giovedì 31 maggio 2012

Stati Uniti:si prepara la conferenza annuale della Bilderberg

Aldilà di facili complotti in molti negli Stati Uniti stanno puntando il dito sul meeting  annuale della Bilderberg che si terrà questo weekend a Washington Dc. Che ci sia una relazione tra questi meeting annuali e le elezioni presidenziali americane? Ne sono certi gli organizzatori di Occupy Bilderberg.

Questo week end ci sarà a Washington Dc la conferenza annuale della Bilderberg, un appuntamento da non perdere soprattutto per gli amanti dei complotti e degli intrighi. Alla luce di questo evento sono in molti quelli che cominciano a chiedersi se possa esserci una relazione tra questo meeting misterioso e le imminenti elezioni presidenziali di novembre alla Casa Bianca. Chiaramente secondo i complottisti una relazione ci sarebbe eccome, ma senza prove è sempre difficile riuscire a non andare oltre le semplici illazioni. Prima di diventare presidenti i vari George Bush e Bill Clinton hanno entrambi presenziato alla conferenza annuale della Bilderberg. Una semplice coincidenza? Forse, ma la lista non finisce qui. Anche Tony Blair ha partecipato al meeting annuale nel 1993 prima di diventare primo ministro della Gran Bretagna nel 1997, e anche la conferenza annuale del 2008 si crede possa essere in qualche modo legata alle imminenti elezioni presidenziali. Circa 150 membri dell'elite mondiale si incontreranno quindi questo weekend subito fuori la capitale americana, e anche se ovviamente la lista dei lavori non è stata resa pubblica, secondo alcuni rumors la conferenza verterà sui fatti accaduti nell'ultimo anno, dalla crisi economica in atto fino alla Primavera Araba.
Parlando a Russia Today ai primi di maggio, il conduttore radiofonico Alex Jones, uno degli organizzatori della contestazione Occupy Bilderberg,  ha reso note le sue aspettative in vista della prossima Conferenza mondiale. Il  giornalista, alla domanda se Bilderberg intenderà favorire Obama o Romney, ha spiegato che entrambi i personaggi sarebbero finanziati dagli stessi gangli del potere, di conseguenza la discussione doverebbe vertere su quali tra i due potrebbe avere più possibilità di governare per altri quattro anni realizzando gli interessi dei finanziatori. Come nel 2004 comunque, la Conferenza Bilderberg si terrà presso lo Chantilly Virginia Westfield Marriott; il giornalista Alex Jones non potrà assistere ovviamente ma ha lanciato un appello alla cittadinanza per organizzare un corteo di protesta e far sentire la pressione della società civile.
Fonte:Articolotre.com

mercoledì 30 maggio 2012

Vaticano, la “guerra santa” contro Bertone. Lo Ior e la successione a Ratzinger gli obiettivi del complotto

La vicenda dei Vaticanleaks è legata alla guerra di potere interna alla Chiesa. Il segretario di Stato è da tempo nel mirino dei suoi avversari. La sfiducia a Gotti Tedeschi e la manovre intorno al pontefice sono gli altri tasselli del puzzle.




Quanto sta accedendo negli ultimi giorni in Vaticano – la fuoriuscita di documenti riservati, le indagini sui “corvi” e l’arresto del maggiordomo del papa – rappresenta l’evoluzione naturale della guerra di potere in corso Oltretevere tra i fedelissimi di Tarcisio Bertone e gli avversari del segretario di Stato. Questa la tesi rilanciata da Repubblica, che spiega come “la partita interna al Vaticano, adesso, si concentra tutta intorno allo Ior. Ed è un confronto in cui il segretario di Stato, Tarcisio Bertone, si gioca il proprio futuro. Una battaglia sotterranea, decisiva tanto per i flussi di danaro che accorrono nelle casse dello Stato, quanto per gli equilibri di potere all’interno della Chiesa”.

Sulla centralità dello Ior nella guerra di potere vaticana è molto interessante quanto ha scritto sulla Stampa Andrea Tornielli. “Ieri padre Lombardi ha detto che non c’è collegamento tra la sfiducia al presidente dello Ior Ettore Gotti Tedeschi e il caso Vatileaks. Il banchiere, scelto dal cardinale Bertone nel settembre 2009, editorialista de ‘L’Osservatore Romano’ e amico del suo direttore Gian Maria Vian, è stato destitutio giovedì scorso dal consiglio di sovrintendenza composto da membri laici. Il giorno dopo – scrive Tornielli – si è riunita la commissione cardinalizia chiamata a ratificare la sfiducia, ma dai loro lavori non è ancora uscito alcun comunicato. È stato invece fatta volutamente filtrare la durissima lettera di Carl Anderson – uno dei quattro membri del board – contente le ragioni del licenziamento di Gotti Tedeschi, la cui figura viene distrutta professionalmente”.

“Il banchiere – prosegue l’analista della Stampa – viene anche accusato di non aver fornito‘spiegazioni sulla diffusione dei documenti’ in suo possesso. La modalità del licenziamento è inedita nella tradizione della Santa Sede e potrebbe avere effetti dirompenti, se e quando Gotti Tedeschi uscirà dal silenzio. Il segretario di Stato Tarcisio Bertone sarebbe, a detta dei ‘corvi’, il vero obiettivo dell’operazione , studiata per accelerare il suo pensionamento. Anche se oggettivamente, il fuoco di fila dei Vatileaks appare sproporzionato per sfiduciare un cardinale che a dicembre compirà 78 anni”.

Questo, prosegue Tornielli, “a meno di non ipotizzare, come qualcuno ha fatto, che dietro a subbugli curiali ed extra-curiali vi siano le ambizioni in vista del cambio e, sullo sfondo, anche della successione all’anziano Pontefice. Ratzinger, che ha voluto Bertone al suo fianco, si fida di lui e non sembra intenzionato a cambiarlo, nonostante lo stesso porporato canavese si sia offerto di ritirarsi. La sua gestione della Segreteria di Stato è nel mirino di molte critiche. Come altre volte è accaduto, però, nel momento della bufera, l’istituzione ecclesiastica si chiude a riccio, per difendere i suoi membri con la tonaca”.

Nel frattempo, comincia a entrare nel vivo la battaglia per la successione di Gotti Tedeschi allo Ior. Secondo quanto riporta Repubblica, nelle ultime ore è spuntato il nome dell’ex governatore della Bundesbank Hans Tietmayer. "Ha 81 anni – scrive il quotidiano romano – ma ha compiuto da giovane studi di teologia ed è inoltre tedesco. È il nome che piace di più al papa e al suo segretario, monsignor Georg Gaenwein. Attenzione anche su Hermann Schmitz, che dalla scorsa settimana ha assunto la presidenza ad interim dell’Istituto. C’è poi l’americano Carl Anderson, e tre nomi italiani di tutto rispetto: il notaio torinese Antonio Maria Marocco, il presidente dell’Abi, Giuseppe Mussari, e il manager dell’Apsa, il patrimonio della sede apostolica, Paolo Mennini”.


Complottismi | Scritto da  Jacopo Belbo 

Ulteriore accisa sulla benzina per aiuto ai terremotati

Ci risiamo,puntuale come in ogni governo che si rispetti(tecnico o politico che sia),da mezzanotte scatta l'aumento di 2 centesimi sulla benzina e sui carburanti per autotrazione,un'accisa che ci accompagnerà fino al 31 dicembre,ma dobbiamo crederci?
Perchè invece il presidente Napolitano nonostante le richieste arrivate da più fronti non ha annullato la"sobria" parata militare del 2 giugno,che avrebbe fatto risparmiare 2,5 milioni di euro?Secondo le sue dichiarazioni l'annullamento non avrebbe consentito alcun risparmio,ma dobbiamo credere anche a questo?
Perchè nel 1976 dopo il terremoto del Friuli,l'allora ministro della difesa,annullò la parata militare?
Il testo dell'epoca parla chiaro:"La parata militare quest’anno, non si svolgerà. Lo ha comunicato il ministro della difesa Arnaldo Forlani, con una nota ufficiale. La decisione è stata presa a seguito della grave sciagura del Friuli e per far sì che i militari e i mezzi di stanza al nord siano utilizzati per aiutare i terremotati anziché per sfilare a via dei Fori imperiali".
Nel 1991 al tramonto della prima repubblica e con una crisi economica che imponeva una revisione della spesa pubblica  la parata fu annullata!
Nel settennato di Oscar Luigi Scalfaro essa fu addirittura abolita perchè come sosteneva l'allora presidente :"Questa è la festa degli italiani,della gente comune.Meglio aprire a tutti i cittadini i giardini del Colle e stringere i cordoni della borsa,piuttosto che far marciare i soldati e  tenere il costosissimo ricevimento per il Corpo Diplomatico".
Persino i sindacati,compreso lo stato d'animo popolare, hanno annullato la manifestazione nazionale programmata per il 2 giugno!
 Secondo la campagna "Sbilanciamoci!",con gli stessi soldi spesi per la parata militare, si possono garantire i soccorsi di emergenza (tende, viveri, medicinali) a oltre 5 mila persone. "È irresponsabile spendere tanti soldi per far sfilare carri armati e blindo - sottolineano Giulio Marcon e Massimo Paolicelli di Sbilanciamoci - mentre gli stessi fondi potrebbero essere investiti per aiutare le popolazioni. La Repubblica va celebrata aiutando chi ora soffre a causa del terremoto e non sfoggiando armi e mezzi militari. La sospensione della parata militare deve essere solo il punto di partenza di una più ampia riduzione delle spese militari. Infatti - concludono - non ci si può lamentare di non avere soldi per difendersi dalle calamità naturali (mettendo nuove accise sulla benzina) e poi spendere oltre 10 miliardi di euro per acquistare 90 inutili cacciabombardieri F35". La Tavola della Pace lancia invece una raccolta di firme per chiedere "lavoro, non bombe". "Rispettiamo la volontà del presidente della Repubblica - precisa il coordinatore Flavio Lotti, riferendosi alla decisione di Giorgio Napolitano di far svolgere comunque la parata anche se in forma più sobria - ma ci permettiamo di osservare che se deve essere una parata sobria é necessario che i militari rivedano il programma e riducano le spese, e c'è un modo concreto per farlo: lasciare in caserma tutti i carri armati e i mezzi militari e ridurre significativamente il numero dei militari che dovranno sfilare". Lotti sottolinea che nessuno sa quale sia il costo reale della parata e chiede di rivedere il modo in cui vengono spesi i soldi pubblici.

martedì 29 maggio 2012

Vendola,Di Pietro,Bersani,Grillo:cosa si muove a sinistra?

Sino ad un mese fa, la situazione della sinistra era sostanzialmente questa:
Ferrero stava attaccato alla giacca di Vendola elemosinando un accordo elettorale
ma Vendola (e con lui Di Pietro) non se ne dava per inteso, perché stava attaccato alla giacca di Bersani, sperando di consacrare l’intesa di Vasto
ma Bersani –insidiato dagli orrendi moderati che albergano nel suo partito- stava attaccato alla giacca di Casini per decidere se fare alleanza solo con lui o sia con lui che con Vendola e Di Pietro o, in mancanza, ripiegare sullo schema di Vasto
Casini, a sua volta, non sapeva bene cosa avrebbe fatto da grande –se il grande centro, se il piccolo alleato di destra o quello di sinistra- e stava attaccato alla giacca di Cordero di Montezemolo, a quella di Pisanu ed a quella di Formigoni.
I quali non sapevano se restare aggrappati alla giacca del Cavaliere o attaccarsi a quella di Monti.
Il Cavaliere cercava di riacchiappare la giacca di Bossi (che, per parte sua, aveva ben altre gatte da pelare) ed, alternativamente, faceva l’occhiolino a Casini che non sapeva dove buttarsi.
Insomma un bel trenino che non andava da nessuna parte, perché ciascuno aspettava cosa  facesse l’altro. Il peggiore spettacolo che il teatrino della politica italiana abbia mai prodotto.
Poi è arrivata la bufera del 5 maggio: Lega sprofondata, Pdl disintegrato, Terzo polo ridotto a “Terza Bufala”, Pd che scricchiola, Idv e Sel che vanno sotto aspettative e due soli vincitori, Grillo e “il partito bianco”.
Ed il trenino è deragliato. A prendere per primi l’iniziativa a sinistra sono stati Vendola e Di Pietro che hanno posto a Bersani l’aut aut: dicci che vuoi fare e subito, altrimenti ce ne andiamo per la nostra strada. Il senso della mossa è evidente: i due non vogliono restare appesi sino all’ultimo a cosa farà Bersani che, magari, all’ultimo li scarica per fare blocco con Casini. Per di più, ora Sel ed Idv hanno un potere contrattuale molto maggiore di ieri: stando all’attuale sistema elettorale, senza di loro il Pd potrebbe avere qualche residua speranza di vincere solo alleandosi a Casini, ma la cosa non è affatto sicura. Invece, Vendola e Di Pietro potrebbero tanto presentarsi come blocco autonomo quanto (e questa per il Pd sarebbe una vera catastrofe) cercare una alleanza con Grillo. Di Pietro, che ha una base contigua ed un vecchio amorazzo con  i grillini, potrebbe fare da tramite e portarsi dietro anche Vendola.
In questo caso il Pd sarebbe praticamente finito: già oggi alcuni sondaggi lo danno di un punto sotto ai 5 stelle, ma, anche senza azzardare tanto, un blocco Grillo-Di Pietro-Vendola sarebbe tranquillamente sopra al 20% , a quel punto, se gli attuali trend elettorali proseguissero, il Pd sarebbe sotto ed il discorso del “voto utile” gli si rovescerebbe contro, con il risultato di portarlo fra il 10 ed il 15%: una disfatta epocale.
Vedremo cosa dice Bersani che, intanto, è lì che pettina bambole.
E veniamo a Grillo, che gode di un momento molto favorevole ma che già ha qualche inciampo.
In primo luogo, il movimento 5 stelle, che ha avuto una affermazione non da poco, resta un movimento circoscritto essenzialmente a due regioni dove ha seguito a due cifre (Piemonte ed Emilia) e ad alcune in cui supera il 5-6% (Liguria, Veneto, Toscana), mentre arranca nel resto del Centro Italia, ha percentuali molto ridotte nel Sud e nelle isole. Ma soprattutto, non ha ancora messo radici solide in Lombardia: se a questa tornata elettorale ci sono stati centri lombardi come Garbagnate dove si è affermato, però l’anno scorso a Milano si fermò al 3%, ed a Como, in questa occasione, non è andato molto al di là. Quindi la Lombardia resta ancora un punto debole per il movimento, il che non è poco.
Per di più, M5s continua ad avere una struttura tutta per circoli informatici e molto poco per gruppi territoriali, quello che è un altro punto debole. Parlando dei Piraten o di movimenti similari torneremo sul tema, per ora ci limitiamo ad osservare che poi le liste amministrative si fanno in sede locale e che, oltre un certo limite, non è possibile controllarle dal centro. Ne consegue che il movimento è totalmente vulnerabile alle scorribande di qualsiasi gruppo di avventurieri che, con un pugno di voti controllati e quattro soldi, sbaraglierebbe qualsiasi gruppo di giovani collegati in rete. Non sempre si può avere un Pizzarotti che garantisce seguito elettorale locale e lealtà al movimento.
Ancora: il programma è ancora pieno di buchi: manca tutto il capitolo della politica estera ed in particolare di politica europea, la parte dedicata alle istituzioni si riduce solo a quel che riguarda il tema (pure cruciale) della questione morale, il programma economico ha rivendicazioni condivisibilissime (come l’abolizione delle stock options) ma altre di disarmante ingenuità, mentre manca una visione di insieme. Certo è un movimento giovane che ha bisogno di tempo, ma proprio questo è quello che manca: le elezioni sono molto vicine (meno di un anno, al massimo).
Dunque, anche se il M5s ha un avvenire assai promettente, ha le sue fragilità e non mancano le insidie. E’un po’ presto per intonare la marcia trionfale: il rischio di capitomboli c’è e non è piccolo. Ed a questo proposito, dobbiamo dire che l’uscita su chi deve essere il segretario comunale di Parma ci ha lasciati sbalorditi: ma ve lo vedete Bersani che dice a Fassino chi deve essere il segretario comunale di Torino o Di Pietro che dice a De Magistris chi deve essere quello di Napoli. Ma nemmeno Bossi (per quel che se ne sa) ha mai detto ai suoi sindaci che segretari comunali dovevano scegliersi. Insomma, facciamo un movimento all’insegna della democrazia di base, del superamento della forma partito, poi viene fuori il partito di “one man show”, vi pare serio? Ma, si dirà, il candidato bocciato da Grillo, Tavolazzi, era stato espulso dal movimento. A parte il fatto che quella di segretario generale del Comune non è una carica politica ma amministrativa e non è richiesta l’appartenenza allo stesso partito del sindaco, il richiamo peggiora le cose: Tavolazzi è stato espulso personalmente da Grillo al di fuori di qualsiasi prassi statutaria perché uno statuto non c’è, dunque, nel movimento si sta o se ne è esclusi solo sulla base delle decisioni personali del suo condottiero.
Capisco che Grillo –che ha ripetutamente detto di non volersi presentare alle elezioni- cerchi di porsi come garante del movimento dalle infiltrazioni e che cerchi di sostituire i tradizionali meccanismi partitici, ma, con ogni probabilità, è destinato ad ottenere risultati opposti a quelli che cerca di raggiungere. In primo luogo, è del tutto illusorio pensare che un solo uomo al centro possa essere un filtro efficace contro il rischio di infiltrazioni o degenerazioni del movimento. In secondo luogo, i meccanismi tradizionali dei partiti sono assolutamente sclerotizzati e da ripensare, ma se l’alternativa è l’iper centralizzazione di tutto nelle mani di un singolo uomo, tanto vale, teniamoci i vecchi sistemi che, comunque, sono un po’ più democratici: le leadership carismatiche non sono mai democratiche.
Peraltro, il problema, già avvertibile prima delle elezioni amministrative, sta esplodendo in questi giorni. E’ iniziata la corsa al carro vincente e si avverte chiaramente l’effetto “limatura di ferro”: quando si forma un magnete con sufficiente forza attrattiva, la limatura di ferro sparsa inizia ad aggregarsi e il blocco si ingrossa sempre più. Come le valanghe che più si ingrossano, trascinando a valle detriti, e più diventano irresistibili, allargando il fronte di discesa e trascinando sempre più pietrisco.
E non si tratta solo di gruppi locali più o meno genuini e più o meno di dilettanti, ma anche di gruppi strutturati con gruppi dirigenti sperimentati: già Pannella sta facendo una corte scatenata a Grillo, parlandone come del suo possibile erede (erede di cosa, poi, non si sa), ma anche De Magistris potrebbe pensare di essere la “porta di ingresso” al Sud per il M5s, i Verdi che, con Bonelli, stanno tentando una faticosissima risalita, hanno un gruzzoletto di voti da portare in dote e potrebbero far valere una certa affinità culturale ed ideologica. E poi, anche Vendola e Di Pietro, come abbiamo visto…
La scelta che si pone non è facile: chiudere le porte a tutti  significherebbe un arroccamento settario che condannerebbe il movimento ad una precoce decadenza, ma aprirle indiscriminatamente a tutti farebbe correre il rischio di una implosione a causa del crescente caos politico programmatico. Come si vede, occorrono una serie di scelte molto delicate con un elevato rischio di sbagliare per eccesso o per difetto. E tutto è complicato dalla struttura troppo fluida del movimento che non può restare cosi a lungo. Se anche il M5stelle prendesse solo il 7-8% dei voti alle politiche (una percentuale molto bassa rispetto alle aspettative, che potrebbe provocare brutti effetti di delusione), questo significa che, pure con il sistema attuale, otterrebbe una cinquantina di parlamentari: troppi per un movimento cosi poco strutturato.
Decisamente, siamo in una situazione molto fluida, forse troppo.
Fonte:aldogiannuli.it

venerdì 25 maggio 2012

Non esistono più, ma le paghiamo ancora 150 milioni l'anno alle Comunità montane

di ANTONIO FRASCHILLA
 

Questi enti dovevano valorizzare il territorio, ma nel 2008 si è deciso di azzere i fondi a loro destinati. Basilicata, Liguria, Molise, Puglia e Toscana li hanno soppressi. Piemonte, Lazio e Campania hanno votato leggi per la loro trasformazione in unioni di Comuni. Erano 356 e sono diventati 72. In realtà ne restano più di cento ancora in vita: veri e propri "stipendifici" di dipendenti che non lavorano

ROMA - Ogni giorno timbrano il cartellino anche se, sulla carta, l’ente per il quale lavorano non esiste da tre anni. Tanto è trascorso da quando in Puglia sono state soppresse le Comunità montane sull’onda del clamore mediatico che aveva travolto l’ente «senza montagna» delle Murge, che comprendeva il Comune di Pelagiano, provincia di Taranto, 39 metri sul livello del mare. Ma proprio questa Comunità che aveva fatto gridare allo scandalo è ancora lì in piedi, anche se formalmente chiusa. È vero, non c’è più un consiglio d’amministrazione che garantisce gettoni d’oro a sindaci e assessori, ma dal 2010 la Regione pugliese paga un commissario liquidatore con indennità pari a oltre 20 mila euro l’anno e due dipendenti.
La Comunità delle Murge è il simbolo di come la furia moralizzatrice e la corsa a tagliare gli enti montani si sia trasformata in un grande spreco che vede oggi le Regioni continuare a spendere 150 milioni di euro per gli stipendi di 4.500 dipendenti e altri 162 milioni per 7.500 forestali: il tutto per svolgere pochi servizi, o nessuno, causa assenza di fondi per investimenti. Un paradosso nato dal fatto che da un lato lo Stato ha azzerato i trasferimenti a questi organismi e, dall’altro, le Regioni si sono affrettate a sopprimere le Comunità senza però trovare una soluzione per i lavoratori. Risultato? Si pagano solo stipendi e si scopre che le Comunità continuano a spendere 14,9 milioni di euro all’anno in consulenze, mentre i boschi rimangono abbandonati perché mancano i soldi per la loro manutenzione. «Un assurdo, da anni chiediamo una riorganizzazione omogenea del sistema in tutto il Paese, che trasformi le Comunità in unioni di Comuni in modo da poter dare indipendenza economica a questi enti e ottenere veri risparmi mettendo insieme servizi», dice Enrico Borghi, presidente della commissione della montagna dell’Anci.
In Italia attualmente vige il caos, con alcune Regioni che hanno chiuso formalmente questi enti e altri che li mantengono in vita per fare anche la riscossione dei tributi: come nel Cadore, dove il Comune Calanzo ha deciso di togliere questo servizio a Equitalia per affidarlo alla Comunità di Valbelluna. Ma quante sono le Comunità rimaste in vita? Quanto costano? Cosa fanno?
Le Comunità in liquidazione Molte Regioni come Basilicata, Liguria, Molise, Puglia e Toscana, hanno soppresso le Comunità e altre Regioni hanno votato leggi per la loro trasformazione in unioni di Comuni, come Piemonte, Lazio e Campania. Formalmente ne rimangono in piedi solo 72 sulle 300 attive nel 2008, in gran parte concentrate in Valle d’Aosta (8), Trentino Alto Adige (23), Lombardia (23), Veneto (19), Emilia Romagna (10), Marche (9). In realtà, considerando quelle in liquidazione, sono ancora 201 gli enti in piedi con in carico i dipendenti, ma senza un euro per svolgere servizi. Situazione, questa, che sta diventano allarmante soprattutto al Sud, con le Regioni che di fatto versano, quando lo versano, lo stretto necessario a pagare i lavoratori e in più garantiscono parcelle d’oro a una pletora di commissari liquidatori: «Diciamo che quando c’eravamo noi politici nei consigli d’amministrazione si gridava allo scandalo, oggi ci sono i burocrati e nessuno dice nulla», sottolinea Borghi.
Ma quanti sono questi enti fantasma e quali i costi affrontati per la loro liquidazione? Simbolo di quanto sta accadendo è la Comunità delle Murge, che comprende il Comune di Palagiano, a meno di 40 metri dal livello del mare. La Puglia ha chiuso questa Comunità nel 2008. A tre anni di distanza, però, l’ente è ancora lì, con un liquidatore e due dipendenti: «Ci hanno chiuso ma solo formalmente, perché noi veniamo ancora a lavorare in attesa di essere trasferiti da qualche parte», dice un funzionario. Già, ma la Provincia non li vuole, e nemmeno i Comuni che non hanno i fondi per pagare i loro stipendi. Stesso discorso avviene in Molise, con le sei Comunità soppresse di cui cinque però ancora in liquidazione perché non si riesce a pagare i creditori. Nel frattempo la Regione ha appena erogato 5 milioni di euro per pagare gli stipendi: «Ovviamente — ha detto l’assessore agli Enti locali Antonio Chieffo all’indomani dello stanziamento — quello del pagamento degli stipendi ai dipendenti è soltanto un aspetto. Nei prossimi mesi auspichiamo un’immediata collocazione di tutto il personale». Ma in Italia si sa: nulla è più duraturo del provvisorio.
Anche in Campania la situazione è identica, con la Regione che versa alle Comunità i fondi necessari a pagare solo i 677 stipendi, e il discorso non cambia in Calabria dove le 20 Comunità mantengono 516 persone o in Umbria. Certo, c’è da chiedersi come mai in queste Regioni gli addetti siano di più che in Lombardia (390) o in Veneto (183) ma tant’è, questo personale è ormai sul groppone anche se nessuno lo vuole. Al Sud si aggiunge poi un altro paradosso: che le Comunità oltre a mantenere i dipendenti, debbano garantire le giornate lavorative a un esercito di forestali, anche qui senza sapere bene come impiegarli visto che non ci sono fondi per realizzare progetti sulla tutela dei boschi: tanto per fare un esempio, in Piemonte i forestali sono appena 532, in Campania 4.500 anche se il record appartiene alla Sicilia con 30 mila addetti (quasi la metà di tutto il resto del Paese). Ma nell’isola “virtuosa” sono in capo alla Regione e non esistono più le Comunità montane. Mentre al Sud le Comunità soppresse pagano ancora stipendi, al Nord alcune Regioni si sono rifiutate di abolirle: la Lombardia ha appena stanziato 50 milioni di euro per le sue 23 Comunità montane, che si aggiungono a Comuni, Province e Unione di Comuni, tanto per non farsi mancare nulla.
Fonte:inchieste.repubblica.it

AAA – Cercasi tecnico esperto

Per tutti i professionisti in cerca di precaria occupazione, sull’organo ufficiale degli Ensiferi a certificazione Michelin, la Pravda della setta e unico organo di ‘informazione’ consentito, si può leggere (in sintesi) questo straordinario annuncio:

“A Parma abbiamo bisogno di aiuto. Cerchiamo una persona con esperienza della gestione della macchina comunale per la carica di direttore generale al più presto. Incensurata, non legata ai partiti, di provata competenza….
Chiunque fosse interessato alla posizione invii il suo curriculum a questa mail.”

Ovverosia l’indirizzo e_mail del guru ligure.
A vagliare curricula e competenze sarà, a proprio insindacabile giudizio, il ragionier Giuseppe Grillo da Genova, ovvero il clan dei Casa Liggio & Affiliati.
Perché, se “uno vale uno”, qualcuno vale più di tutti gli altri messi assieme.
A Parma non si è ancora insediata la nuova giunta comunale, che già la città è sotto commissariamento dell’invadente Profeta genovese. Eclissata l’immaginazione al potere, dopo l’incompetenza, abbiamo la più assoluta improvvisazione: neo-consiglieri stellati, riuniti in sessione plenaria per un corso accelerato di Bignami in diritto amministrativo; assoluta assenza di un vero programma di governo, con uno straccio di piano di recupero per la gigantesca voragine di bilancio parmense… Evidentemente, la striminzita quindicina di paginette del programmino scolastico a 5 stelle non è sufficiente. D’altronde, il neo-sindaco Pizzarotti (ed il suo ingombrante mentore virtuale) non si è preoccupato nemmeno di presentare una lista di potenziali amministratori di giunta, tanto grande è stata la sorpresa di vincere le comunali. Per il momento ci si affida ad un gruppetto di professori bocconiani, colleghi degli esecrati tecnocrati al governo nazionale, in attesa di consultare gli amici del Bar Sport.

D’altronde, secondo i pasdaran del MoVimento, perché darsi tanta pena?!? Federico Pizzarotti, l’ex burattino con un’anima propria che sta faticosamente recidendo i fili col puparo Grillo, secondo le indicazioni dei puristi della confraternita virtuale, dovrebbe essere solo un “portavoce dei cittadini”, privo di libero arbitrio. A questi “cittadini” qualcuno dovrebbe spiegare che un sindaco, in qualità di primo cittadino, è chiamato a fare scelte precise, prendere decisioni di rilevanza pubblica che, in quanto tali, si configurano sempre come ‘politiche’. Nella fattispecie, firma delibere, autorizza capitolati di spesa, sostiene progetti, mettendoci la faccia in prima persona e rispondendo individualmente per eventuali errori o violazioni di legge (che non ammette ignoranza) in sede penale e civile. Se il sindaco sbaglia, gli avvisi di garanzia non arrivano ai “cittadini”, ma al Sindaco e nello specifico a Federico Pizzarotti. Altro che “portavoce”!
Amministrare la res publica è un po’ più complicato che stilare proclami su un blog (gestito da terzi) e fare merchandising auto-promozionale, giocando nel tempo libero ai piccoli carbonari nascosti nell’anonimato virtuale di sedicenti meet-up tramite chat, peraltro spiata (illegalmente) dagli hackers della Casaleggio per conto del Profeta.
Più che democrazia diretta, sembra l’Egitto dei faraoni!
Über Alles, c’è il piccolo führer di Ponente, che scalpita irrequieto per la paura di perdere il controllo assoluto del suo personalissimo giocattolo, scambiando la Democrazia per un’entità astratta chiamata “Rete” (manipolata dai suoi consulenti informatici).
Dopo il berlusconismo, la piaga delle locuste?

Fonte:liberthalia.wordpress.com

 

giovedì 24 maggio 2012

Spostare la priorità dalla crescita del PIL alla crescita dell’occupazione in lavori utili: una proposta concreta

Appello di imprenditori, tecnici, consulenti ed attivisti del Movimento per la Decrescita Felice per un cambio di priorità in Italia nelle scelte economiche ed industriali, al fine di iniziare a superare l’attuale crisi di sistema
In tempi normali è sufficiente gestire l’ordinaria amministrazione con accortezza perché tutto proceda bene. Il governo può condurre la sua politica industriale mediando fra gli interessi di ognuna delle parti coinvolte nei processi economici, cercando di trovare punti di incontro per la difesa degli interessi generali. Ma quando, come ora, si vivono grandi cambiamenti epocali, dove masse sempre più grandi di persone soffrono per mancanza di lavoro, Occorre rimettere in discussione idee consolidate, in particolare il dogma della crescita continua del Prodotto Interno Lordo. Vediamo con apprensione che si parla di “Project Bond per realizzare grandi opere infrastrutturali. Si tratta in pratica di fare ancora altri debiti per realizzare di grandi opere finalizzate, più che alla reale utilità, al far ripartire la crescita, come se questa fosse la soluzione ad ogni male.
Ancora grandi opere, ancora a debito … per riavviare la crescita e poter pagare gli interessi sul debito! Ma che follia è? E in questo teatro dell’assurdo, si inserisce anche il luogo comune del collegamento diretto fra crescita e occupazione. Si dà per scontato che la crescita faccia automaticamente aumentare l’occupazione, ma non è vero e ci sono i numeri a dimostrarlo. Dagli anni ’60 ad oggi il PIL è aumentato di quasi 4 volte, mentre l’occupazione in proporzione all’aumento della popolazione è diminuita!
Ogni imprenditore sa che, nella maggior parte dei settori merceologici, l’aumento della produttività e quindi del PIL, si ottiene con l’automazione e con l’ottimizzazione dei processi produttivi e non aumentando proporzionalmente l’occupazione.
Se si spendono i pochi soldi disponibili, o si creano altri debiti come quelli dei Project Bond, per fare grandi opere infrastrutturali, magari pianificate in altri tempi, prenderebbero gli appalti le solite poche grandi imprese che hanno le attrezzature necessarie. Sarebbero coinvolti qualche decina di sub appaltatori e lavorerebbero poche migliaia di operai, visto che il grosso del lavoro lo farebbero le macchine. I denari spesi sarebbero concentrati in poche mani e non servirebbero a riavviare l’economia neanche nei territori interessati dalle stesse opere, perché il grosso degli operai verrebbe da fuori.
Per dimostrare le nostre tesi, abbiamo studiato i dati della galleria per il TAV in val di Susa. Abbiamo scelto questa grande opera a titolo di esempio perché sono disponibili molti dati forniti dal Ministero competente, quindi certi e utili per avviare delle comparazioni. Tali dati indicano che la nuova galleria del TAV consentirebbe di creare 2000 nuovi posti diretti e 4000 indiretti. In realtà le cifre sembrano ottimistiche, ma anche se si raggiungessero tali obiettivi occupazionali, avremmo al massimo 6000 nuovi posti di lavoro contro un investimento minimo di 8,2 mld di €, ovvero 0,73 nuovi posti per ogni milione di euro investito, sempre che il costo dei lavori non subisca aumenti esponenziali in corso d’opera come è sempre avvenuto fino ad oggi in Italia!
In ogni caso la spesa sarebbe coperta a debito ribaltando ancora una volta il problema sulle generazioni future, che dovrebbero anche sorbirsi i danni ambientali e le spese per l’energia necessaria a illuminare e climatizzare l’opera.
Tutte le grandi opere infrastrutturali hanno per comun denominatore l’uso del debito, di molto cemento, di molta energia e hanno quindi un impatto ambientale molto rilevante. In sintesi si può dire che sull’altare ideologico della crescita del PIL e a favore di pochi soggetti che guadagnerebbero molto denaro, sacrificheremmo ancora una volta l’ambiente, l’occupazione, gli interessi della gran parte della gente ed i diritti delle generazioni future.
Si può fare diversamente? Certo che si! Bisogna solo cambiare le priorità e spendere il denaro in altro modo, partendo anche dalla consapevolezza che è convenienza di tutti investire subito le poche risorse disponibili in molte migliaia di piccoli e micro cantieri e solo successivamente, eventualmente, in grandi opere infrastrutturali.
I micro cantieri dovrebbero riguardare in primo luogo l’efficientamento energetico degli edifici pubblici e privati. Poi anche le bonifiche ambientali e per la messa in sicurezza del territorio rispetto agli eventi catastrofici. In uno studio dell’ENEA del 2009 (vedi allegato 1) si proponevano interventi di riqualificazione energetica in 15.000 scuole ed edifici pubblici, che attualmente spendono circa 1,8 Mld di € ogni anno in energia elettrica e termica. Con gli 8,2 miliardi di € previsti per il TAV si può risparmiare il 20% dei consumi di questi edifici, pari a oltre 420 mln€/anno e si possono creare almeno 150.000 nuovi posti di lavoro. Inoltre lavorerebbero decine di migliaia di pmi e artigiani installatori. E siccome a cambiare infissi, montare caldaie di nuova generazione, montare cappotti, costruire case efficienti, rifare tetti, ecc. non servono macchine, ma persone, si darebbe lavoro ad un sacco di gente facendo tra l’altro ripartire in maniera virtuosa il settore dell’edilizia, attualmente in grande sofferenza.
In un articolo apparso il 13 febbraio 2012 sul Sole24ore (vedi allegato 2) si legge che investendo un milione di € in progetti di efficienza energetica si generano in media 13 posti di lavoro. Non si parla qui di energie rinnovabili, che pure generano 3 o 4 nuovi posti di lavoro per ogni milione di € investiti, ma del lavoro di “tappare i buchi” dai quali sfugge e viene sprecata gran parte dell’energia che usiamo nell’abitare. Per ogni 10 miliardi di € investiti si possono avere 130.000 nuovi posti di lavoro di buona qualità, mentre investendo la stessa cifra in grandi opere daremmo lavoro al massimo a 7.300 persone.
Dobbiamo poi considerare che i costi delle opere di efficientamento si pagherebbero in pochi anni con il risparmio energetico e in meno di un decennio i soldi investiti sarebbero di nuovo disponibili per nuovi utilizzi. Diventerebbero di fatto dei fondi di rotazione. Immediatamente calerebbe la bolletta energetica e l’inquinamento da CO2. Quindi ci guadagneremmo tutti. Inoltre con commesse piccole e diffuse, i fenomeni di grande corruzione politica, tipici dei grandi appalti, sarebbero certamente più infrequenti. Infine, il denaro speso per far lavorare migliaia e migliaia di piccole imprese e di artigiani, resterebbe nel territorio contribuendo in maniera determinante al riavvio dell’economia!
Noi facciamo appello alla politica perché dia priorità a questi interventi che generano molti benefici per tutti. Le grandi infrastrutture eventualmente si faranno in un secondo momento e solo quando si avrà la certezza che serviranno davvero!
Occorre abbandonare il dogma della crescita continua. Nell’Universo NULLA cresce per sempre. Si tratta di una sciocca illusione generata dalla mente dell’homo oeconomicus, una delle specie più perniciose e imprevidenti mai apparsa sulla faccia del Pianeta. E solo per questa sciocca specie di umani, e per gli altri che ci credono, il PIL è l’indicatore unico ed indiscutibile del nostro benessere.
Fonte: decrescitafelice.it