investimenti siano causati da una rigidità del mercato del lavoro.
A ben vedere tale idea non è molto originale. Si tratta della riproposizione della tesi della scuola neoclassica o marginalista secondo la quale le imprese assumono nuovi lavoratori solo se la loro produttività marginale è maggiore al costo marginale dell’assunzione corrispondente al salario reale (ovvero il salario espresso in termini di potere d’acquisto effettivo). In altri termini, se i lavoratori accettano un salario conforme alla loro produttività sarebbero certamente assunti. Secondo tale punto di vista la disoccupazione dipende unicamente da una scelta individuale del lavoratore, il quale magari si dichiara indisponibile ad accettare un salario conforme alla sua produttività; oppure è imputabile all’azione dei sindacati, i quali impediscono che i salari si adeguino al livello della produttività marginale rendendo impossibile per le aziende ridurre i propri costi.
Ad esempio, nella Teoria della disoccupazione (1933) l’economista neoclassico Arthur Cecil Pigou sostenne che la disoccupazione di massa degli anni ’30 era dovuta al fatto che i sindacati si opponevano al calo delle retribuzioni. Così facendo, asseriva Pigou, essi impedivano il riequilibrio tra salari e produttività marginale del lavoro che sarebbe stato necessario per indurre le imprese ad assumere nuovi lavoratori. In tal senso, egli arrivò addirittura a nobilitare la figura del crumiro, sostenendo che il suo comportamento, fiaccando i sindacati e rendendo i salari flessibili verso il basso, avrebbe prima o poi favorito il raggiungimento dell’equilibrio di pieno impiego. Tale tesi fu già criticata a suo tempo da Keynes il quale sostenne che «non è chiaramente sostenuta dai fatti l’opinione secondo cui la disoccupazione che caratterizza uno stato di depressione sia dovuta al rifiuto da parte dei lavoratori di accettare una riduzione dei salari monetari. […] I lavoratori non sono affatto più esigenti nella depressione che nella prosperità, al contrario [...] Questi fatti dell’esperienza costituiscono un primo motivo per mettere in dubbio l’adeguatezza dell’analisi classica»¹.
La Grande Crisi confermò l’affermazione dell’esimio economista britannico. Infatti, nonostante i salari a causa della crisi continuassero a scendere, non veniva registrato nessun tipo di miglioramento dal punto di vista occupazionale. In epoca più recente l’OCSE ha pubblicato un rapporto² nel quale dichiara che non sembra sussistere alcuna relazione empiricamente fondata tra livello di flessibilità e volume totale dell’occupazione. Nel documento si può leggere infatti che «l’impatto dell’EPL [Employment Protection Legislation, cioè l’indice di protezione dei lavoratori calcolato dall’OCSE Ndr] sulla disoccupazione aggregata è a priori ambiguo, e può essere individuato soltanto dall’indagine empirica» e che «i numerosi studi empirici condotti su questo tema portano a risultati contrastanti, e per di più la loro solidità è stata messa in dubbio»³.
Oltre a non avere sortito alcun effetto dal punto di vista dell’occupazione, le riforme del mercato del lavoro degli ultimi 15 anni, portate avanti sia dai governi del centrodestra sia da quelli del centrosinistra, hanno comportato un calo della produttività del lavoro come dimostrato da uno studio condotto dal Fondo Monetario Internazionale⁴. La motivazione è molto semplice. Se il lavoratore deve pensare a come poter trovare un nuovo contratto di lavoro prima della scadenza di quello vigente è poco motivato sul lavoro: non dispone di tempo per la formazione, né l’impresa ha alcun interesse a fornirgliela e soprattutto lascia l’impresa prima di poter acquisire quelle esperienze dalle quali dipende la produttività del lavoro. Ci si potrebbe allora chiedere, essendo stato ampiamente dimostrato che non esiste alcuna correlazione fra aumento della flessibilità e crescita dell’occupazione e che anzi questa flessibilità ha anche comportato un calo della produttività, a cosa è servita la precarizzazione del lavoro compiuta negli ultimi 15 anni. E soprattutto perché ci si ostina a proseguire su questa strada?
Anche in questo caso la risposta è semplice. Infatti mentre non esiste alcuna relazione tra aumento della flessibilità/precarietà e quello dell’occupazione, è invece dimostrato che ad un aumento della flessibilità faccia seguito una minor crescita dei salari in termini reali. In Italia siamo di fronte a un capitalismo composto da piccole, anzi piccolissime, imprese, caratterizzato da una bassa crescita della produttività e da una perdita di competitività e da una conseguente tendenza ad accumulare deficit con l’estero. I governi italiani a partire dagli ultimi vent’anni hanno cercato di arginare questa tendenza attaccando le tutele dei lavoratori e di conseguenza comprimendo i salari. Questa politica non ha sortito gli effetti desiderati; anzi la tendenza ad accumulare disavanzi commerciali non si è arrestata. Forse occorrerebbe cambiare indirizzo di politica economica restituendo centralità al settore pubblico e attribuendo ad esso un ruolo di orientamento e indirizzo degli investimenti privati in modo da stimolare la crescita dimensionale delle imprese e la produttività del lavoro.

Fonte:economycamente.altervista.org